Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Paul Valéry

Il futuro dell’ambiente è nell’economia rigenerativa e non nel capitalismo sfrenato

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Il passaggio dall’economia lineare a quella circolare non sarà né immediato né indolore. Ma l’Europa ci prova. Dal 1990 le pressioni globali sull’ambiente sono cresciute a un ritmo senza precedenti. La crescita economica e demografica, il cambiamento dei modelli di consumo, l’inquinamento e la questione climatica impongono un nuovo paradigma economico: dal capitalismo sfrenato del “prendere-trasformare-buttare” ad una forma economica “rigenerativa” in cui il rifiuto diventa nuova materia da reinserire nel processo produttivo, per l’appunto ciclico e non più lineare. riciclo-rifiuti

Il punto di partenza è l’ultimo anello della catena di produzione.

Si parte quindi dai rifiuti. La riduzione, il riutilizzo, riciclo e recupero rappresentano la sfida mondiale oltre che il business del XXI secolo. L’Ue si è data delle direttive, obiettivi e dei tempi per raggiungere significative percentuali di raccolta differenziata, ma lo spread tra i paesi dell’Europa a 28 è ancora alto e collegato ai differenti modelli di consumo. Secondo la recente analisi condotta da Eurostat a livello europeo, per il 2013 la produzione europea dei rifiuti si attesta su una media pro-capite di 481 kg, oscillando tra i 747 kg della Danimarca e i 272 della Romania. Dati, questi, che tuttavia dovrebbero essere analizzati in relazione ai differenti modelli di consumo, ricchezza economica e, non da ultimo, di raccolta e gestione dei rifiuti stessi. Nella classifica europea l’Italia sta nel mezzo (491 kg), superando di poco la media europea, ma registrando un progresso rispetto al 2003, quando ogni italiano produceva 524 kg di rifiuti, 33 kg più del 2013. Tuttavia, nonostante le importanti differenze tra paese e paese, la tendenza al riciclo piuttosto che allo sversamento in discarica è netta. Nel decennio 2003-2013, la produzione di rifiuti in Europa è diminuita di oltre 6 punti percentuali e anche i metodi di smaltimento sono cambiati. Nell’ultimo anno preso a riferimento, infatti, il 31% dei rifiuti è finito in discarica, il 28% è stato riciclato, il 26% incenerito, il 15% recuperato attraverso il compostaggio degli scarti organici. Dal 1995, sottolinea l’Eurostat, la percentuale dei rifiuti recuperata con il riciclaggio e il compostaggio è più che raddoppiata, passando dal 18% al 43% soprattutto grazie alle scelte di paesi come la Germania e la Slovenia, che superano il 60%.

Economia ed ambiente sembrano destinate a viaggiare in parallelo. Na non senza “resistenze”

La crisi economica non ha bloccato la crescita delle industrie verdi, raddoppiate nel primo decennio del 2000, contribuendo alla riduzione, seppur ancora troppo lenta, dei gas ad effetto serra (-19% rispetto al 1990 a fronte di una crescita economica del 45%). Eppure non basta. L’Ue necessita di politiche più “aggressive” per una maggiore sostenibilità e qualità ambientale. A questo dovevano servire le misure per l’economia circolare proposte nel luglio 2014 dall’ex commissario all’Ambiente Janez Potocnik, che dettavano obiettivi molto ambiziosi: 70% di riciclaggio dei rifiuti urbani, riduzione dell’80% degli imballaggi entro il 2030 e, dal 2025, il divieto di conferire in discarica gli scarti riciclabili. Con una previsione di crescita occupazionale di oltre 180 mila posti di lavoro entro il 2030 e la riduzione del 40% del gas serra. Ma lo scorso dicembre il dietrofront. La nuova Commissione ha infatti ritirato le proposte con la promessa del presidente Jean Claude Juncker di “farne di migliori il prossimo anno”. Nell’attesa di tempi e piani “migliori”, nel Rapporto 2015 dell’ Agenzia Ambientale Europea, si legge come “il livello di ambizione della politica ambientale esistente può essere insufficiente per raggiungere gli obiettivi ambientali a lungo termine dell’Europa”. I combustibili fossili continuano a rappresentare i tre quarti della fornitura energetica e la riduzione delle emissioni di gas serra previsti sono ritenuti come “attualmente insufficienti per portare l’Unione europea su un percorso verso il suo obiettivo 2050 di ridurre le emissioni dell’80-95%”. rifiuti1

Il percorso verso l’economia circolare è ancora lontano e “a lungo termine”

La sfida globale per i prossimi decenni richiederà profondi cambiamenti, tanto nelle politiche attuate che nelle tecnologie e negli stili di vita. Ma almeno il percorso è segnato. Innovazione, gestione integrata delle risorse, maggiore conoscenza, sostenibilità nelle politiche settoriali (energia, agricoltura, trasporti, industria), insieme alle innovazioni sociali come il “prosumerismo”, rappresentano, in una visione sistemica, la strada di transizione verso un modello circolare e sostenibile di produzione e di consumo, capace di garantire la resilienza dei sistemi naturali globali.

Erica Antonelli

L'Autore

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