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Milan Kundera

Certificato halal. Il mercato islamico poco esplorato

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Non solo cibo ma anche abbigliamento, cosmetici e perfino gioielli: nella parola araba “halal”, che indica tutto ciò che è lecito secondo i dettami della shari’ah, la legge islamica, è racchiuso un vero e proprio universo. Provare ad esplorare questo universo è stato l’intento del primo forum italiano sull’economia halal, recentemente conclusosi a Torino. Due giorni e più di trenta relatori internazionali per facilitare incontri e scambi tra le realtà imprenditoriali locali e quelle internazionali, presentare una panoramica sulla finanza islamica in Europa e raccontare le esperienze italiane finora compiute. “In Italia – spiega Gianmarco Montanari, city manager del Comune di Torino – a fronte di una popolazione di 55 milioni di persone, vivono attualmente circa un milione e ottocentomila musulmani. Le nostre imprese non offrono praticamente nulla che sia specificamente rivolto a loro; per non parlare poi del turismo e della domanda estera”.

Prodotti certificati, numeri in crescita

halal ciboMa qualcosa anche nel nostro Paese, seppur timidamente, si è mosso negli ultimi anni. Non è stato un caso che l’ultimo forum mondiale sul cibo halal si sia tenuto quest’anno proprio a Roma, a fine settembre. Era il 2010 quando l’ex ministro dell’Agricoltura, Giancarlo Galan, annunciava i primi accordi per la certificazione di alimenti made in Italy secondo i precetti halal. Da allora, sempre più aziende, soprattutto nell’agro-alimentare, hanno voluto adeguarsi agli standard coranici. Halal Italy , filiale italiana dell’Halal International Authority, effettua controlli nel settore agro-alimentare, cosmetico, sanitario, farmaceutico, finanziario e assicurativo. Nel suo data base ci sono oramai centinaia di aziende italiane che hanno ottenuto la certificazione. Secondo alcuni dati diramati nel luglio scorso dal presidente di Halal Italy, Sharif Lorenzini, in Italia i consumatori halal sono 5 milioni circa, tra residenti e non residenti, e il settore del cibo halal fattura da solo circa 13 miliardi di euro, di cui 8 miliardi dall’esportazione e 5 dal mercato interno.

Un settore trascurato: il turismo halal

halal Un settore in particolare, però, sul quale avremmo ampi margini di miglioramento, sembra essere trascurato dagli imprenditori nostrani. E’ quello del turismo. Nel settembre scorso, a Granada, si è tenuta la prima conferenza europea sul turismo halal e la fotografia che ne è uscita, per il nostro Paese, non è stata lusinghiera: tutte le statistiche segnalano l’Italia tra i primi posti delle mete turistiche ambite dal mondo islamico ma la mancanza di servizi, a partire dai menù halal negli alberghi e nei ristoranti, dirotta la scelta finale su altri luoghi, come Spagna e Francia. Eppure si tratterebbe di un mercato da due miliardi circa di potenziali viaggiatori, che già adesso fa registrare un numero di turisti all’estero intorno alle 800 milioni di unità. Inoltre l’identikit del viaggiatore islamico è quello di un consumatore di alto profilo, di classe sociale medio/alta e con una propensione di spesa elevata. Per il momento, infatti, i turisti islamici provengono quasi tutti dalle aree mediorientali, dai paesi esportatori di petrolio come Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar, anche se iniziano a divenire interessanti i flussi da Iran, Indonesia, Turchia e Nord Africa.

Un intero lavoro da fare

“Qui siamo all’anno zero, c’è tanto da fare – afferma Lorenzini di Halal Italy – ci sono circuiti che si sono affermati ma scontano un problema di visibilità, a macchia di leopardo. Serve un’integrazione nella filiera del turismo halal fra attori che non possono essere solamente competitor intorno alla stessa torta ma portatori di valori che afferiscono al territorio”. Un esperimento di collaborazione tra strutture ricettive si trova oggi tra la Murgia e la Valle d’Itria, nel cuore della Puglia. In questa zona Antonio Prota, proprietario della masseria ‘Quis ut deus’, dopo aver adeguato la propria struttura alle esigenze halal, sta cercando di coinvolgere nell’intento anche tutte le altre masserie della regione, creando la rete Wo-Ma (Worldwide Masserie of Apulia) con il supporto dell’Assessorato al Turismo della Regione Puglia e delle Camere di Commercio. Adeguare le strutture ricettive, dalla ristorazione a base di ingredienti leciti per la legge islamica alle piscine per sole donne, dalla realizzazione di sale per la preghiera alla vendita del burkini, il costume da bagno indossato dalle donne di fede islamica: le sfide per gli operatori che volessero entrare nel mercato halal sono molteplici.

Halal Italia

Halal Italia, altro ente per la certificazione islamica, nato nel 2010 su iniziativa di alcuni italiani musulmani, per facilitare il compito a chi volesse imbarcarsi nell’impresa, ha da poco lanciato un nuovo standard di certificazione, appositamente dedicato agli operatori del settore turistico. Sul sito www.muslim-hospitality.it saranno poi a breve registrati, come su una vera e propria guida on line, tutti gli alberghi e ristoranti italiani rispondenti agli standard halal.
Giulia Di Stefano

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