Sogni, promesse volano... Ma poi cosa accadrà?

Gianni Rodari

Il cutting, un nuovo modo di esprimere il disagio adolescenziale

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cutting-tagliarsiLa letteratura ha sempre visto in anticipo sui tempi. In particolare quando ha trovato nuovi modi per esprimere il disagio di una civiltà. Lo ha fatto nel 1948 G. Orwell col suo “1984” anticipando il vissuto di una società manipolata da Big Brother. Lo ha fatto ancora prima di lui nel nell’ottobre del 1914 Franz Kafka “Nella colonia penale”. Qui al condannato veniva inscritto sul corpo – attraverso una macchina fornita di aghi marchianti a sangue la sua pelle, la regola che aveva trasgredito. Una sorta di legge del contrappasso esplicitata dalle ferite impresse sulla pelle del condannato per simboleggiargli un vissuto emozionale altrimenti da lui stesso non riconosciuto. Da più parti oggi – in particolare presso gli sportelli di ascolto delle nostre scuole – sta correndo la voce di un nuovo modo di dare sfogo al disagio. Sempre più adolescenti – in particolare ragazze – ricorrono al rituale del “cutting”.

Il “cutting” è il nuovo modo di esprimere il proprio disagio esistenziale tra i giovanissimi. Ci si taglia soprattutto con la lametta e dappertutto: sulle braccia, sui polsi, sulle gambe, sul torace. Ci si taglia sul corpo. Il corpo – da sempre campo di espressione e di scontro delle istanze più profonde e inconfessabili della nostra psiche – diventa la tela dove imprimere il proprio dolore, in particolare se questo dolore è sconosciuto e indecifrabile. Un dolore che sempre più adolescenti non sanno più mettere in parole, per una sempre più crescente carenza di sintassi emozionale. E allora hanno trovato un rimedio. Ci si taglia per sostituire un dolore psichico con un dolore fisico, paradossalmente più facile da sopportare. Per dimenticare “una delusione amorosa, un brutto voto a scuola, una difficile situazione familiare, il rifiuto del gruppo dei pari”.

Un modo per sfuggire alle problematiche che investono una delle più difficili età della vita. L’età in cui si fa fatica a riconoscersi, a definire la propria identità, ad individuarsi. I genitori, in questi casi, sono gli ultimi a saperlo. Quando vengono avvertiti si mostrano increduli. Non riescono a sopportare l’idea che il proprio figliolo possa fare una cosa del genere. Ma se iniziano a riflettere su alcune incongruenze, su alcuni comportamenti strani (per esempio quello del loro arrivare a casa e chiudersi immediatamente nel bagno, non farsi vedere mentre si lavano, indossare nonostante il caldo indumenti a maniche lunghe), allora potranno accorgersi che qualcosa non va come dovrebbe.

Il problema va sicuramente affrontato dagli specialisti. Non si possono esimere però docenti e genitori dal fare una profonda riflessione sul nostro mondo, sui moderni meccanismi di difesa dal disagio esistenziale, se non per “capire”, almeno forse per “comprendere” il malessere che potrebbe contagiare i nostri giovani. Comprendere che più di beni materiali, essi hanno un estremo bisogno di essere ascoltati anche se non parlano. E qui il compito nostro diventa veramente difficile. Ascoltare il loro silenzio non vuol significare affatto assillarli con domande asfissianti. Ascoltare il loro silenzio vuol dire semplicemente esserci. “Dasein” diceva Heidegger. “Esserci” è l’espressione più alta dell’esistere dell’uomo su questa terra. Esserci significa attenzione implicita, non ossessiva. Significa essere nella condizione d’animo di poter osservare con calma quello che succede intorno a noi senza giudicare, ma rivolgere il proprio sguardo benevolo. Soltanto lo sguardo, non occorre altro, perché l’altro da noi possa sentire che dall’altra parte c’è qualcuno disposto ad amarci.

Nicola Corrado

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