"Tutto è fatto per il futuro, andate avanti con coraggio".

Pietro Barilla

Le incognite di un’Italia senza South Stream

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Lo stop di Putin a South Stream? Per il premier Matteo Renzi “non è un problema”. Ma in Italia non tutti la pensano così. Basterebbe ricordare, ad esempio, l’ex ministro degli Esteri Federica Mogherini come teneva in alta considerazione il South Stream: «Un progetto molto importante per la sicurezza energetica del Paese e dell’intera Europa». Non solo. Se a convincere il presidente russo Vladimir Putin dello stop al gasdotto è stata l’Ue (la miccia sarebbe stato il permesso di far passare South Stream in territorio bulgaro, non ancora concesso da parte dell’Ue) e la sua posizione “non costruttiva”, a differenza di ciò che sostiene il premier, la decisione, se confermata, avrà conseguenze economiche anche per l’Italia. Non tanto per l’approvigionamento energetico (almeno per il momento), ma proprio perché una delle più grandi aziende italiane come Saipem – in partner con Gazprom, Edf e Wintershall – era coinvolta con una posizione di primo piano nel progetto da 16 miliardi di euro.

La Russia, da parte sua, avrebbe già in mente l’alternativa che consisterebbe nella creazione di un altro gasdotto lungo il confine greco-turco. Mentre l’Italia vorrebbe investire adesso nel Tap, un gasdotto da Az che, dal punto di vista geopolitico, significa stringere rapporti con paesi vicini agli interessi Usa (un progetto, quest’ultimo, cui partecipano i norvegesi di Statoil, i britannici di Bp, agli azeri di Socar, i francesi di Total e i belgi di Fluxys). Sulla carta, la partita sarebbe stata vinta dall’Ue: ma, a ben vedere, dovranno arrivare presto risposte alla Bulgaria, dove le regole europee per la concorrenza energetica hanno bloccato i lavori del gasdotto, e agli altri Paesi dell’Europa centromeridionale che avrebbero dovuto essere coinvolti nel progetto.

Le posizioni su South Stream

south stream“Se si arrivasse allo stop, per Saipem ci sarebbe un ricavo mancante nel 2015 per 1,250 miliardi di euro”. A spiegarlo con la chiarezza delle cifre è l’ad di Saipem Umberto Vergine. “Uno stop si tradurrebbe in una carenza di margini significativa e in un fermo delle navi con relativo costo”. E se ancora non vi è nulla di ufficiale (“Finora – ha insistito l’ad – non abbiamo ricevuto né dai russi né dagli altri partner europei dichiarazioni che lasciassero presagire un passo indietro”), Vergine si è comunque soffermato sulle ricadute del possibile stop sui conti di Saipem: “Il 2015 doveva essere l’anno in cui consolidare la performance e, invece, la strada sarà ancora in salita. Se poi consideriamo anche il calo del prezzo del greggio, l’impatto di questi fattori non sarà marginale”.

Realista l’analisi di Paolo Scaroni, ex ad di Eni sullo stop a South Stream. “Visti i rapporti così tesi tra Europa e Russia, Putin non aveva alternative. In fondo non ha fatto che descrivere una situazione che era già nelle cose, visto che per quasi due anni Gazprom ha chiesto a Bruxelles, senza esito, la legalizzazione della pipeline”. Aenza il via libera europeo non si sarebbe attivato il consorzio bancario chiamato a finanziare il 75% del progetto, “e Mosca avrebbe dovuto sostenere da sola un investimento di svariati miliardi. Impensabile”. Il problema è diventato cronico con l’avanzare della crisi ucraina: “Indubbiamente gli irrigidimenti di Mosca e le sanzioni inflitte dall’Europa hanno fatto precipitare la situazione”. Esclude che il progetto possa essere recuperato in futuro: “Il clima che si respira oggi tra Russia ed Europa – sottolinea Scaroni – non aiuta a immaginare un’evoluzione positiva. Sono pessimista”.

Nasce l’intergruppo filorusso

Come ha spiegato anche Scaroni, è evidente che la minaccia del presidente russo è un messaggio diretto all’Ue e, nello specifico, ai Paesi che intrattengono relazioni privilegiate con la Russia: l’impatto delle sanzioni sancite con la crisi ucraina è risultato un fardello pesante per le aziende italiane e per il turismo. Per fare fronte a questo Paolo Grimoldi, esponente della Lega Nord, si è dato come obiettivo quello di “contribuire a pacificare i rapporti, diplomatici, politici ed economici” tra Italia e Cremlino, perché “le sanzioni e il recente stop al gasdotto South Stream stanno producendo danni incalcolabili alla nostra economia”. Come? Con la creazione di un intergruppo. “Da destra a sinistra in tanti vogliono dare un contributo alla normalizzazione dei rapporti italo-russi – ha spiegato Grimoldi- E’ nostro dovere dare un contributo affinché si chiuda questa stagione di contrasti, che non fanno altro che danneggiare la nostra economia, in un momento già di per sé drammatico, causa crisi”.

Danilo Patti

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