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Gianni Rodari

Generazione Erasmus: la proposta possibile del semestre italiano

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E se provassimo a ricominciare dall’Erasmus invece che dal fiscal compact? Se provassimo a salvare l’Europa con misure concrete come il potenziamento del programma di maggiore successo che l’Europa ha gestito negli ultimi anni? Dall’estensione a tutti gli studenti della possibilità di studiare all’estero per sei mesi del proprio corso di studi, invece che da accordi preventivi sulla moneta che appaiono sempre più velleitari? Le idee discusse alla conferenza del British Council, che si è tenuta lo scorso fine settimana e che ha riunito a Pontignano, vicino Siena, parte della classe dirigente italiana e del Regno Unito, dimostra che sono gli inglesi – proprio loro, quelli più euroscettici – ad aver capito con maggiore chiarezza i termini del problema che dobbiamo risolvere per far sopravvivere il progetto europeo. È ormai evidente – lo dimostra lo strappo di qualche giorno fa della Francia –  che nessun “patto fiscale” potrà, da solo, salvare l’unione monetaria: parametri preventivi non possono essere tanto intelligenti da capire quali possano essere le necessità di uno Stato sovrano di crescere e di politici che devono affrontare crisi di consenso. Serve una vera e propria unione delle politiche fiscali. Ma ciò è a sua volta impossibile se chi decide cosa, chi e quanto tassare, non è sufficientemente rappresentativo di chi è tassato: per risolvere il problema abbiamo bisogno di meccanismi democratici, ma anche e soprattutto di un’opinione pubblica europea, di un “demos” al quale un’Unione politica possa rispondere.

L’Europa? Costruita da chi viaggia con i low-cost

Questo “demos” in parte però esiste: è fatto di giovani ormai abituati a viaggiare, studiare, lavorare tra Paesi europei diversi. Qualcuno ha detto che per l’Europa ha fatto più Easy Jet che il trattato di Lisbona. Ed è abbastanza vero. Abbastanza vero perché se i giovani danno ormai per scontata la possibilità di muoversi tra Paesi, è altrettanto paradossalmente vero che i giovani sono persino più lontani da istituzioni europee che non capiscono e alle quali non attribuiscono il merito di tale maggiore mobilità. Per “fare gli europei” che è pre-condizione per qualsiasi ulteriore integrazione, sarebbe, dunque, urgente che l’Italia avanzasse – prima che finisca un semestre di presidenza finora carente di contenuti, nonostante tante promesse – la proposta non altisonante ma concretissima che potrebbe superare l’impasse ideologico creato dalla guerra di posizione senza fine tra euroscettici e federalisti e trovare il supporto entusiastico degli inglesi, che fanno della globalizzazione delle vite una componente essenziale della propria visione.

La proposta

L’idea è quella di rendere parte integrante dei curricula scolastici degli studenti universitari e della scuola media superiore un periodo di studi di sei mesi da trascorrere in un altro Paese europeo. Facendo partire dalle generazioni più giovani, più naturalmente globali lo sforzo che punti a creare una vera e propria cittadinanza europea. Del resto, non si capisce proprio come un’Europa che è, a parole, totalmente proiettata verso il futuro e la coesione, possa, tuttora, spendere in sussidi per l’agricoltura 400 miliardi di euro nei prossimi sette anni e solo 14 (venticinque volte di meno) nel programma Erasmus.

Secondo i calcoli del think tank Vision basterebbe spostare al programma Erasmus il 15% delle risorse attualmente allocate alla politica agricola comune per finanziare l’introduzione della possibilità per tutti gli studenti universitari di un periodo di sei mesi all’estero; l’ipotesi più ambiziosa di rendere, invece, equivalente la cifra messa a disposizione del programma Erasmus e quella della politica agricola, sarebbe sufficiente per finanziare quello che potrebbe diventare, persino, un obbligo per tutti gli studenti di scuola secondaria superiore di passare all’estero almeno mezzo anno accademico: un obbligo come quelli di “cittadinanza” europea sulla stesso piano di quelli più consolidati (di frequenza scolastica, curriculari, ..) di cittadinanza nazionale. Basterebbe, insomma, cambiare la composizione del bilancio comunitario senza chiedere un euro in più agli Stati, per rendere possibile la più grande esperienza di mobilità internazionale mai vista nella storia: sedici milioni di studenti su settanta si sposterebbero ogni anno da un Paese ad un altro d’Europa; l’introduzione nel semestre di studi di elementi curriculari europei (sul funzionamento delle istituzioni, ad esempio) contribuirebbe ulteriormente a sviluppare da ERASMUS la leva più potente di creazione di un’opinione pubblica europea. Un obiettivo certamente ambizioso e da raggiungere con gradualità perché esso chiederebbe uno sforzodi adeguamento dell’offerta formativa da parte di tutte le università e le scuole europee.

Studiare all’estero per “pensare europeo”

I risultati sarebbero però impressionanti: maggiore propensione per i più giovani a pensare in chiave europea e a prendersi la responsabilità di governare un futuro che sembra bloccato; l’apprendimento di una lingua straniera e un incremento della adattabilità – sul lavoro e negli studi – ad una società che è già globale e che presenta rischi che vanno governati e non evitati; una maggiore conoscenza e tolleranza nei confronti degli altri. Del resto sono un milione i bambini che – secondo una statistica recente citata a Pontignano – sono nati da coppie transnazionali formate da almeno un beneficiario del programma Erasmus. Sarebbe bene che – in tempi di crisi dell’Europa sempre più forte e prima che finisca il semestre italiano – il Governo si faccia carico di proporre quest’innovazione.

 

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