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Alan Kay

Dietro la crisi di Hong Kong l’ombra di Trump

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La camera dei rappresentanti di Hong Kong ha approvato tre diversi atti normativi appoggiati dall’amministrazione americana a sostegno dei manifestanti, che da oltre quattro mesi protestano chiedendo più democrazia. Tra i provvedimenti, che dovrebbero ora essere discussi in Senato, ce n’è  anche uno che prevede che il trattamento privilegiato di cui la città gode dal punto di vista commerciale sia legato a una revisione periodica della sua effettiva autonomia da Pechino. Un vero e proprio schiaffo per il regime di Xi Jinping. Ma la mossa non convince neppure gran parte dell’opinione pubblica della città.

E se lunedì sera a Hong Kong decine di migliaia di persone erano scese in strada sventolando le  bandiere americane per chiedere alla camera di votare sì al pacchetto, in molti temono di dare un obiettivo diverso alla battaglia per i diritti di Hong Kong, convinti che si tratti soltanto di una mossa di Donald Trump per utilizzare la ex Colonia britannica nella partita per le tariffe commerciali.

Le proteste sono iniziate contro un disegno di legge, poi ritirato,  che mirava a introdurre la possibilità per gli imputati, accusati di gravi crimini, di essere estradati e quindi giudicati da tribunali della madrepatria,  ma da allora si sono trasformate in dimostrazioni a favore della democrazia, contro i tentativi di Pechino di violare le libertà e i diritti di cui godono i cittadini di Hong Kong, garantiti dalla formula “un paese, due sistemi” inaugurata nel 1997, quando la Gran Bretagna restituì la città alla Cina. Pechino nega di perseguire una strategia del genere e punta il dito contro Londra e Washington, accusandoli di fomentare disordini.

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