Ecco qual è il problema del futuro:
quando lo guardi cambia perché lo hai guardato.

Lee Tamahori

Giordania. L’aiuto (interessato) arriva dal Golfo

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Vertice a quattro alla Mecca sulla crisi giordana, determinata dalle pressioni esercitate su Amman dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale per indurre il regno hashemita ad aumentare le tasse così da poter ripianare a breve scadenza il debito estero. Una misura, che non appena è stata annunciata,   ha immediatamente provocato una reazione a catena di manifestazioni di protesta che hanno rischiato di trascinare il paese sul precipizio di una nuova primavera araba. Il premier Hani al Mulki,  che se ne era fatto promotore, è stato costretto a dimettersi. Al suo posto  Re Abdallah II  ha nominato Omar Razzaz, già ministro dell’educazione ed economista con una lunga esperienza alle spalle, che sta valutando iniziative alternative a quella più semplice di aumentare la pressione fiscale.  Intanto per placare almeno temporaneamente gli organismi internazionali, la Giordania si è rivolta alle potenze del Golfo.

Repentina  la risposta arrivata da Arabia Saudita,  Emirati Uniti e Kuwait che hanno varato  un pacchetto di aiuti economici alla Giordania per un valore di 2,5 miliardi di euro, comprendente garanzie per la Banca Mondiale, un sostegno annuale al bilancio del governo per un periodo di cinque anni, oltre al finanziamento di  progetti di sviluppo.  Un modo per Riad per potenziare il proprio ruolo di player  e di influencer politico nella regione.

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