Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Paul Valéry

Ghana. La terra di nessuno e il limbo che precede l’inferno

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Ci sono ancora terre che sono terra di nessuno. Terre che puoi occupare, dove puoi vivere e anche morire senza che accada mai niente. Senza che nessuno ti chieda o prenda nulla. Eppure dove, da un giorno all’altro, qualcuno potrebbe arrivare e cacciarti via. Così, all’improvviso. Questa è Aflasco. Spazio di terra tra l’Oceano e la laguna (che in questa parte della Regione del Volta raggiunge la sua ampiezza massima). Spazio di sabbia e di boscaglia, dove la maggior parte di ormai deboli alberi autoctoni sono stati tagliati via. Solo gli arbusti vi crescono in fretta durante la stagione delle piogge e, altrettanto velocemente, seccano nei mesi del caldo e sole incessanti. In questo spazio di terra è arrivata gente vittima dei danni provocati dalle continue erosioni costiere, che ha perso tutto. Disaster victims le chiamano. È arrivata gente che non aveva (e non ha) niente e vi ha costruito dimore di foglie intrecciate, legno, compensato e tetti di zinco, alluminio, quello che si trova… Niente acqua, per quello c’è il pozzo. Niente corrente elettrica, ci si alza alle 4 circa del mattino e avanti fino a che fa buio.

Un limbo chiamato Aflasco

Niente bagni, per quello c’è il bush o qualche busta di plastica da gettare viaaflasco panoramica. futuro quotidiano o bruciare. Non sanno quanto ci resteranno, non saprebbero dove andare e per molti è stata ed è l’unica realtà conosciuta. Bambini che ci sono nati e cresciuti, donne e uomini che qui hanno avuto il loro funerale. È gratis, del resto perché nel limbo che potrebbe precedere l’inferno dovrebbero chiederti dei soldi? Ci vive gente del posto, ma anche qualcuno che viene da qualche villaggio o cittadina più in là. Ci vivo io. Quando ho provato a chiedere un permesso all’amministrazione sono finita nei notiziari locali – quelli in lingua Ewe. E sono finita sulla bocca di tutti – che già c’ero da quando sono arrivata, ma in questo caso il gossip – ne fanno tanto qui – era ancora più succulento. “La donna bianca si sta comprando la terra. La ‘nostra’ terra”. Invece, come stavano le cose ho dovuto capirlo a mie spese. Pagata misurazione e tecnici venuti con tanto di GPS (immaginate i locali che osservavano da lontano queste strane diavolerie?), pagati architetti per il disegno del progetto, presentato in Commissione e, naturalmente… bocciato. Motivazione? In quell’area si dovrebbe costruire una grande moschea (!), quell’area farà parte di un grande porto, più esteso e importante di quelli di Tema e di Takoradi. Chiacchiere. Di questo progetto (il porto) si parla da anni e ora chi continua a provarci e riprovarci (imprenditori con capacità di attirare fondi esteri) pare abbia gettato la spugna. In Ghana a volte accade che anche se hai soldi e idee non ti lascino fare. Per invidia, ignoranza, perché non stai con il partito che governa. Pazienza, qui possiamo vivere. C’è chi spera ancora nelle case in muratura destinate alle “vittime del disastro”. Acqua, corrente elettrica e servizi, un lusso. Qualcuna, poco più di una ventina, l’hanno costruita. Nello stesso posto, solo più in là. Ma dei soldi stanziati naturalmente non tutti sono stati spesi per questo. Sarebbero bastati per tutte le famiglie, ma sono finiti altrove… I pescatori continuano a fare la spola tra il mare e l’acqua dolce. I pesci non abbondano più come un tempo – e i cinesi usano la dinamite – ma continuano a dare da mangiare a chi c’è. Pesce che si vende al mercato (e alla donna bianca e ai suoi ospiti), si secca, si conserva… prezioso. Fa da sostanza per il garri. Le donne, come dappertutto nell’universo, lavorano più di tutti. E i bambini pure. Prima e dopo la scuola – obbligatoria anche qui. Poi tornano a casa… che quando piove ci piove dentro e non sai bene dove stare. Ma tant’è. L’abitudine aiuta a farsene una ragione. E a non domandarsi nulla. E scopri che, comunque sia, si può vivere lo stesso. Ma per favore non si dica che gli occhi dei grandi organismi internazionali guardano dappertutto.

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“Non chiedermi cos’è la povertà, l’hai appena incontrata. Guarda la mia casa e conta il numero di buchi. Guarda i miei utensili e i vestiti che indosso. Guarda bene tutto e scrivi cosa vedi. Quello che vedi è la povertà” – Un uomo intervistato in Kenya per una ormai vecchia ricerca (1997) della World Bank. Molti anni dopo, da Est ad Ovest, le cose vanno anche peggio.

Antonella Sinopoli

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