Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Paul Valéry

Gli intellettuai e le elite nell’era del web

0

Perché non parlare delle elite? Proprio adesso che sono fuori moda o per meglio dire fuori traccia? Nella costruenda “democrazia” del web il primo osso sul quale avventarsi saranno le tradizionali elite. Bisognerà rivederne forme e funzioni, occorrerà ripensare il loro utilizzo, la loro destinazione. Il loro valore: in sé o per così dire fuori di sé. Le elite ce la mettono tutta per auto-castigarsi: si va spegnendo la forza come virtù in qualche modo costrittiva dei giornali. Al sud l’energia dell’opinione non aveva mai bucato il tetto di casa, il nord faceva da elemento frenante contro l’anarchia ignorantista meridionale, probabilmente adesso i ruoli verranno riassegnati. Paolo Di Stefano sul “Corriere della sera” citava le pagine di Orwell e Pasolini come esempio di splendore visionario; una “fascinosa” coppia di intellettuali – oramai entrata nel politicamente corretto fors’anche un po’ corrotto – che vivisezionando uomini e cose querelò le derive totalitarie della modernità. Ci ritroviamo in casa un femminismo arrembante e malato, un criptorelativismo filo-islamico (o soltanto antioccidentalista) ma le elite tradizionali, non tradizionaliste per amor del cielo!, non battono colpo. Scarseggiano i lottatori su posizioni perdute. Lenti, rassegnati, intontiti dalla marea montante dell’opinione “finalmente” globalizzatasi. Tra il bere e l’affogare scelgono il bere per affogare. Siamo ai tempi supplementari della storia dice Massimo Fini, che non sopporta, o fa finta, filosofi e commentatori che si arrendono alla moda. In tutto ciò il consumatore d’idee Diego Fusaro col suo ideologismo demolitivo è solo il firmatario del documento che certifica la morte dell’intellettuale.
Costretti a ripensare materia e limiti di convivenza a tutto vantaggio dei guardaspalle del comunismo nel III millennio, a causa di una crisi – e che crisi! – economica. Ci troviamo alla mercé degli umori dei dipendenti dall’infantile e umorale complottismo degli ipodotati. La cui vacuità neanche un maestro Zen riuscirebbe a contenere. Pochi davvero avevano pronosticato la vittoria di The Donald alle presidenziali americane. Cortocircuitando i deboli legami “cognitivi” e le combinazioni da arrière-boutique paraideologico, i fautori della III guerra mondiale – già in corso? – disprezzavano la Clinton guerrafondaia, conservatrice, amica dei fomentatori d’odio e dei responsabili dell’instabilità globalizzata. E come potrebbe l’aggressivo Trump, palazzinaro sciupafemmine, risollevare le sorti del mondo? Parsifal in jet privato che riscuote le simpatie di suprematisti e incappucciati del Ku Klux Klan. Pare abbia intercettato lo scontento tuittarolo dell’americano medio e dell’operaio fermo ai ricordi – non personali – del boom che precedette i Settanta. Disegnerà nuove mappe commerciali e amicali, guiderà in direzione “redistribuzione dei redditi” disibernando la cultura dell’America grande paese? Dirà addio al passato liberale? Mah. In un gioco a somma zero – almeno nella prima ora – qualcuno dovrà pur pagare il conto.
Il moltiplicarsi delle voci, la possibilità di ascoltarci l’un l’altro nello stesso istante (segretamente o meno), hanno prepensionato – giubilato – la figura del mediatore colto, di colui che pondera e distribuisce “cure” e ricette: dell’intellettuale. La sua è non solo voce di basso peso specifico ma anche d’irrilevante spessore politico. Il popolo vota secondo una “coscienza” che non prevede l’intermediazione della riflessione di lunga gittata. Poi si presenta all’incasso. Il mantra scioccherello del “nei tempi lunghi saremo tutti morti” ci è costato carissimo. Gli umori sloganistici hanno occupato il giardino di casa. Considerazioni mordi e fuggi – che in Italia, in verità, non erano mai andate oltre l’innamoramento criptopositivista per il comunismo e il “dolce pensare” cattolico – il massimalismo condensato nella formula “andate a quel paese” o nell’ipocrisia “positiva” dell’abitare poeticamente il mondo – il riferimento va anche alla mitizzata Unione Sovietica morta il 21 dicembre 1991 – e la corsa a distruggere la “gabbia” dell’esistente hanno eclissato le ragioni stesse della lunga nascita dell’“Occidente” i cui migliori sviluppi sette-ottocenteschi riposano nella stagione (precedente) del ripensamento dei limiti del potere, della laicizzazione dell’azione e della difesa a spada tratta dei valori della costruenda cittadinanza.
Cosa prevedere (e paventare) se non una tristissima “necessaria” stretta liberticida concertata e diretta da un’elite che si troverà costretta a reagire negando i propri principi? Perché per dirla con Baudelaire la modernità è sì fuggevole-mutevole attualità ma è allo stesso tempo tentativo di narrare l’eterno attraverso il transitorio. Un “eterno” a un tempo prudentemente evocativo e concettualmente pericoloso. L’idea è chiara: se si scioglie il collante che tiene uniti i pezzi della nostra parte di mondo a riattaccare i cocci sarà un novello “figlio del popolo” o di un qualunque Dio. E, variando il pensiero di Brecht, sommersi da cento milioni di “dislike” Tizio e Caio non potranno essere lì a protestare.

L'Autore

Marco Iacona dieci libri, quattro saggi per Nuova storia contemporanea. Più di un milione di caratteri spazi inclusi, cinquemila per l’intervista a un Nobel. Si post-occupa dell’America di George Simenon e della Francia di Woody Allen. Studia storia e idee del Movimento Sociale Italiano con baconiana incoscienza.

Lascia un commento