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Milan Kundera

Cina-Russia sempre più vicine. E se il peggior incubo di Kissinger diventasse realtà?

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FUTURO QUOTIDIANO pubblica un dossier a puntate sulle relazioni Cina Russia alla luce degli sviluppi economici e finanziari, ma anche geostrategici, che ci sono stati tra i due paesi  all’indomani della crisi Ucraina e in vista della visita che il presidente Vladimir Putin compirà a Pechino a giugno.

bandiereCina e Russia non sono state mai così vicine come in questi ultimi due anni. La  luna di miele è cominciata nella primavera del 2014, con lo scoppio della crisi ucraina. Da quel momento le relazioni -non solo commerciali- tra i due paesi sono andate a tal punto intensificandosi che c’è chi sostiene che non si possa escludere l’ipotesi che,  alla fine, questo feeling si trasformi anche in un’alleanza politico-militare. Negli anni della Guerra Fredda la possibilità che si costituisse un’asse Pechino Mosca fu il peggior incubo di Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza e segretario di stato americano dal 1969 al 1977, premio Nobel per la pace 1973,  deus ex machina del disgelo tra Stati Uniti e Cina e grande teorico del negoziato permanente. Oggi quell’incubo – incubo almeno da un punto di vista statunitense e più in generale occidentale- torna, secondo alcuni osservatori, a profilarsi all’orizzonte. Ed è ancora una volta Kissinger, alla bella età di 93 anni ma ancora in pista, a mettere in guardia Washington, ricordando che la chiave per il predominio americano nel mondo è la dis-unità dell’Eurasia. E’ anche questo il senso della visita che l’inossidabile policy maker americano  ha compiuto a Mosca il 3 febbraio scorso per incontrare Vladimir Putin e convincerlo ad abbondare la partita dell’Ucraina, che ha indotto l’Occidente a imporre sanzioni a Mosca e la Russia a guardare ad est per rafforzare i punti più vulnerabile della sua economia: dipendenza dal mercato europeo dell’energia,  dipendenza dai mercati dei capitali occidentali, dipendenza nel settore tecnologico. La scelta del Cremlino di rivolgersi a Pechino è stata tempestiva e ha sortito ottimi e concreti risultati. Mosca ha portato a casa una serie di accordi importanti: l’accordo da 400 mld sul gas che esporterà in Cina; l’accordo sui contratti finanziari derivati da 25, 5 mld di dollari; l’accordo da 3 mld di dollari per la vendita a Pechino di 24 caccia multiruolo Su-35. E tutto questo in  cambio di una forte partecipazione cinese ai progetti per la realizzazione di infrastrutture.

Le premesse ci sono tutte per la nascita di  un’intesa che vada al di là delle relazioni commerciali. Una soft alliance, come l’ha definita Alexander Gabuev, che mette in guardia anche l’Europa dal rischio che potrebbe derivare da questo nuovo asse orientale che va di giorno in giorno rafforzandosi. Gabuev scrive: “Più a lungo la Russia è costretta a orientarsi verso la Cina, maggiori saranno le conseguenze. Alcuni elementi chiave come gli accordi sugli armamenti e il controllo cinese di risorse fondamentali potranno diventare irreversibili e avere un lungo effetto sulla Russia, sugli interessi europei, sulla sicurezza globale, anche dopo che Putin se ne sarà andato” . Prevede l’analista che le relazioni tra Cina e Russia si intensificheranno ma che anche la dipendenza della Russia dalla Cina aumenterà. Per la Russia la Cina, secondo Gabuev, non sostituirà l’Europa ma certamente segnerà un nuovo passo nella sua  politica estera ed economica.  La logica del Cremlino, sostiene,  è concentrata su un regime di sopravvivenza piuttosto che su interessi nazionali a lunga scadenza e questo renderà  la Cina più forte. In definitiva, le relazioni future tra i due paesi sono destinate ad avere un impatto importante  sugli interessi europei e potrebbero avere avere ripercussioni sull’attuale ordine mondiale. Fino ad oggi l’Europa è stata portata a guardare al rapporto tra  Cina e Russia come a un mero rapporto di interesse economico e commerciale. Ma ora qualcosa sta cambiano e il Vecchio Continente deve tenersi pronto. Quel che si diceva della Cina e cioè che non sia  interessata a fare alleanze ma business, varrà anche domani? Alcuni politologi segnalano sostanziali cambiamenti in atto nella politica estera del gigante rosso. Il  paese, fanno osservare, è attivamente presente nel sistema internazionale, attraverso una vera e propria costellazione di istituzioni impegnate a promuovere all’estero gli interessi nazionali ed è i emblematico che l’attuale presidente XI Jinping abbia guidato lo scorso ottobre una sessione di studi sulla governance globale.

mappaLa crisi globale del 2008-2009, nel corso della quale Mosca sperimentò tre shock economici provocati dal  basso prezzo del petrolio, dai problemi di liquidità dell’Occidente e dall’ indebolimento della domanda interna, indusse sia le aziende di stato che private russe, bisognose di capitali, a rivolgersi alla Cina. Nell’autunno del 2009 la  Rosneft e l’industria statale russa Transneft chiesero in prestito 25 mln di dollari alla  China Development Bank   in cambio di energia promettendo 15 ml di tonnellate di petrolio l’anno per il 2011 2015. Il contratto includeva anche la costruzione di due gasdotti. In pochi mesi la Cina divenne il più importante partner commerciale della Russia, secondo solo alla Ue. Il Pil della Russia crollò del 9% e quello della Cina crebbe dell’8,7%. Mosca, a partire da quel momento, cominciò a negoziare con Pechino anche cheap loan mentre la Rusal, il gigante dell’alluminio russo, lanciò la prima offerta pubblica iniziale sulla borsa di Hong Kong . Nacquero joint venture tra la China Investment Corporation   e la   Russian   Direct   Investment   Fund  e Mosca e Pechino siglarono anche un ambizioso programma di cooperazione regionale. Ma le riserve della Russia nei confronti della Cina erano ancora molto forti.  Il Cremlino continuò a mantenere i limiti informali sugli investimenti cinesi sul suo territorio, vietando l’acquisto di risorse strategiche (petrolio e gas), la partecipazione ai progetti per la realizzazione di infrastrutture, l’export dell’industria automobilistica. Intanto, per effetto della crisi globale, l’economia russa rallentò ulteriormente, il Pil  aumentò solo dell’1,3% molto al di sotto delle previsioni governative che avevano profetizzato un + 5% a inizio dell’anno. E le grandi imprese e industrie russe cominciarono a guardare con interesse crescente alla Cina. E così il Cremlino.

“Sono convinto che la crescita dell’economia cinese non sia una minaccia, ma una sfida che ha un enorme potenziale nella cooperazione nel campo degli affari, e la possibilità anche di gonfiare le “vele” dell’economia russa con il “vento cinese”. La Russia dovrebbe stabilire più attivi legami di collaborazione con la Cina, che unisce il potenziale tecnologico e industriale dei due paesi e sfruttando, ovviamente in modo intelligente, il potenziale della Cina per la ripresa economica della Siberia e dell’estremo oriente della Russia”.  E’ quanto si legge in un articolo a firma di Putin, pubblicato nel marzo del 2012 prima del vertice dell’Apec, durante il quale il leader russo ufficializzerà questa linea.

“I due paesi – proseguiva il presidente russo – continueranno ad aiutarsi a vicenda a livello internazionale, regolando congiuntamente i problemi regionali e globali più acuti, rafforzando la cooperazione in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), la Shanghai Cooperation Organization (SCO), il G20 e altre agenzie multilaterali”.  E ancora, confermando la soluzione della disputa sui confini, Putin aggiungeva: “Le relazioni tra la Russia e la Cina non sono certo prive di problemi. Degli attriti nascono di volta in volta. Gli interessi commerciali di entrambi gli Stati in paesi terzi, non sempre coincidono, la Russia non è pienamente soddisfatta dalla struttura commerciale e del basso livello degli investimenti reciproci. La Russia si sta preparando a monitorare i flussi migratori dalla Cina. Tuttavia, la mia idea chiave è questa: la Russia ha bisogno di una Cina prospera e stabile, e sono fiducioso che la Cina, a sua volta, abbia bisogno di una Russia forte e prospera”.

Non era ancora scoppiata la crisi ucraina. Quando ciò accadrà, nella primavera del 2014, per Mosca puntare tutto sulla Cina non sarà un’avventura. Il terreno per questa svolta era pronto, le basi erano state gettate. Tuttavia, fin dall’inizio del conflitto, il Cremlino cominciò a valutarne le implicazioni economiche e durante una serie di sessioni studio vennero messi in bilancio i possibili effetti delle sanzioni. Gli analisti individuarono subito i tre nodi che sarebbero venuti al pettine: dipendenza critica dall’Europa per il mercato energia; dipendenza critica  dall’ Europa per le tecnologie, trivellazioni comprese;  e telecomunicazioni. C’era la consapevolezza che l’Occidente non sarebbe stato accomodante con la Russia e che alla Russia non rimanesse che essere accomodante con la Cina, sia pure nelle vesti di partner junior. Anche il gruppo ristretto dirigente della Commissione esteri del  Politburo del Partito comunista cinese,  analizzò la situazione nel corso di una serie di riunioni ad alcune delle quali prese parte Xi Jinping. L’ elite della politica estera cinese soppesò opportunità e rischi di un tale avvicinamento alla Russia e concluse che la crisi Ucraina, in termini geopolitici, avrebbe sortito l’effetto  di distrarre gli Stati Uniti dalle mosse cinesi nel Pacifico e in Asia. Così tra i due paesi si è instaurato anche un nuovo tipo di relazioni. Putin si è recato a Shanghai nel maggio 2014 e ha siglato 46 documenti. Il primo ministro  Li  Keqiang  ha visitato Mosca nell’ottobre successivo e firmato 38 accordi. Nel  novembre  dello stesso anno Putin ha partecipato Pechino al summit dell’Apec e ha sottoscritto altri 17 accordi. Il leader russo è tornato in Cina nel settembre del 2015 per i 70 anni dell’ anniversario della resa del Giappone, ad attenderlo la sigla di oltre 30  documenti di cooperazione bilaterale e discussioni su temi di rilevanza internazionale.

Tre le sfere strategiche di interesse: energia, finanza, infrastrutture-tecnologia.

Energia

L’accordo a lungo atteso per il gas venne siglato nel corso della visita di Putin a Shangai. Gazprom ha firmato  un contratto da 400 mld di dollari (questa la cifra ufficiosamente circolata) in cui si è impegnato a vendere alla Cina gas proveniente dai due campi siberiani di  Kovykta  e Chayanda, attraverso il gasdotto  Sila  Sibiri, che trasporterà annualmente 38bcm fino al 2030. Per arrivare alla sigla sono state necessarie forti pressioni politiche da parte di Putin e di Xi.

Durante la successiva visita di Putin a Pechino Gazprom e Cnpc firmarono un accordo quadro per la costruzione di un secondo gasdotto capace di trasportare 30 bcm l’anno dai campi della Siberia Occidentale. Gazprom sta ora valutando di abbandonare il progetto per la realizzazione di un gasdotto che avrebbe dovuto collegare l’isola di Sakhalin a Vladivostok per investire invece su una conduttura che viaggi in direzione della Cina.

L’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) mostra che alla fine del 2015 la Cina è diventata anche il più grande importatore  di petrolio della Russia. Prima della guerra delle sanzioni, era la Germania il primo acquirente di greggio russo, e l’Arabia Saudita il maggior fornitore di Pechino. Le forniture hanno luogo  via treno dalla Russia e attraverso  l’oleodotto ESPO,  e hanno superato il milione di barili al giorno, mentre le spedizioni lungo l’oleodotto Daqing-Skovorodino hanno raggiunto i 350 mila barili quotidiani. Le statistiche mostrano che la domanda del secondo più grande consumatore di petrolio al mondo è in aumento. Le importazioni di greggio da parte di Pechino hanno raggiunto un massimo storico nel 2015 di 6,7 milioni di barili al giorno.Le esportazioni russe verso la Cina sono più che raddoppiate negli ultimi cinque anni, aumentando di 550.000 barili al giorno. Nel dicembre Pechino ha acquistato 4,81 milioni di tonnellate di petrolio greggio dalla Russia. Il volume è aumentato del 30 per cento rispetto all’anno precedente. Gli esperti dicono che le importazioni cinesi di petrolio russo rischiano di rimanere elevate nei prossimi anni a causa dei contratti di fornitura a lungo termine di greggio.

Finanza

Le sanzioni imposte dall’Occidente a Mosca nel  luglio 2014 hanno ristretto per alcune istituzioni statali russe di primaria importanza l’accesso ai mercati del capitale occidentale, cosa che ha portato anche, in considerazione del rischio paese, alla chiusura delle porte dei centri finanziari di Londra e New York alle compagnie private che si sono viste negare prestiti. La Russia si è rivolta a Pechino per discutere la sostituzione dei crediti occidentali.

I  due paesi hanno cominciato anche a valutare la possibilità di aumentare sempre più il ruolo delle monete nazionali nel commercio bilaterale per  diminuire la dipendenza dall’euro e dal dollaro. Nel settembre 2014 il viceministro delle Finanze di Mosca Alexey Moiseev annunciò che l’obiettivo  di entrambi gli stati era  quello di arrivare a coprire con le loro monete correnti il 50% degli scambi commerciali – nel 2013 lo scambio in moneta nazionali rappresentava il 2% – sostenendo che questo si sarebbe tradotto per i buyers in un vantaggio economico calcolato tra il 5 e il 7%. Ora la Cina starebbe cercando di comprare petrolio dei campi di Vankor in renminbi. Sebbene la Cina abbia diversificato si + rivelato difficile rimpiazzare londra e ny con Hong kong e  Shanghai, dove le compagnie straniere sono ancora incapaci di piazzare le loro azioni o bond.

Banche

Le banche cinesi concedono prestiti soprattutto alle imprese nazionali. E questo rende difficile l’accesso al credito per le compagnie russe, a meno che non siano coinvolte nella realizzazione di progetti comuni. Tanto più dopo la campagna anticorruzione lanciata nel 2013 dal presidente Xi, che ha provocato un giro di vite all’interno degli istituti finanziari cinesi nell’utilizzo dei capitali.

Infrastrutture

Un’altra area in cui si è intensificata la collaborazione economica tra la Russia e la Cina dopo la crisi Ucraina è il settore delle infrastrutture e della tecnologia. Dopo 15 anni di bando informale alla partecipazione cinese nei progetti russi, dovuto al timore di Mosca della grande competitività di Pechino e di un aumento del flusso immigratorio nel paese- la situazione è completamente rientrata. La   Chinese   Railway   Construction   Corporation   (CRCC) ha espresso interesse nella costruzione di nuove stazioni della Metropolitana di Mosca e potrebbe anche partecipare alla costruzione della prima linea ad alta velocità russa. Sul fronte tecnologico, la Russia è interessata a scambi di tecnologia per il settore comunicazioni e per il settore militare.

Alcune riflessioni

Ma se le relazioni Cina-Russia sono fortemente concentrate sull’economia e si sono intensificate a causa della necessità del Cremlino di trovare un alternativa ai mercati europei, anche  la politica gioca  un ruolo importante. Pechino e Mosca sono entrambe interessate a contenere la presenza americana in Asia, dove hanno cominciato a tenere esercitazioni militari congiunte. Ma entrambi i paesi non sono interessati ad aprire fronti caldi nell’area. Piuttosto l’alleanza ha più probabilità, secondo alcuni analisti, di espandersi in altra direzione: la cooperazione in Asia centrale; la ricerca di alternative alle istituzioni nate da Bretton Woods, l’aumento di collaborazione sugli affari economici interni.

Mosca era preoccupata fino a poco tempo fa del fatto che gli ex stati sovietici avessero cominciato a far capo alla Cina. Non sopportava per esempio l’idea della creazione di una banca per lo sviluppo che facesse capo allo Sco, Shanghai  Cooperation  Organisation, avesse come quartier generale Pechino e fosse finanziata dalla Cina, o progetti per collegare l’Europa alla Cina Occidentale, attraverso l’Asia Centrale. Ora la situazione è cambiata e Mosca è pronta ad accettare il nuovo ruolo della Cina come principale player economico nella regione  e spera di poter accedere alle risorse finanziarie per lo sviluppo dell’Asia centrale. Putin ha anche dato luce verde al progetto della Nuova via della Seta, che è una priorità della politica estera di Xi dal 2013 e ha accettato di  includere nello schema il progetto della Trans-Siberian e della ferrovia Bajkal Amur. La sua speranza non è certo quella di agire come maggiore potenza nella regione  ma di proporsi come provider della sicurezza attraverso la Collective  Security  Treaty  Organization e dell’integrazione economica attraverso la sua Eurasian Economic Union.

Per quanto riguarda l’alternativa cinese alle istituzioni nate  Bretton Woods, ossia Fmi e Banca Mondiale, la Russia ha partecipato alla  creazione della Nuova Banca di sviluppo, voluta da Pechino, e della quale fa parte insieme a Cina, appunto, Brasile,  India e Sudafrica. Il nuovo organismo è stato varato nel lungo scorso a Shanghai con l’obiettivo di  finanziare la collaborazione tra nazioni che rappresentano il 25% del Pil globale. Una sfida alla  Banca mondiale, considerata “americanocentrica”. La dotazione di partenza della banca, 50 miliardi di dollari, salirà a 100 nei prossimi due anni. Al contrario della Banca mondiale, dove i diritti di voto sono proporzionali al capitale investito, ogni Paese vale uno e non è previsto il diritto di veto. L’istituzione va ad affiancarsi ad un altro organismo creato dalla Cina e inaugurato nell’ottobre 2014: la Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture (AIIB), con sede a Pechino, che si propone di fornire e sviluppare progetti di infrastrutture nella regione Asia-Pacifico attraverso la promozione dello sviluppo economico-sociale della regione e contribuendo alla crescita mondiale. Sono 57 i paesi che vi hanno aderito con lo status di membri fondatori, tra cui  la Russia, ma anche tantissime nazioni occidentali, tra le quali anche l’Italia.

Sul fronte  interno, Cina e Russia hanno avviato anche una fortissimo cooperazione sul monitoraggio e l’utilizzo di Internet, di cui entrambe, alla luce della Primavera araba, temono il potenziale ruolo. E la Russia sta adottando lo schema di modello dei provider usato in Cina. E’ in programma anche tra i due paesi un accordo per la cybersicurity.

Prospettive

Fino a questo momento le relazioni Russia-Cina sembrano destinate a rafforzarsi e ad ampliarsi. Dal punto di vista della Russia, la Cina non potrà certo rimpiazzare la partnership con l’Europa, ma sicuramente rappresenta una garanzia per Mosca sul mantenimento nel paese del livello minimo di ricchezza e sulla stabilità del regime di Putin. Certo potrebbe trovarsi a fare i conti con un aumento della forza lavoro cinese, dovuto all’aumento della partecipazione di Pechino alla realizzazione delle infrastrutture; con aumento della dipendenza dalla Cina nelle relazioni estere in particolare con i paesi asiatici, Giappone e  Corea del Sud sono alleati degli Stati Uniti e Mosca potrebbe concentrarsi su Vietnam e India, ma questo potrebbe allarmare Pechino.

Dal punto di vista della Cina, la crisi ucraina è stata una grande opportunità: Pechino ora attraverso le risorse garantite dalla Russia, diventata partner junior, può lavorare ad aumentare il suo status di grande potenza nella Asia e nel Pacifico. Non solo. Nulla esclude la possibilità di mantener relazioni importanti con gli Stati Uniti, anzi la Cina potrebbe aspirare a proporsi come mediatore tra Cremlino e Occidente, anche se c’è preoccupazione tra i top manager del paese sulla possibilità che gli Stati Uniti decidano di estendere le sanzioni a chi fa affari con Mosca.

Gli interessi in Medio Oriente

Membro permanente, con la Russia, del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la Cina ha bloccato tutte le risoluzioni contro il regime di Damasco. E per quanto abbia inizialmente  smentito  l’invio di militari e navi da guerra nel Mediterraneo, definendole «speculazioni senza senso», in sostegno ai russi, media libanesi e anche siti vicini ai servizi israeliani hanno segnalato la presenza nei mesi scorsi di  unità cinesi sulle coste siriane e l’arrivo in ottobre nel porto di Tarturs della portaerei cinese Liaoning-CV-16 scortata da un incrociatore lanciamissili.  E’ probabile, è stato detto,  che la  nomenclatura comunista voglia mostrare i muscoli, fissare bandierine in una regione di suo crescente interesse strategico,  ed economico. La Cina interessata, per ragioni di sicurezza, a stroncare il proliferare del terrorismo islamico nella regione. Come in Russia, che ha migliaia di combattenti nell’Isis soprattutto dall’area caucasica, tra la minoranza uigura islamica, circa 8 milioni e mezzo di cinesi nella regione occidentale del Xinjiang, ha attecchito il proselitismo del Califfato: nel 2014 Abu Bakr al Baghdadi li ha chiamati a liberarsi dall’oppressione di Pechino e si stimano in oltre 1.000 i combattenti cinesi finiti nell’Isis, attraverso gli hub di Hong Kong e Malesia. Per la Cina, una bomba a orologeria di possibili, nuovi attentati interni. A lungo termine, c’è poi l’esigenza di allargare, al fianco dei russi e degli iraniani, l’influenza in un’area, il Medio Oriente, ricca delle risorse di petrolio e gas delle quali la Cina priva – se si esclude il turbolento Xinjiang – di idrocarburi è affamata. Uno spazio vitale, per il  gigante asiatico che in Iraq stava spiccando come maggiore investitore, dopo il disimpegno americano nell’area. Nel 2013 Pechino aveva superato Washington per import di greggio dall’Iraq, circa 299 milioni di barili l’anno estratti dal colosso statale cinese. E l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) era arrivata a definire il commercio di petrolio tra Baghdad e Pechino una «nuova via della seta».  Nei due anni di mandato, il presidente cinese Xi ha posto massima priorità nell’espansione delle relazioni commerciali con le potenze petrolifere dell’Asia centrale e mediorientale. E con  l’attivismo di Putin, il cosiddetto Gruppo di Shanghai (la Shanghai cooperation organisation tra Kazakistan, Cina, Kirghizistan, Tagikistan e Russia) per la cooperazione economica e anche militare ha ora l’occasione di allargare la sua sfera a occidente, erodendo terreno agli Usa. A conferma dell’interesse cinese di sostenere l’alleanza russa in Siria anche la nomina, il 29 marzo scorso, di un inviato speciale per la Siria. Pechino ha scelto Xie Xiaoyan, ex ambasciatore in Etiopia e presso l’Unione africana, come rappresentante ai negoziati per la pace in Siria.

Ultimo atto  nelle relazioni Russia Cina l’annuncio della visita di Vladimir Putin a Pechino nel mese di giugno, annunciata da Sergei Ivanov, capo di gabinetto dell’amministrazione presidenziale russa.  (PRIMA PARTE)

di Velia Iacovino, Giulia Zito, Francesco Zenga

 

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