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Gianni Rodari

Cinem. Equals: se i sentimenti umani fossero una malattia?

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E’ uscito nei nostri cinema il 4 agosto 2016, Equals è il quarto film del giovane regista Drake Doremus (1983) già premiato al Sundance festival (il festival del cinema indipendente) con “Like Crazy”.

Anche in questo film si racconta di un storia d’amore, stavolta però ambientata in un contesto fantascientifico. Nel futuro descritto dal cineasta californiano gli esseri umani (Equals) conducono un’esistenza priva di qualsiasi emozione e sono destinati a svolgere ripetutamente i loro compiti come se fossero delle macchine, mantenendo tra loro rapporti di indifferente cordialità, gli stessi che potrebbero essere replicati artificialmente da un robot. Fin dalla nascita, infatti, sono stati privati della capacità emotiva tramite la somministrazione di inibitori. Ma l’effetto di questi farmaci non è perfetto né perenne. In molti soggetti, infatti, i sentimenti si “risvegliano” all’improvviso provocando gravi traumi, dovuti  a sensazioni sconosciute quali odio, amore, rabbia, frustrazione: turbamenti mai provati prima dagli Equals, che, inevitabilmente, rendono le persone che li sperimentano,  diverse da tutte le altre, emarginandole e ostacolando i loro studi e la loro produttività. Non a caso il sistema li considera “malati” e viene loro diagnosticata la S.O.S, una pericolosa sindrome molto difficile da curare, che se arrivata al quarto stadio va contrastata con l’isolamento in uno speciale “ospedale psichiatrico”, da cui nessuno è mai tornato indietro.

I due protagonisti Nia e Silas, vivono sulla loro pelle questa situazione, innamorandosi l’uno dell’altra, in una società in cui l’amore è proibito.

Con una fotografia fredda dalle tinte blu-azzurre, a partire dal colore dell’iride dei due convincenti protagonisti (Nicholas Hoult e Kristien Stewart), il regista Dormeus si cimenta con un tema caro alla fantascienza. Non si tratta, infatti, di un soggetto nuovo né originale: tra gli illustri precedenti “La fuga di Logan”, “Zardoz” e soprattutto “L’uomo che fuggì dal futuro” ( di G.Lucas) che ricorda moltissimo questa pellicola non solo per la trama, ma anche per alcune scene.

Nonostante il confronto col passato non fosse affatto facile, Equals riesce comunque ad offrire una sua visione sull’argomento. Lo fa concentrandosi sul graduale risveglio delle emozioni nei protagonisti. E’ così che nella prima parte del film il regista segue la vita ripetitiva e alienante di Silas, il cui sguardo è dapprima rivolto verso una routine vuota, in cui si annulla la sua personalità. Un avvenimento: il suicidio di un uomo malato di S.O.S (molto frequente tra chi ne è affetto) comincerà a cambiare la sua vita. Non tanto per il fatto che l’uomo si sia ucciso, il che lascia Silas abbastanza indifferente; quanto l’ aver visto che un’altra persona, Nia, la donna di cui presto si innamorerà, avesse provato emozioni nell’osservare quella scena. Da quel momento, i suoi occhi prima disattenti agli altri, vorranno seguire ogni movimento, espressione e abitudine della donna: un moto istintivo che da semplice curiosità diventerà sempre più intenso, a tratti ossessivo, fino a non dargli più  tregua.

Con grande sensibilità il regista rappresenta le fasi dell’innamoramento dei due giovani, che è un primo innamoramento “per eccellenza”, in quanto, a causa dei condizionamenti morali e fisici della società in cui essi vivono, nessuno dei due avrebbe mai potuto immaginare di provare simili emozioni verso qualcun altro, né che queste emozioni potessero essere così preziose, al punto da diventare irrinunciabili una volta conosciute.

Dormeus si trova a proprio agio nel descrivere le loro paure, le loro ansie, le loro speranze, il loro dolore, causati prima dal senso di colpa per qualcosa che ritengono sbagliato e di cui hanno paura (l’amore all’inizio è per loro una malattia); poi dall’essere costretti a reprimere i loro desideri, intraprendendo una relazione clandestina. Una sofferenza a tratti lacerante che gli attori assecondano con bravura e credibilità. Probabilmente la migliore prova di Nicholas Hoult dopo “About a boy” (in cui era ragazzino) e “A single man”. Mentre per Kristen Stewart , che qui incarna una bellezza semplice, senza trucco, dal viso spesso sofferto e scavato, è una buona parentesi per allontanarsi  dal possibile stigma della serie Twilight.  Il regista filma con delicatezza le sfumature emotive che legano i due protagonisti, che spesso si sfiorano solo con gli occhi o col pensiero. Al centro della pellicola vi sono i loro dialoghi, il loro incontri, i loro sguardi, fugaci e intensi, incorniciati da una bella fotografia “blu” che in alcune scene si tinge di tiepidi riflessi arancioni, come per rappresentare il riaffiorare di qualcosa che può a tratti interrompere l’originale neutralità e indifferenza delle colorazioni fredde, metafora dell’inibizione.

Ben costruito anche il finale. Per nulla patetico, nonostante si parli per lo più di emozioni.

Un tema, quello della repressione dei sentimenti umani che è stato affrontato anche da un altro recente film di fantascienza:“Il mondo di Jonas”, tratto dal romanzo di Loys Lowrie che racconta di un’umanità incapace di amare, in cui solo ad alcuni soggetti appositamente scelti viene assegnato il compito di essere “Accoglitori di Memorie”, gli unici a cui viene permesso di “riattivare” le proprie sensazioni.  Essi detengono i ricordi, la cultura e la storia della comunità,  sopportando da soli il peso della conoscenza.  Il protagonista Jonas viene scelto per questo ruolo. Come Silas in Equals si innamora di una ragazza. Sarà portato a riflettere sulla società in cui vive e sui limiti della stessa, scegliendo se assecondarla o ribellarsi contro di essa.

In “Equilibrium” (del 2002), invece, provare emozioni è considerato reato e gli esseri umani assumono il Prozium, un farmaco che inibisce le loro sensazioni. In tale regime dittatoriale, in cui è vietato anche qualsiasi oggetto che possa suscitare emozioni (tra cui i libri e le opere d’arte) esiste un corpo specializzato, che caccia ed elimina i soggetti che si sono macchiati di “delitti empatici”. Il protagonista (Christian Bale) è uno di questi agenti. Ben presto però (come in Farheneit 451) passerà dall’altra parte della barricata, rendendosi conto di cosa significhi provare gioia, meraviglia e dolore, realizzando amaramente di aver ucciso uomini e donne migliori di lui, perché non assoggettati all’alienazione imposta dal sistema.

 

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