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Milan Kundera

L’Arabia Saudita nuovo player in M.O. e lo strappo dagli Usa

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L’Arabia Saudita del nuovo corso di re Salman bin Abdul Aziz non ha più bisogno di Washington. E il cambio di strategia è ormai evidente a tutti i livelli. Il modo in cui è intervenuta nella crisi yemenita ne è una prova inequivocabile, così come la nascita voluta da Riad di una forza militare comune in difesa dell’islam sunnita.

 

torreL’Arabia Saudita del nuovo corso di re Salman bin Abdul Aziz è decisa a uscire definitivamente dall’ombra della vecchia e storica alleanza con gli Stati Uniti e a ritagliarsi un ruolo nuovo di player di primo piano in Medio Oriente e in seno alla grande comunità sunnita. Dopo le frizioni diplomatiche, provocate prima dall’avvicinamento di Washington all’Iran, poi dalla decisione americana di non intervenire in Siria contro Bashar Assad, e infine dalla guerra sotterranea che si combatte da mesi sul prezzo del petrolio, che Riad continua a tenere di proposito basso, il cordone ombelicale è stato definitivamente tagliato. Il nuovo sovrano ha portato a compimento lo strappo diplomatico del suo predecessore Abdullah bin Abdulaziz Al Saud scomparso poco più di due mesi fa. E a nulla è servito il tentativo di riportare nell’orbita della sua influenza il Trono di Spade messo a segno in corner da Barack Obama lo scorso 27 gennaio, quando, concludendo in anticipo la sua visita ufficiale in Cina, si è recato a Riad dove ha incontrato il nuovo re. L’Arabia Saudita può fare da sola, non ha più bisogno di Washington. E il cambio di strategia è ormai evidente a tutti i livelli. Il modo in cui è intervenuta nella crisi yemenita ne è una prova inequivocabile: i raid aerei contro le postazioni delle minoranza sciita Houthi che ha rovesciato il presidente Abdu Rabdu Mansour Hadi, ed è impegnata a conquistare tutto il territorio non sono stati concordati con l’amministrazione americana, che, come gli altri partner occidentali, Italia compresa, è stata solo preallertata.

La santa alleanza sunnita

La leadership saudita ha agito per conto proprio, ed è anche riuscita a costruirsi una coalizione tutta musulmana, superando nonre saudita poche e stagionate divisioni, pronta a sostenerla militarmente e composta da Egitto, Giordania, Sudan, Marocco, Emirati Arabi, Bahrein, Qatar. Un nucleo di paesi tra i quali distanti l’uno dall’altro su molti fronti, ma che sono riusciti a ritrovare compattezza contro due nemici comuni: l’Iran, che è dietro all’avanzata Houthi nello Yemen e l’Isis, che, diversamente da al Qaida, ha ambizioni di realizzare un grande e immenso califfato.Ma non è solo questo. Riad al vertice delle 22 nazioni della Lega Araba che si è concluso domenica scorsa a Sharm al Sheikh, in Egitto, ha ottenuto tutto quello che si era proposta di ottenere. In primo luogo la nascita di una forza militare comune, che è la realizzazione di un sogno che ha radici lontane. A capo: Riad e il Cairo, quest’ultimo fortemente interessato a riguadagnarsi il perduto rispetto della comunità internazionale per il suo tradizionale ruolo di grande mediatore nella regione e a cancellare la memoria del sangue che è stato versato prima dell’ascesa del presidente al Sisi al potere. Nelle intenzioni dei due partner l’ immensa task force che hanno in progetto di realizzare dovrà essere in grado non solo di stoppare l’avanzata sciita, ma anche contrastare qualsiasi nemico, a cominciare dall’Isis e riportare la stabilità in tutta l’area, dove ci sono tre fronti incandescenti.

Yemen, Siria e Libia e  la grande minacciaall’Islam tradizionale

Yemen: il paese ha un importanza geostrategica fondamentale. Lo stretto di Bab-al Mandeb porta al Mar Rosso e perderne il controllo dal lato yemenita potrebbe avere pesantissime conseguenze sul traffico di navi dirette a Suez. A sorvegliarlo, non a caso ci sta pensando con le sue navi da guerra l’Egitto. Inoltre l’instabilità in cui vive da decenni – a lungo è stato diviso tra nord e sud, con a nord il governo assolutista di Ali Abduallah Saleh e a sud il regime comunista- lo rende particolarmente permeabile al terrorismo e crocevia di grandi traffici, soprattutto quello delle armi.
Siria: Damasco è alleato da sempre degli hezbollah, amici a loro volta di Teheran. E il presidente Bashar Assad non è un musulmano sunnita, ma appartiene alla setta degli alawiti, che sono una minoranza sciita. E’ per questo che Riad se l’è presa così tanto con gli Stati Uniti che, quando ormai sembrava tutto deciso, si sono tirati indietro e hanno preferito non attaccare il regime. E’ per questo che il ministro degli esteri del regno ha rivolto parole durissime alla Russia, che continua a sostenere Damasco.
Libia: come lo Yemen è precipitata nel caos più assoluto e come lo Yemen è terreno fertile per i jihadisti dell’Isis. La situazione nella quale si trova costituisce un rischio alto per tutto il Mediterraneo.

bankLa reconquista sunnita

Ma nella nuova strategia saudita c’è anche un’altra missione, una missione culturale. Riad sta cercando di riorganizzare la sua politica di comunicazione e in tutto il mondo, attraverso la Lega Musulmana, che ha sede alla Mecca ed è stata fondata dal futuro re Feysal nel 1962, è impegnata capillarmente a prendere il controllo di moschee e centri islamici, nell’intento di cambiare la percezione ricca di connotazioni negative che l’Occidente ha della religione del profeta Maometto.

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