Sogni, promesse volano... Ma poi cosa accadrà?

Gianni Rodari

30 anni fa cadeva il Muro di Berlino. Quel 9 novembre che non dimenticherò mai

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Le prime picconate al Muro di Berlino

Le prime picconate al Muro di Berlino

Era la sera del 9 novembre 1989. Nella redazione esteri dell’Adnkronos, che allora si trovava in via Ripetta, eravamo rimasti io, Laura Riccetti, Luca Nicosia, il nostro mitico caposervizio Carlo Bassi, che purtroppo oggi non c’è più, e forse qualche stagista. Non ancora sapevamo che non avremmo mai dimenticato quel giorno che avrebbe segnato per il mondo intero l’inizio di un nuovo corso e stavamo scrivendo i roundup dei principali eventi della giornata, che andavano trasmessi come sempre  in chiusura prima dei telegiornali. A Berlino da un mese c’era una grande eccitazione, si moltiplicavano le fughe dall’est e le manifestazioni. E anche quel giorno ce ne erano state. Tutto l’est comunista era in gran fermento. Io stavo seguendo gli ultimi sviluppi politici in Ungheria, perché poche ore dopo sarei dovuta partire per Budapest dove il ministro degli Esteri Gianni De Michelis aveva in programma una serie di incontri per la nascita dell’Ince, (Iniziativa Centroeuropea ), uno strumento che sarebbe dovuto servire all’Italia per penetrare economicamente nei paesi del blocco. E poi per Berlino, dove sarei stata ospite dell’ Europaische Akademie  che organizzava seminari per i giornalisti.

 

La notizia dell’apertura delle frontiere 

 

Ma alle 19,20 accadde qualcosa che ci lasciò senza fiato.  Arrivò sul nostro desk un take urgente della Dpa, l’agenzia di stampa tedesca, con la quale la nostra testata aveva l’esclusiva, in cui si annunciava molto laconicamente che in una conferenza stampa, Gunter Schabowski, esponente riformista e responsabile per l’informazione del Politburo del Partito socialista unificato tedesco,  aveva comunicato la decisione del comitato centrale di procedere all’allentamento delle restrizioni sui viaggi all’estero dei cittadini della Ddr. “Che vuol dire?” ci chiedemmo. E non avemmo dubbi sulla risposta: “E’ caduto il Muro di Berlino”.

…”cade” il Muro di Berlino

Andammo subito da Gip, ossia Pino Palmieri, il caporedattore (nelle agenzie spesso ci si chiama con la sigla che si usa per firmare i pezzi, io per esempio ero Iac). Volevamo titolare proprio così  “E’ caduto il Muro di Berlino”, anche se non era scritto da nessuna parte. Istanti che non dimenticherò mai.  Io e Laura spingevamo. Era chiaro: se non era materialmente ancora successo sarebbe sicuramente successo, come poi fu. Erano le 19, 20. Gip guardò l’orologio, guardò noi e dettò: “Germanie: aperte le frontiere, “cade” il Muro”. Con il “cade” tra virgolette, perché per il momento era ancora un sogno. Alle 19,22 le telescriventi digitarono il take.

L’Adnkronos fu  la prima a dare la notizia in Italia 

I tg aprirono tutti leggendo il nostro dispaccio e citando l’Adnkronos, che era stata la prima agenzia in Italia a dare quella storica notizia.  Fu l’inizio della fine della Ddr e di tutto l’impero sovietico.  Schabowski aveva commesso un errore. Avrebbe dovuto dire che le nuove norme sulle frontiere sarebbero entrate in vigore il giorno successivo, per dare tempo a esercito e polizia di prepararsi, perché in  realtà quel provvedimento del politburo mirava soltanto a placare temporaneamente gli animi dei berlinesi. Ma aveva letto le carte frettolosamente (o almeno così spiegherà dopo. Da quel momento nulla più fu controllabile. La gente cominciò a prendere d’assalto i checkpoint che regolavano il passaggio attraverso il muro Alle 23 due vopos, i terribili polizitti di Berlino est, che si trovavano in servizio a Bornholmerstrasse  aprirono i varchi. E i berlinesi dell’Est riconquistarono l’altra parte della loro città, riversandosi come un’onda inarrestabile nelle strade illuminate dell’ovest.

Un fulmine a ciel sereno

Arrivai a Budapest che era notte fonda. De Michelis era chiuso con i suoi a discutere sui futuri scenari. Parlò con il ministro degli esteri della

L'apertura di uno dei principali varchi di Berlino Est

L’apertura di uno dei principali varchi di Berlino Est

Germania Ovest Hans Dietrich Genscher.  L’accelerazione al crollo dei regimi dell’est , che arrivava da Berlino ammortizzata dalla perestrojka di Michael Gorbaciov, aveva colto tutti impreparati. Lo confermano le parole pronunciate pochi giorni prima dal presidente francese Francois Mitterrand. “Quelli che parlano della riunificazione tedesca non capiscono niente. L’Unione Sovietica non l’accetterà mai. Sarebbe la morte del Patto di Varsavia. Chi può immaginarlo?».  Dunque, fu proprio così, una  sorpresa.

 

La caduta del muro arrivò come un fulmine a ciel sereno a cambiare lo status quo del mondo.  Ma la storia non si programma.  A Budapest, dove pure tutto mutava rapidamente, nacque l’Ince. Con un tempismo straordinario, De Michelis era riuscito a mettere insieme quella quadrangolare –  Italia, Austria, Jugoslavia e Ungheria – alla quale lavorava da tempo che di per se stessa rappresentava il superamento della logica dei blocchi e il cui obiettivo era avviare nuove forme di cooperazione economica nei settori dell’energia, dell’industria, della protezione ambientale, dei trasporti, del turismo, della cultura e dell’educazione.

Quando arrivai a Berlino faceva molto freddo, ma c’erano  migliaia di giovani per le strade, la birra scorreva a fiumi insieme all’euforia. Io piansi 

Lasciai l’Ungheria la notte dell’11 novembre. C’era una luna grandissima in cielo, quando arrivai a Fiumicino. Non la dimenticherò mai. Mi sembrava che il mondo avesse preso a girare meglio. Avevo già  il biglietto per Berlino. Presi regolarmente il mio volo che faceva scalo a Francoforte. E solo una volta arrivata lì, scoprii che il leggendario aeroporto delle nebbie e dello scambio delle spie , dal nome affascinante di Campo Bellissimo, “Schonefeld”, dove si doveva passare inevitabilmente quando si andava nella Ddr, era  stato appena chiuso. Ma a Berlino ci arrivai lo stesso. Mi fecero atterrare in uno scalo militare. Il taxi mi portò in città senza dover passare tutti i blocchi, come una volta.

A Berlino era molto freddo. Ma c’erano migliaia di giovani per le strade, che cantavano e suonavano, e ragazze che guardavano le vetrine del kudam con gli occhi sgranati, e i soldati inglesi  e americani che offrivano tè caldo ai passanti, i pub e i ristoranti aperti a tutti e gratis, con la birra che scorreva a fiumi insieme all’euforia. Piansi. Qualcosa di staordinario stava succedendo. E io ero lì.

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