Ecco qual è il problema del futuro:
quando lo guardi cambia perché lo hai guardato.

Lee Tamahori

Dalla saga di “Stelle Danzanti” al design. Le “Trasmutazioni” dello scrittore Gabriele Marconi/Intervista

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La tradizione popolare vede nella figura dell’alchimista una sorta di mago capace di mutare il rozzo metallo in oro. In realtà, la trasmutazione è qualcosa di molto più nobile e ambizioso: l’alchimista non è altro che l’Uomo intento a evolvere e trasformare la sua “macchina biologica”, emanando intorno a sé un magnetismo che agisce in maniera benefica su coloro che lo circondano. E lo fa indipendentemente dalla sua volontà, perché tale capacità gli è conferita in conseguenza del servizio all’umanità da lui prestato nelle vite precedenti: il Fuoco interiore “brucia” – trasmutando – i vecchi atomi dei suoi corpi eterico, astrale e mentale, affinché altri atomi di un ordine più elevato possano crearsi. La trasmutazione del Piombo in Oro a opera del Fuoco, quindi, non è altro che la metafora di una ascesa spirituale. Ma Il passaggio può anche essere inverso e riguardare un percorso che porta dal mondo delle Idee a quello della Materia, purché la si nobiliti.

Questo è quanto dimostrato dallo scrittore Gabriele Marconi che, attraverso la mostra “Trasmutazioni” (fino al 15 luglio, presso la galleria Evasioni Art Studio, via de’ Delfini 23 – piazza Margana, Roma), dimostra come elementi grezzi della natura possano elevarsi a opere d’arte e di design. Il tutto, in un dialogo costante con i suoi archetipi e riferimenti letterari, ma anche con le opere delle artiste Kristina Milakovic e Giulia Spernazza.

Qual è l’ispirazione che porta lo scrittore di saghe di successo come quella delle ‘Stelle Danzanti’ a ‘trasmutare’ elementi della natura in oggetti d’arte e di design?

“La trasmutazione – spiega Marconi – è il più alto approdo della ricerca alchemica. Raggiungere quel traguardo significa percorrere una strada lunga e difficile, nella quale l’adepto si trova di fronte a prove e sfide che necessitano di capacità, arti e volontà. Capacità che vanno al di là di quelle note e che spesso esulano (apparentemente) dalle virtù proprie dell’operatore. Lo stesso, in un certo senso, vale per la scrittura”.

Perché la scelta di elementi naturali?

“L’elemento naturale, in TRASMUTAZIONI, assume nuove forme e testimonia il percorso dell’Artifex, capace di legare con materiali industriali e di design come il plexiglas ad una foglia seccata dal sole o un legno portato dal mare, creando un manufatto evocativo e nuovo. Pezzi unici che nascono da una visione, dalla ricerca e dal lavoro artigianale. Proprio come la materia che si trasforma – sempre – riflettendo l’evoluzione dello spirito umano”.

Parliamo ora delle singole opere, le lampade. Partiamo da Atikram, cosa significa?

Atikram è un vocabolo sanscrito che indica il sorpassare, l’andare oltre e deriva dalla radice indoeuropea AT = si muove tremolante, fiamma.  E Atikram è il nome di questa lampada che ripropone la potenza suggestiva della fiamma che illumina la notte, così come il fuoco interiore dà luce ed energia al nostro cambiamento, al nostro andare oltre. Qui la fiamma è ottenuta da un sapiente assemblaggio di foglie d’agave: il sole le ha lignificate, privandole della linfa vitale con la potenza del proprio calore, ma io le ho volute trasformare in una rappresentazione di quel fuoco cosmico che le aveva seccate. La luce – una striscia di led – è inserita in un tubo di Perspex (dal latino perspicio = vedo attraverso), più chiaro del vetro stesso, a simboleggiare la trasparenza sublime dello spirito che, rigenerato dal fuoco, ha sorpassato la corruzione della materia e ha finalmente raggiunto la contemplazione della Luce Cosmica”.

La “Rosa della sabbia”, invece?

“La palma è la signora dell’oasi, con le sue foglie che offrono ombra e riparo dal sole implacabile del deserto. E nel loro ciclo vitale le vecchie foglie palmate devono fare spazio a quelle nuove, cedendo infine alla forza invincibile del sole, ma restando attaccate al fusto proteggendolo, finché, completamente secche, non cadono, lasciando sul fusto quelle incisioni che segnano l’aspetto caratteristico della palma: morendo la plasmano. La Rosa della sabbia è un omaggio, perciò, al sacrificio delle foglie vecchie coperte dalle dune, che in questa lampada tornano a proteggere dalla luce – la lampadina nel cilindro di Perspex, brillante come un piccolo sole – come quando erano ancora vive e profumate. La forma simile alla mano umana (per questo la superficie ventrale si chiama “palmo”) di quattro basi delle foglie custodisce la magia della luce come una rosa selvatica protegge i suoi stami e come la Rosa Mistica protegge il Cuore del Tutto”.

Molto curiosa e suggestiva l’opera “Conciliabolo”, detta anche (I capri espiatori meditano la ribellione)…

“Il ‘capro espiatorio’ è, per definizione, l’essere animato (animale o uomo), o anche inanimato, capace di accogliere sopra di sé i mali e le colpe della comunità, la quale per questo processo di trasferimento ne viene liberata (anche capro emissario, nella Vulgata hircus emissarius, traduz. dell’ebr. ‘ăzā’zēl). Il nome deriva dal rito ebraico compiuto nel giorno dell’espiazione (kippūr), quando un capro era caricato dal sommo sacerdote di tutti i peccati del popolo e poi mandato via nel deserto (Lev. 16, 8-10; 26). Questa trasmissione del male era conosciuta anche dai Babilonesi e Assiri, e dai Greci. Il primo capro viene immolato come “sacrificio per il peccato” (Levitico 16:9). Il termine “peccato” corrisponde all’ebraico chet, che indica più precisamente un “errore”, un “fallimento”, o una trasgressione involontaria. Il capro mandato nel deserto, invece, ha il ruolo di espiare quella categoria di peccati chiamati avonot, cioè “iniquità” (Levitico 16:21-22): le trasgressioni volontarie commesse per la propria malvagità o depravazione. In Conciliabolo i capri meditano la ribellione alla loro sorte decisa da chi, nei nostri tempi volgari, troppo spesso non possiede l’Autorità per decidere in nome della comunità.

 

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