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Gianni Rodari

L’affaire Puigdemont e l’ombra del franchismo

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Fa paura la Spagna di Mariano Rajoy e di Filippo VI. Il caso Catalogna è stato gestito male. Ed è sfuggito di mano alla leadership al governo, immobilista e fatalista come poche.  E se anche gli aneliti indipendentisti di questa regione, come di altre in Europa, sono assolutamente non condivisibili, va condannato con forza il modo in cui  Madrid ha reagito all’esito del referendum. La Ue  dovrebbe sanzionare un paese che rispolvera i reati politici e di opinione punendoli con il carcere.  L’ombra del fascismo e del franchismo si sta addensando su una monarchia sempre più vecchia e fuori del tempo. Con ben altri mezzi democratici e non con i manganelli, la distruzione dei seggi, le manette, si sarebbe potuto e dovuto fermare il referendum per la secessione della Catalogna. Il  deposto presidente della Generalitat Carles Puigdemont, eletto dal popolo non è un terrorista, ma il rappresentante delle legittime aspirazioni del popolo catalano. E la Spagna dovrà rispondere dinanzi alla comunità internazionale del mandato d’arresto internazionale spiccato nei suoi confronti e nei confronti di alcuni esponenti della sua junta. Sono finiti dietro le sbarre del carcere di Estremera,  l’ex vicepresidente Oriol Junqueras, Jordi Turull (Presidenza), Josep Rull (Territorio), Carles Mundò (Giustizia), Raul Romeva (Esteri) e Joaquim Forn (Interno) mentre  Meritxell Borras (Governo) e Dolors Bassa (Lavoro), sono detenute nella prigione femminile di Alcalà, poco fuori dalla capitale spagnola.

Puigdemont è  volato con quattro ministri -Clara Ponsatí, Mertitxell Serret, Antoni Comin, Lluís Puig-   a Bruxelles. Qui i cinque esponenti politici catalani si sono presentati spontaneamente in commissariato e dopo essere stati interrogati da un giudice  sono stati rimessi libertà, con la condizione di non poter lasciare il Paese. Duecento sindaci della loro regioni li hanno raggiunti e incontrati al Centro delle Belle Arti della capitale belga per esprimere loro sostegno e solidarietà.  “Vogliamo costruire un nuovo paese dove non avremo paura di parlare, non rinunceremo mai a questo ideale, è l’unico modo in cui una nazione come la nostra può essere e avere un futuro”, ha detto il leader indipendentista, invitando le istituzione europee a “rispettare il risultato” che uscirà dalle urne il 21 dicembre. “Juncker e Tajani – ha aggiunto – è questa l’Europa che volete? Continuerete ad aiutare Rajoy in questo colpo di stato?”.

Il Tribunale di prima istanza belga esaminerà il caso il 17 novembre e avrà 15 giorni per decidere se rendere esecutivo il mandato. Contro la sentenza sarà poi possibile appellarsi.  Passeranno così almeno 45 giorni prima che si arrivi al provvedimento definitivo. Si andrà oltre dunque anche la data fissata per le elezioni della nuova junta. Elezioni, assai anomale, per molteplici ragioni. La prima è che uno dei candidati alla guida della Generalitat potrebbe essere lo stesso Puigdemont, a condizione però che il  suo schieramento si presenti con  una lista unitaria. Quanto ai sondaggi, la maggioranza assoluta dei secessionisti sembrerebbe a un passo. E se così fosse davvero, per la Spagna sarebbe un assoluto disastro.

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