Ecco qual è il problema del futuro:
quando lo guardi cambia perché lo hai guardato.

Lee Tamahori

A.A.A. L’Ue cerca esperti al passo con i tempi

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Ce li chiede l’Europa. Profili professionali al passo con i tempi, con la rete e le nuove tecnologie. Un’offerta occupazionale che, entro il 2020, si stima varrà fino a 1,3 milioni di posti di lavoro nell’euro-zona. I numeri sono promettenti e l’economia digitale è in espansione. Eppure, secondo la Commissione Europea, sono 900mila i posti di lavoro non occupati per mancanza di competenze e figure professionali qualificate. Anche guardando in casa nostra la situazione non cambia. Secondo una recente ricerca di Modis Italia, divisione del Gruppo Adecco specializzata nel recruiting in ambito Information and Communication Technologies (ICT), il 22% di queste posizioni aperte non trova candidati in Italia. Inoltre, più della metà dei neoassunti nell’ Ict nel nostro Paese è residente al Nord e le donne non arrivano al 20%.

È il digital mismatch

Ovvero il gap tra domanda e offerta di lavoro digitale, su cui pesa l’intervento dell’Unione Europea, che nel 2014 l’UE ha lanciato e-Skills for Jobs, la campagna di comunicazione e sensibilizzazione tra gli Stati membri in materia di competenze digitali e che culminerà a Roma il prossimo 30 ottobre.
A sostenere lo sviluppo e l’affermazione delle competenze digitali, in particolar modo tra le donne, anche la campagna ICTLadies. Da un recente studio condotto dalla Commissione europea – “Women active in the ICT sector” – emerge come in Europa su 1000 donne con una laurea, solo 29 sono in possesso di un diploma di Ict (rispetto a 95 uomini), ma di queste cui solo in 4, alla fine, lavorano nel settore. La sottorappresentazione delle donne nel settore dell’ICT non solo è sintomo di uno stereotipo ancora da superare, ma è soprattutto un danno economico: “se le donne accedessero ai digital jobs come gli uomini – si legge nel documento – il Pil europeo guadagnerebbe ogni anno circa 9 miliardi di euro”.

A mancare è l’offerta formativa

È la conclusione a cui arriva Anitec – l’Associazione Nazionale Industrie Informatica, Telecomunicazioni ed Elettronica di Consumo aderente a Confindustria – che sottolinea il calo degli iscritti presso facoltà tecnologiche e come ciò rappresenti “un paradosso in tempo di crisi e di disoccupazione crescente”. La soluzione sta tutta in un accrescimento del capitale umano. Per non perdere il treno dell’innovazione, al nostro Paese servono significativi cambiamenti nella proposta formativa (sia scolastica che professionalizzante), nel suo accesso e nelle sue modalità di erogazione, accanto ad un maggiore sostegno alla capacità di innovazione delle piccole e medie imprese e all’affermazione di una cultura dell’innovazione nella società e nel mondo produttivo. E a tale proposito vedremo, se e come, il Jobs Act di Renzi, una volta approvata la legge delega e fatti i decreti attuativi, sarà in grado di sanare questo digital mismatch.

Erica Antonelli

L'Autore

1 commento

  1. Diciamola tutta: in italia gli informatici scappano via e vanno all’estero. Si e’ vero, qui da noi un informatico trova facilmente lavoro.

    Un lavoro pero’ con paga ridicola ( gia’ il lordo e’ una frazione minima del lordo che puo’ prendere con la stessa specializzazione all’estero, con le troppe tasse che abbiamo poi il netto diventa lo stesso di un operaio generico ), i contratti poi, si finisce di solito nel metalmeccanico o se ti va bene nel commercio, ma non ne esiste uno specifico. E spesso c’e’ da fare i conti anche con un substrato imprenditoriale che giudica l’informatica solo un fastidio.

    Non parliamo poi delle richieste medie di lavoro che si trovano. Elenchi di competenze che solo un senior con 50 anni di esperienza puo’ avere talmente sono lunghi e specifici, ma intestati con “cerchiamo junior motivato, stipendio 150 euro lordi all’anno”

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