Sogni, promesse volano... Ma poi cosa accadrà?

Gianni Rodari

Cina e Russia sempre più vicine/La storia. Il lungo gelo prima dell’innamoramento (II parte)

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FUTURO QUOTIDIANO pubblica un dossier a puntate sulle relazioni Cina Russia alla luce degli sviluppi economici e finanziari, ma anche geostrategici, che ci sono stati tra i due paesi  all’indomani della crisi Ucraina e in vista della visita che il presidente Vladimir Putin compirà a Pechino a giugno. Dopo la prima parte CINA- RUSSIA SEMPRE PIU’ VICINE. E SE IL PEGGIOR INCUBO DI KISSINGER DIVENTASSE REALTA’?, ecco una ricostruzione delle relazioni storiche tra i due paesi fino al 1989, anno della caduta del Muro di Berlino

 

Dal XVII secolo al crollo del Muro di Berlino

L’inizio delle relazioni diplomatiche tra Russia e Cina si fanno risalire al 1689, anno del Trattato di Nercinsk. Già nella stipula del trattato risultano evidenti gli interessi russi: l’espansionismo verso oriente, attraverso il tentativo di assoggettare le popolazioni mancesi e mongole che dal 1644 erano formalmente parte dell’impero Qing. Il trattato fissò il confine tra i due lungo il fiume Amur, fermando l’avanzata russa attraverso lo smantellamento delle fortificazioni di Albazin. Per quanto riguarda invece le popolazioni mongole, va detto che comunque anche a seguito della stipula del trattato la potenza zarista continuava ad armare gli Zungari (popolazione nomade mongola) in funzione anti cinese. Qui possiamo forse già intravedere una proto impostazione politica del “doppio filo” fortemente ambivalente tra il de iure e il de facto  a fronte dei trattati e delle dichiarazioni di intenti della Russia prima zarista e poi sovietica.

La sovranità cinese sui mongoli viene poi definitivamente riconosciuta dai russi nel 1727 con il trattato di Kjachta (allora Trokovask) stabilendo anche uno scambio commerciale basato su centri quali la stessa Kjachta e Mamaicheng. Gli scambi commerciali erano principalmente basati sullo scambio di pellicce(Russia – Cina) e cotone, seta e tè (Cina – Russia).

Fino all’ ingresso sulla scena della potenza giapponese, la relazione tra le due potenze era essenzialmente e vistosamente basata sull’interesse russo in Cina, e non viceversa: basti pensare che nel giro di 170 anni (1650 – 1820) il numero di ambascerie inviate dalla Russia a Pechino erano 11, contro le 13 inviate da tutti gli altri paesi europei attraverso le loro compagnie delle Indie.

Il tentativo di realizzare una via della seta settentrionale oppure di realizzare la cosiddetta “Moscovia” per collegare l’Europa alla Cina fu motivo di grande interesse per i gesuiti che vedevano la possibilità di estendere la propria evangelizzazione, fungendo anche da interpreti nelle relazioni diplomatiche tra i due paesi. Le speranze però di aprire un canale via terra con la Cina furono spazzate via dall’editto di Pietro il grande che espelleva i gesuiti dall’impero russo 1721.

Un’altra fase significativa si apre a seguito dello scoppio della prima guerra sino-giapponese nel 1894 per il controllo della Corea che avrebbe poi portato al trattato di Shimonoseki del 1895. In questa fase la Russia (insieme alla Germania e alla Francia) non ha più il ruolo di potenza espansionista nell’area che deve in qualche modo essere “contenuta” dalla Cina; bensì assurge al ruolo di potenza alleata in funzione antigiapponese. Infatti grazie all’intervento russo, tedesco e francese il Giappone la penisola di liaodong e Port Arthur (cin. Lushunhkou) ottenendo nel 1896 (accordo segreto con la Cina) concessioni ferroviarie in Manciuria e nel 1898 l’affitto di Port Arthur (Vladivostock poteva essere sfruttato solo d’inverno; Port Arthur tutto l’anno).

Vediamo  ancora in questi anni  come l’interesse russo per la Manciuria sia tutt’altro che affievolito: nel 1900 infatti, a seguito della “Rivolta dei Boxer”  vengono inviati in Manciuria 100.00 soldati russi. Al ritiro russo dalla Manciuria, se pur graduale e negoziato, si aggiunse anche la sconfitta militare inferta dai giapponesi (1904) che ridusse di fatto l’importanza russa nell’area sancendo di fatto il ruolo di potenza militare del Giappone in Asia. Inoltre siamo a qualche anno di distanza dalla prima rivoluzione russa (1905), che poi sarebbe sfociata nella rivoluzione bolscevica del ’17 e il conseguente riassetto  dell’establishment russo fece si da far concentrare il paese per alcuni anni sulle proprie problematiche interne.

Dopo il ’17 russo in Cina abbiamo una fase post repubblicana (1912) alla quale poi seguiranno le spaccature del fronte tra il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang, che dopo gli sconti del 1927 si alleano nuovamente in funzione antigiapponese (1937) per poi culminare in una nuova guerra civile che vede vittorioso il fornte guidato dal PCC con la proclamazione della Repubblica cinese nel 1949.

Ma quanto realmente il PCC era simile per finalità e gestione di una fase come quella della dittatura del proletariato al PCUS? Formalmente, da un punto di vista puramente ideologico erano partiti affini, soprattutto durante la direzione di Stalin, con rapporti freddi o addirittura apertamente ostili in epoca Kruscev.

I quattro anni dal 1945 fino al 1949 costituiscono il periodo della politica del “doppio filo” di Stalin: infatti dopo il ’45 l’intenzione del leader sovietico era quella di appoggiare formalmente il governo in esilio del Kuomintang, ma di fatto continuava a fronire armi ai comunisti cinesi. Una volta compreso che i comunisti avrebbero vinto la guerra civile, Stalin decise di appoggiare questi ultimi. La decisione fu definitivamente ratificata nell’accordo del 1950 (visita di Mao a Mosca) in cui si siglava un accordo trentennale (che poi non verrà rinnovato), in cui la Russia manteneva i privilegi derivategli dall’epoca zarista, con la promessa di aiuti sovietici per sviluppare l’industria cinese e la restituzione di Port Arthur alla Cina. Il deterioramento dei rapporti tra i deu paesi era comunque vicino; infatti con la presidenza Kruscev le cose sarebbero peggiorate e di sicuro le relazioni sarebbero rimaste tiepide anche in epoca Breznev. Dal ’53 al ’77 infatti i rapporti non migliorarono per vari motivi, ideologici (nel senso delle differenze di gestione del potere tra i due sistemi socialisti) e di politica estera (rapporto con gli USA e con altre realtà socialiste, per esempio). Da un lato Kruscev che tentava di destalinizzare l’Unione Sovietica, tentò di rilanciare un modello socialista per far si che il paese fosse ancora la guida del comunismo mondiale, condannando il revisionismo jugoslavo e anche il dogmatismo cinese (approfittando del fallimento politico di Mao e del suo “balzo in avanti”); da un altro la Cina invece tentò di fare breccia per spodestare la Russia del suo ruolo egemone di potenza socialista criticandola per le sue posizioni rispetto a Cuba e all’ Albania (con la quale la Cina stipulò un’accordo nel 62). Inoltre la Cina a seguito delle rivolte tibetane del 1960 mal sopportò la prosecuzione dei rapporti diplomatici tra Russia e India (paese ospite del Dalai Lama). Oltre a tutto ciò, la Cina cominciò a rivendicare i territori persi a seguito dei trattati con la Russia zarista. Se Kruscev aveva potuto rimproverare a Mao il fallimento della politica del grande balzo, Breznev, segretario del PCUS dal 1964 potette utilizzare come scusa per un attacco puramente ideologico la stagione della “Rivoluzione Culturale” cinese.

E’ nel 77 che di fatto riprende il dialogo tra le due potenze. In quel momento la Russia era debole dal punto di vista internazionale; infatti a seguito della rottura tra Russia e Cina gli Stati Uniti con Nixon il dialogo con la Cina interrotto dal 49. La Russia non aveva altra scelta che fare un processo di concessioni alla Cina per non rischiare l’isolamento: ad esempio l’uscita dall’ Afghanistan anche su pressione cinese, fino ad arrivare al discorso di Tashkent dell’82 in cui Breznev riconosceva apertamente,tra le altre cose, la sovranità di Pechino su Taiwan (nel frattempo la Cina aveva ottenuto un seggio all’ONU nel ’71). Questo porterà poi alla ripresa effettiva e completa dei rapporti in epoca Shevarnadze/Gorbaciov con la partecipazione congiunta al vertice di maggio 1989 con Deng Xiao Ping. Anche qui, ormai in fase completamente discendente, la Russia dovette accettare di fare pressione per il ritiro delle truppe vietnamiti dalla Cambogia e di ritirare il 75% delle proprie truppe dalla Mongolia.

 

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