Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi,
molto prima che accada.

Rainer Maria Rilke

FOCUS MEDIO ORIENTE, LA MALEDIZIONE DELL’ORO NERO E I GIOCHI DELL’OCCIDENTE

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mo La situazione sociale politica ed economica dei paesi dell’area mediorientale e nordafricana è  caratterizzata da un mercato del lavoro sempre più volatile, all’insegna dell’incertezza e segnato da profonde sacche di nero, spesso privo di garanzie previdenziali, e soprattutto caratterizzato da un forte tasso di emigrazione. Uno scenario che ha radici lontane. Come le primavere arabe, i conflitti e la nascita dei movimenti islamisti. Radici che risalgono alla cosiddetta lost decade, la decade perduta, secondo la definizione passata alla storia di quel periodo compreso tra gli anni Ottanta e Novanta, nel corso del quale gli stati della regione sperimentarono una crisi profonda, in parte provocata dal modello economico fortemente statalista che avevano adottato ma anche in parte dall’enorme flusso di denaro arrivato dal petrolio durante i due boom economici, quello del 1972-1973 e quello del 1980-1981, denaro che non venne destinato per diversificare l’economica, ma venne utilizzato in alcuni casi per  ingenti spese militari e per potenziare la macchina dello stato e in altre per l’acquisto di beni necessari, la cui domanda interna era molto forte anche a causa del processo di deindustrializzazione e di marginalizzazione dell’agricoltura che si era verificato. Le contromisure non sortirono gli effetti sperati. Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e le potenze occidentali, alle quali alcuni paesi si rivolsero per chiedere aiuto, pretesero in cambio aggiustamenti strutturali dell’economia che rappresentarono un decisivo dietrofront sulle politiche stataliste originariamente perseguite dai paesi della regione: privatizzazioni, riduzione della spesa pubblica e del welfare, imposizione fiscale, eliminazione delle barriere commerciali.

Le riforme imposte dai donors determinarono un forte malcontento interno. Le privatizzazioni aumentarono la disoccupazione, soprattutto quella giovanile. La riduzione del welfare generò povertà e disagio sociale, riduzione della spesa sanitaria e di quella destinata all’istruzione. I tagli dei salari nella pubblica amministrazione contrassero i consumi. Ovunque, tranne che nei ricchi emirati del Golfo, che erano corsi ai ripari più in tempo degli altri – l’Arabia Saudita si era data da fare per diversificare la propria economica,  con ampi investimenti industriali – fertilizzanti, acciaio, alluminio- , crebbe la povertà, l’instabilità, il malcontento e riprese piede il radicalismo islamico. Ad aggravare la situazione si aggiunse la guerra del Golfo (1990-1992), con l’invasione del Kuwait da parte di Bagdad, proprio a causa dei debiti accumulati durante la guerra con l’Iran con l’Occidente interventista e schierato contro l’Iraq e gli Stati Uniti in prima linea impegnati nella campagna acquisti di nuovi alleati politici o nel rafforzamento di quelli vecchi, anche alla luce dei mutati equilibri sullo scacchiere mondiale provocati dalla caduta del Muro di Berlino (1989). Washington fu molto generoso con l’Egitto che era un paese chiave nella polveriera Israele-Palestinesi, cancellando 15 mld di debiti per aver mandato truppe in Kuwait e con Rabat, cui abbonò 5 mld di dollari per aver fatti altrettanto. Ma intanto nelle zone più povere dell’area cominciano a intervenire a sostegno dei più fragili le organizzazioni musulmane, che raccolgono e redistribuiscono le zakat e colmano il grande vuoto lasciato dallo stato.  Un brodo di coltura che alimentò anche su un altro fronte jihadismo e fondamentalismo e che contribuì alle prime rivolte: 1982-84 in Marocco; 1978 in Tunisia; Algeria.

La situazione non andò migliorando alla fine degli anni Novanta. Il fondamentalismo continuò a crescere  insieme al malcontento. Fu il momento di al Qaida, degli attentati dell’11 settembre del 2002, di una nuova lunga guerra, quella dichiarata dall’alleanza occidentale all’Iraq, una guerra che durerà dal 2003 al 2007. Il terzo boom petrolifero, registrato nel 2007  prima della grande recessione che colpì l’Occidente, non servì  a far ripartire la crescita. E la situazione divenne esplosiva. Gli aggiustamenti strutturali, all’insegna delle direttive della politica economica del Washington Consensus   (teorizzata nel 1989 dall’economista John Williamson), tracciate da Fmi e Banca Mondiale non sembrarono produrre i risultati sperati. L’eccesso di privatizzazioni provocò reazioni ovunque, perché ebbe come conseguenza la riduzione dell’occupazione.  Emblematico quello che accadde nel 2008 nel sud-ovest della Tunisia, a Gafsa, dove gli operai della Compagnia di Fosfati – che contribuiva al 3% del Pil, unica fonte di occupazione nella regione, che in 10 anni aveva tagliato 10 mila posti di lavoro- si ribellarono per evitare ulteriori riduzioni di posti e di stipendio, denunciando corruttele e ritirando la propria fiducia al sindacato. Una protesta che durò sei mesi, che fu repressa anche nel sangue dal regime di Ben Ali, e che senz’altro preparò il campo alla rivoluzione scoppiata il 17 dicembre del 2010 a Sidi Bouzid e che portò in gennaio alle dimissioni del presidente e alla fuga.

E ancora è emblematica la rivolta delle operaie della fabbrica tessile di Mahalla al Kubra, una grande fabbrica statale, che dal 2006 in Egitto divenne il punto di riferimento delle lotte per i diritti dei lavoratori del paese e sicuramente anche qui contribuì all’abbattimento del regime di Hosni Mubarak.

E infine è tristemente significativo quello che accade in Marocco, dove dal 1991 a oggi è attivo un movimento di disoccupati – l’Andcm (Association National des diplomes chomeurs du Maroc- che è diventato organico al sistema ed è gestito dai sindacati in accordo con il governo. Le loro proteste, in posti simbolo del potere, sono diventati strumenti di retorica utilizzati per rafforzare l’immagine positiva del re e sottolineare l’apertura democratica del paese. Chi vi partecipa viene premiato con un punteggio che poi gli darà diritto ad accedere a un posto di lavoro pubblico.

Ma se le rivoluzioni hanno abbattuto i vecchi regimi,  la popolazione non sembra stare meglio. Instabilità, povertà, emigrazione e disoccupazione, il più alto tasso nel mondo, estrema flessibilizzazione del lavoro, sempre meno coperto da contratti e protezioni sociali, caratterizza le economie di molti stati della Mena, che, per effetto delle politiche demografiche degli anni 60 conta la popolazione più giovane del mondo, con il 65% al di sotto dei 20 anni. E l’indice di crescita che rimane al 4,9 % ne è un’ampia conferma.

LA STORIA, DALLA FINE DEL COLONIALISMO A OGGI 

Dopo la fine della II Guerra Mondiale e del colonialismo comincia una nuova era di rinascita per i paesi di quella vasta regione che comprende Medio Oriente e Nord Africa. Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta si completa il processo di indipendenza e ogni stato -sia i regni legati alla tradizione della fede islamica che i nuovi regimi laici e di ispirazione socialista-  puntano a superare l’arretratezza e a modernizzarsi. Un obiettivo  che porterà tutti quanti gli stati dell’area, in maniera diversa, a esercitare un forte presenza in ogni settore della vita del paese. Ma la scelta del modello statalista, la più facile da percorrere per realizzare le priorità del momento, se all’inizio darà subito immediati risultati positivi,a lungo termine si rivelerà  deleterio.

Tra i primi passi adottati su questa via ci furono le nazionalizzazioni. A dare il là nel 1951 fu l’Iran che statalizzò il settore petrolifero. Seguì l’Egitto che fece altrettanto nel 1956 con il Canale di Suez. Poi man mano vennero nazionalizzate imprese private, imprese straniere, grandi consorzi internazionali, banche. Una politica che alla fine ebbe la meglio  anche sulle cosiddette Sette Sorelle, le potentissime compagnie petrolifere occidentali, la cui influenza tramontò definitivamente poco dopo la nascita nel settembre del 1960 dell’Opec, un cartello di 12 paesi, che controlla il 78 % delle risorse mondiali e di cui è capofila l’Arabia Saudita, che possiede un quarto dell’oro nero del pianeta (venti volte più degli Stati Uniti).

Il secondo importante passo in questa direzione fu l’attuazione dell’ Import substitution industrialization, che è tipica del modello statalista e che mira alla produzione autarchica delle merci che prima venivano importate da paesi terzi. Inizia così un processo di industrializzazione che ha come target soltanto il mercato interno. Lo stato amplia così enormemente la sua sfera di interessi e diventa anche fonte di occupazione. Forti investimenti vengono fatti nel welfare, soprattutto nell’istruzione e nella sanità. E molti paesi adottano lo strumento dei sussidi per ampliare il consenso della popolazione, intervenendo, per alcuni beni, a coprire la differenza tra il prezzo al produttore e quello al consumatore.

Misure che sembrano sortire nell’immediato straordinari risultati. Tutti gli indicatori cominciano a salire. La crescita si assesta intorno a un indice medio del 7%, toccando in alcuni casi punte ben più alte e a due cifre. Le aspettative di vita migliorano, diminuisce la mortalità infantile, diminuisce la povertà, la disoccupazione viene contenuta sotto il 10%, il mondo del lavoro, soprattutto la pubblica amministrazione apre, sia pure timidamente, alle donne, diminuisce l’analfabetismo. A spinger ancor di più sull’acceleratore contribuisce anche il primo boom petrolifero, quello del 1972-73. A determinarlo numerosi fattori tra cui innanzitutto l’aumento vertiginoso della domanda di carburante sul mercato mondiale, provocato dal picco di vendite di auto; l’aumento dei consumi energetici; la guerra del Kippur, dichiarata da Siria per le Alture del Golan e da Egitto per il Sinai a Israele e sostenuta da tutti i paesi arabi, in primo luogo l’Arabia Saudita che spinse l’Opec ad aumentare il prezzo del petrolio del 25% e a imporre il blocco dell’export fino al 1975 a Stati Uniti e Olanda per ritorsione al sostegno che avevano garantito allo stato ebraico.

Un grande flusso di denaro si riversò a questo punto nelle casse dei paesi produttori di petrolio, sia quelli come Libia e stati del Golfo con una bassa densità di popolazione, le cui entrate generate dall’ oro nero arriveranno a rappresentare  il 32,3% del Pil, che  i paesi produttori con una forte densità di popolazione, come Iran, Iraq, Siria, Sudan, Yemen e Algeria, con il 28,1% di entrate derivanti dal greggio. Il solco tra paesi ricchi e poveri della regione si approfondisce. Gli stati senza pozzi, come Egitto, Tunisia, Giordania, Marocco, Libano e Territori Occupati, diventano grandi esportatori di manodopera qualificata, assicurandosi così forti rimesse di denaro dall’estero, che diventeranno in alcuni casi la principale risorsa. L’emigrazione nei paesi petroliferi è tale che nel 1980 in Arabia Saudita rappresenterà il 53%; in Kuwait il 78% e negli Emirati l’89%. Gli stati ricchi di petrolio inoltre aumentano gli investimenti pubblici e le donazioni a paesi sui quali mirano ad esercitare influenza politica, cresce anche la spesa militare e per la sicurezza (sempre in Arabia Saudita, gli investimenti bellici sono del 28% contro il 7% destinato all’educazione). Ma a questo punto la crescita invece di andare avanti, secondo le previsioni, improvvisamente comincia a rallentare e gli indicatori ad andare giù. Cos’è accaduto? Il modello statalista sta rivelando man mano tutte le sue debolezze. I paesi ricchi di petrolio contraggono la cosiddetta malattia olandese, un’espressione che fu coniata dall’ Economist in virtù di ciò che si verificò nei Paesi Bassi quando, dopo aver scoperto un vasto bacino di gas, lasciarono decadere l’industria manifatturiera, diventando dipendenti da un’unica risorsa. Lo stesso avviene in Medio Oriente. Le entrate da petrolio sono così alte – in Arabia Saudita sono passate da 4,8 mld a 36 mld di dollari, che si trascurano gli altri investimenti. Si innesca così un processo di deindustrializzazione, che si aggiunge al fallimento del modello dell’Isi nei paesi meno ricchi o affatto ricchi di petrolio. Gli stati dell’area diventano rentier states secondo la definizione dell’economista Hazem Beblawi, ex premier egiziano. Anche i paesi non produttori di petrolio in alcuni casi commettono infatti l’errore di fare conto soltanto su alcune entrate, come le rimesse che arrivano dall’estero, o il turismo. Tutto ciò li rende pericolosamente esposti a una serie di incontrollabili fattori esterni. Va così aumentando fortemente il debito estero, con la deindustrializzazione e la fine del modello Isi diminuisce l’occupazione. Ma a frenare e a rinviare la crisi è il secondo boom petrolifero, 1981-1982, che mette di nuovo in circolo tanto denaro nella regione. Tra i fattori che lo determinano, la rivoluzione iraniana nel 1978 e poi lo scoppio della guerra tra Teheran e Baghdad, che inevitabilmente provoca una riduzione delle quote di greggio sul mercato. L’Arabia Saudita investe moltissimo – 26 mld di dollari-  in questo conflitto sostenendo l’Iraq. Intanto sulla scena internazionale avviene anche un importante spostamento di alleanza: con gli accordi di Camp David tra Israele ed Egitto, gli Stati Uniti, che hanno perduto l’influenza nella regione attraverso Teheran, rinsaldano la loro amicizia con il Cairo, assicurando all’Egitto aiuti militare per 1, 3 mld l’anno.  Comincia per la regione quella che è passata alla storia come la lost decade, un decennio di crescita pari a zero nel corso del quale alcuni stati cercheranno di correre ai ripari e di chiedere aiuti. Aiuti che avranno un prezzo: i donors, come Fmi e Banca Mondiale, chiederanno in cambio una serie di aggiustamenti strutturali in assoluta controtendenza rispetto alla politica statalista fino ad allora adottata, a cominciare dalle privatizzazioni, dai tagli al settore della sanità e dell’istruzione, alla riduzione della spesa pubblica.

A complicare il quadro si aggiunge  la guerra del Golfo (1990-1992), con l’invasione del Kuwait da parte di Bagdad, proprio a causa dei debiti accumulati durante la guerra con l’Iran con l’Occidente interventista e schierato contro l’Iraq e gli Stati Uniti in prima linea impegnati nella campagna acquisti di nuovi alleati politici o nel rafforzamento di quelli vecchi, anche alla luce dei mutati equilibri sullo scacchiere mondiale provocati dalla caduta del Muro di Berlino (1989). Intanto nelle zone più povere dell’area cominciano a intervenire a sostegno dei più fragili le organizzazioni musulmane, che raccolgono e redistribuiscono le zakat e colmano il grande vuoto lasciato dallo stato.  Un brodo di coltura che alimenta jhadismo e fondamentalismo e che contribuisce alle prime rivolte: 1982-84 in Marocco; 1978 in Tunisia; Algeria.

Così si arriva alla fine degli anni Novanta e all’inizio del nuovo Millennio. Il fondamentalismo continua a crescere  insieme al malcontento. E’ il momento di al Qaida, degli attentati dell’11 settembre del 2002, di una nuova lunga guerra, quella dichiarata dall’alleanza occidentale all’Iraq, una guerra che durerà dal 2003 al 2007. Il terzo boom petrolifero, registrato nel 2007  prima della grande recessione che colpisce l’Occidente, non serve a far ripartire la crescita. E la situazione diventa esplosiva. L’eccesso di privatizzazioni provoca reazioni ovunque, perché ha come prima e macroscopica  conseguenza la riduzione dell’occupazione. Reazioni che porteranno a pesantissimi sconvolgimenti, alle rivoluzioni della Primavera Araba cha hanno ridisegnato gli scenari geopolitici della regione con ripercussioni anche in Occidente, a guerre sanguinose, come quella ancora in corso in Siria e scenari conflittuali e profondamente instabili, come quello iracheno e libico, fortemente segnato dalla presenza di gruppi islamisti radicali e dai jihadisti dello Stato Islamico.

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