«Lei sogna di ..far tredici? » Ma lo farà sicuro!

Gianni Rodari

L’ Ora più buia”, un Churchill da Oscar

0

Rispettando i pronostici, Gary Goldam ssi è conquistato l’Oscar come miglior Attore Protagonista per “L’ora più buia” di Joe Wright.

Il film di Joe Wrigt, già autore di Espiazione e Anna Karenina,  è un’opera matura ed emozionante, che si modella su avvenimenti storici realmente accaduti con intelligenza, sia per quanto riguarda la scrittura che il linguaggio cinematografico adottato per la rappresentazione scenica: un’opera, dunque, che ha tutte le carte in regola per vincere con merito la statuetta come miglior film.

Strutturata non solo come un biopic, ma soprattutto come un thriller storico e psicologico, che da individuale si fa collettivo, la pellicola si pone dal punto di vista diWinston Churchill  ( Gary Oldman), che, nominato Primo ministro inglese, prende le redini del Parlamento in uno dei momenti più oscuri della storia contemporanea, l’inarrestabile invasione delle truppe di Hitler in Europa.

E’ l’ora più buia del titolo: un momento di soccombenza e insicurezza, che vede l’ombra di un tiranno torreggiare su un’Europa divisa e frammentata, ridicolizzata nelle sue forze armate e nei suoi mezzi difensivi, oltre che nella propria autodeterminazione nazionale. La supremazia tedesca è indiscussa e sembra imporre come scelta più ovvia, per limitare le perdite, la resa della Gran Bretagna con un trattato di pace, alla stregua di quanto fatto dalle altre potenze europee già cadute; ma se questa è la visione dei Conservatori Chamberlain, Primo ministro uscente (Ronald Pickup) e del visconte Alifax (Stephen Dillane) , la cosiddetta politica dell’appeasment; non è quella dell’imprevedibile e discusso Churchill, strenuo sostenitore del riarmo e del conflitto armato. Remando contro il suo stesso partito l’abile ed arguto politico, scrittore e oratore Churchill, persevera nel rifiutare di venire a patti con Hitler, assumendosi in prima persona la responsabilità di tutte le sue gravose scelte.

Il regista Joe Wrigth sfrutta la complessità espressiva dell’attore Gary Oldman, (già vincitore del Golden Globe e quasi sicuramente dell’oscar ), per rappresentare ilogoranti dubbi di Churchill, che sono in fondo anche i “grandi dubbi della storia”. Cosa sarebbe successo se la Gran Bretagna non avesse continuato a combattere, ma avesse firmato la resa? Questa la domanda principale. Probabilmente non sarebbe più esistita l’Europa come oggi la intendiamo e le sorti della Seconda guerra mondialesarebbero mutate radicalmente. E’ una domanda cui oggi possiamo rispondere a posteriori; ma la risposta non era affatto scontata all’epoca di Churchill, anzi la decisione del Primo ministro sembrava irrazionale e contraddittoria, come la personalità eccentrica e  imperscrutabile di colui che per primo portava avanti tale convinzione diresistenza armata promuovendo la guerra invece che la pace. L’idea brillante della sceneggiatura è proprio quella di ricostruire attraverso il ritmo di un thriller storico e psicologico molto coinvolgente sul piano emotivo questo contesto di isolamento, incomprensione, irrazionalità che sembrava sommergere Churchill da ogni parte, schiacciandolo sempre di più sotto il peso di decisioni gravose e cruciali, in un’epoca in cui ogni speranza sembrava destinata a scomparire.

Ben lontano dal darci un ritratto agiografico di Churchill, il film di Wright si addentra sempre di più nel personaggio mostrando tutte le ambivalenze del protagonista: osteggiato dal suo stesso partito egli appariva a molti come un irrazionale, “un folle”, testardo e irresponsabile, non in grado di accettare la sconfitta, “un uomo pericoloso per la Gran Bretagna e per l’Europa”. Allo stesso tempo ci appare come un uomo spesso distante dalla famiglia, egoista sotto molti aspetti, a suo modo affettuoso coi suoi cari sotto altri, dedito abitualmente all’alcol, ma anche un grandissimo oratore, un uomo dall’ironia brillante, dai saldi principi e dalla straordinaria capacità politica, del quale il regista fa emergere la grande fermezza-testardaggine, l’indomito e ribelle coraggio, l’integrità morale, la lucidità e la lungimiranza nel vedere oltre, nel comprendere che non si poteva scendere a patti con “un mostro quale Hitler senza venire annientati come popolo e come nazione”.

Un “inaspettato” faro di luce in un’epoca cupa e oscura. Inaspettato perché utilizzatore di metodi non convenzionali e in molti casi non ortodossi per perorare la sua  causa, come i suoi discorsi alla nazione, spesso menzogneri o parziali sul reale andamento della guerra in Europa, o il suo atteggiamento quasi “negazionista” rispetto alla sconfitta in corso su tutti i fronti. Molto bella in proposito la scena del suo primo discorso via radio alla nazione. Illuminato dalla luce rossa del microfono, dopo una lunga pausa che evidenzia tutti i suoi dubbi e il peso delle sue scelte, egli mente spudoratamente agli inglesi, per smuovere i loro animi e spingerli a non desistere nella speranza, per  suscitare in loro lo spirito britannico di indipendenza e di difesa dei propri confini. Oltre all’ottima interpretazione di Oldman e degli altri interpreti (Kristin Scott Thomas nei panni della moglie del Primo Ministro e Ben Mendelsohn nel ruolo di Re George), il punto forte del film è senza dubbio l’abilità tecnica di Joe Wright.

La sua è una regia virtuosa, elaborata ed elegante al tempo stesso, con movimenti audaci di macchina e inquadrature studiate, fluida, coinvolgente ed emozionante, che oppone a colorazioni a volte spente e ad immagini in penombra il brio incontenibile dell’ indomito protagonista dell’opera, Churchill, il quale col suo ingresso e i suoi “sigari pensosi” anima gli ambienti, rende pulsanti i sotterranei del gabinetto di guerra e le aule inzialmente tiepide del Parlamento, fino a farle esplodere in trionfo.

Per evidenziare ad esempio una delle tecniche narrative utilizzate dal cineasta inglese, egli  utilizza l’escamotage della giovane segretaria stenografa (Lily James), la quale segue il Primo ministro ovunque egli vada, per mantenere vivo il coinvolgimento emotivo. Nelle scene in cui Churchill parla con la ragazza, infatti, è come se il politico si rivolgesse direttamente allo spettatore, confidando i suoi dubbi più reconditi e le sue evidenti fragilità. In questo modo, inoltre, il regista evidenzia come il Primo ministro sia realmente ascoltato più dal popolo, rappresentato dalla stenografa, che non dai politici, che lo osteggiano nelle aule e nei consigli di guerra e reputano i suoi discorsi come fossero i deliri di un folle o di un ubriaco.

In un crescendo espressivo, molto curato al livello di linguaggio cinematografico e anche dal punto di vista estetico, Wright prepara abilmente il terreno per una delle scene più importanti e belle del film: quella del discorso di Churchill in metropolitana. Una scena inventata, ma scenicamente geniale: c’è empatia, ma soprattutto c’èintimità, svelamento e sincera commozione da parte del Primo ministro che scende per le strade e trova la vera risposta nel parlare con gli uomini e le donne incontrati sulla metro.

L’idea registica è notevole: il dramma psicologico di Churchill si fa collettivo e abbraccia tutti, rispettando la loro individualità, quella di tutti, senza distinzione di ceto, genere o razza, perché il principio di libertà è innato in tutti gli uomini, qui rappresentati dai londinesi, che, anche se non sono politici sanno, forse meglio di questi ultimi cosa è meglio per il loro paese. Il discorso finale di Churchill in parlamento è l’apoteosi dell’oratoria del Primo ministro Inglese, con cui egli conquista anche il favore degli avversari: come dirà il visconte Alifax (avversario di Churchill) “ciò che ha vinto è stato il trionfo della lingua inglese”. Il trionfo delle parole, ma non di quelle vuote e ingannevoli, come la definizione di trattato di pace che avrebbe comportato in realtà l’annullamento della Gran Bretagna e dell’Europa; ma di quelle vere, autentiche nel loro significato incontrovertibile, come quello di libertà e indipendenza dalla tirannia.

E’ così che nella strana ottica della storia le bugie di Churchill furono più utili della verità e la sua scommessa azzardata di resistere contro Hitler fu ripagata con successi insperati, come il salvataggio dell’esercito inglese nella Baia di Dunkirk, operato non da soldati, ma dalle navi civili che si mobilitarono in massa per l’evacuazione, forse proprio in risposta a quello spirito che il Primo ministro cercava di risvegliare in loro. Per concludere “L’ora più buia” è un film dalla tematica molto importante, carico di emozioni, girato superbamente dalla matura regia di Joe Wright: una pellicola che  meriterebbe senz’altro l’oscar per miglior film e per migliore interpretazione maschile a Gary Oldman. Sorprende poi come questo film, affronti il tema del salvataggio di Dunkirk dalla prospettiva del Primo ministro, mentre l’omonimo film di Noland, candidato anch’esso agli oscar di quest’anno, abbia ripreso la vicenda dal punto di vista dei soldati. La visione incrociata di questi due film fa davvero luce su questo episodio spesso poco raccontato e conosciuto.

L'Autore

Lascia un commento