Non preoccuparti di cosa sta per fare qualcun altro.
Il miglior modo per predire il futuro è inventarlo.

Alan Kay

Le occasioni mancate della politica italiana/Il punto di vista

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La crescente tensione interna tra i due partiti della maggioranza e il loop autodistruttivo in cui sembra essere entrato il Pd rendono più chiaro lo sguardo in merito al percorso che ci ha portato ad oggi e ci fa riflettere sulle possibili vie alternative che la politica avrebbe potuto percorrere. E non solo per rimpiangere le occasioni mancate, ma perché in esse ci può anche essere il seme di un possibile sviluppo futuro, se esso cade in un terreno favorevole e ben coltivato.

In effetti pare che le speranze (per chi le aveva nutrite, anche non votando per nessuno dei due partiti in esso presenti) che col nuovo governo effettivamente si potesse operare un cambiamento, almeno in certi settori (ad es. l’università e l’istruzione, il precariato e così via), si vanno via via affievolendo. Di sicuro è ancora presto per pronunziare una sentenza definitiva, come invece molti già fanno, ma certo la prognosi non sembra alimentata dalle stesse speranze che sino a qualche mese fa i più ottimisti nutrivano. E ciò dipende – per la parte maggioritaria dell’elettorato che lo aveva votato – dalla circostanza che nel M5S, movimento eterogeneo nel quale convivevano (e forse ancora son presenti) molte anime e pulsioni, si stanno sempre più sviluppando le linee di pensiero e di orientamento che lo fanno sempre più allineare con certe posizioni della Lega, della quale ha sinora subito l’egemonia grazie a un leader onnipervasivo e mediaticamente efficace come Salvini, che ha trovato nella questione della “invasione dei migranti” la chiave per smuovere le pulsioni e i sentimenti di paura più radicati negli italiani.

Tuttavia mi sembra errata l’idea di molti (particolarmente radicata tra i sostenitori del Pd e specificamente in chi ha condiviso la leadership di Renzi e continua ancora a giudicarlo un “grande leader” o una “risorsa” della politica italiana), per i quali il M5S è il male assoluto e quindi bisogna tenersi lontani da ogni contatto. Ciò, innanzi tutto, per la considerazione generale che questo modo di ragionare applica alle analisi socio-politiche il “modello Far West”: tutti i cattivi da una parte e i buoni dall’altra; mentre invece sono convinto che il male sta anche nel bene e viceversa, con proporzioni diverse, ma mai in modo assoluto; e avere una visione chiaroscurale della realtà è il principio della saggia politica.

Ma in secondo luogo anche perché chi ha avuto esperienza di incontri e colloqui con molti dei sostenitori e militanti del M5S e/o che l’hanno votato, si sarà sicuramente accorto come tra essi vi siano persone assai eterogenee: ex della sinistra più estrema, ex-comunisti, ecologisti, vegetariani, antivax, ma anche qualunquisti, arrampicatori, persone semplicemente generose e in buona fede, ma senza arte né parte, cripto-razzisti ecc. Insomma si sarà sicuramente fatto la convinzione che il M5S è un conglomerato di persone più accomunate da un grumo di risentimento e protesta contro l’ordine esistente, contro una politica indifferente e lontana dai cittadini e contro i partiti che hanno sgovernato l’Italia, che cementate da un programma chiaro, radicato in una storia, attingente la sua linfa da una tradizione di pensiero e di ideali. È stato (ancora forse è) più un insieme di NO, con qualche idea, spesso nebulosa, sui SI, tuttavia non organicamente armonizzati in un progetto complessivo di società.

A ciò si aggiunga anche il fatto che, per il modo in cui il movimento è nato ed è cresciuto, non ha avuto neanche il tempo di forgiare una vera e propria classe dirigente e si è anche esposto a chi – avendo capito il vento (ce ne sono molti che hanno questo fiuto) – è prontamente saltato sulla carrozza in corsa per trovarsi al momento giusto nel posto giusto e lucrare una posizione di deputato, di sottogoverno o qualche altra prebenda. È questo il pericolo cui è esposto ogni partito, ma ancor di più quei partiti “leggeri” che nascono sull’onda dell’indignazione o della contingenza storica e non affondano le proprie radici in un autentico movimento di popolo, in classi sociali e/o produttive radicate sul territorio, ma piuttosto sulla capacità di comunicazione mass-mediatica, sia essa effettuata tramite i social o internet, sia con le televisioni o i tradizionali organi di stampa. Insomma in partiti o movimenti dalla storia breve e dall’improvviso successo.

Questa natura del M5S è venuta chiaramente alla luce del sole quando Di Maio, nelle trattative per la formazione del governo, ha sostenuto di essere disponibile ad allearsi indifferentemente col Pd o con la Lega. Non era questo un sintomo di generico qualunquismo, come è stato dai più interpretato, ma il segno di questa composita e differenziata natura del M5S, che spingeva in una o nell’altra direzione e che era necessario capire per potersi rapportare con esso. E purtroppo, la soluzione che poi ne è venuta fuori, ovvero l’alleanza con la Lega, ha di fatto dato forza al qualunquismo e alle pulsioni più simpatetiche che la politica salviniana, mettendo la sordina e in minoranza le altre. Si può dire, per semplificare in una formula, che si è così dato forza alla componente “di destra” del M5S e si è messa in minoranza o in sordina quella “di sinistra”. L’isolamento di Fico e l’emigrazione di Di Battista ne sono il segno.

E qui veniamo al secondo punto del ragionamento. Se è vero quanto sinora detto, risalta in modo chiaro la responsabilità di chi non ha voluto offrire un’altra sponda al M5S, spingendolo o addirittura invocando a piena voce la sua alleanza con la Lega. È chiaro a chi si fa riferimento: al Pd a perdurante guida renziana, perché, non dimentichiamolo, il programmato tavolo a cui l’ancora traballante segretario Martina aveva deciso di partecipare su invito di Di Maio è sfumato dopo che lo stratega di Rignano l’ha bocciato in una intervista televisiva.

Chi critica l’ipotesi di un possibile accordo o “contratto” tra Pd e M5S – nella sostanza ripetendo le argomentazioni di Renzi – lo fa in base a quella valutazione del tutto negativa del M5S prima criticata (“con Di Maio è impossibile qualunque accordo”, “i 5S sono il peggio della politica italiana, sono populisti, sovranisti, insomma il Male” ecc.). Se tale giudizio fosse vero – e quindi quanto da me detto precedentemente falso – allora tale “gran rifiuto” potrebbe essere giustificato. Se invece ho ragione su quanto prima scritto, allora sarebbe stato opportuno valutare avrebbero potuto essere gli eventuali benefici che il Pd, e l’Italia, ne avrebbero potuto trarre, restando nell’ottica di chi ovviamente giudica negativamente la politica del governo a guida leghista.

Innanzi tutto il Pd avrebbe potuto cogliere l’occasione di tale alleanza per fare una vera autocritica per quanto di sbagliato fatto in passato e quindi proporre agli elettori una immagine autenticamente rinnovata di se stesso, dicendo: “la batosta elettorale non è solo il frutto della incomprensione del popolo italiano per il gran bene da noi arrecato al paese, ma ha la sua ragion d’essere anche nell’aver fatto degli errori: la legge Fornero si può ritoccare, la buona scuola può essere ulteriormente migliorata, il jobs act può essere rivisto in alcuni suoi punti”, e così via. Insomma, Il Pd poteva tentare di riconquistare una fisionomia più “di sinistra” e più vicina ai ceti subalterni, cercando di liberarsi dalla comune percezione che ne fa oggi il partito delle classi abbienti e degli industriali (o peggio), tentando così di riguadagnare parte di quel popolo che lo ha abbandonato. Ma a tale scopo bisognava liquidare la dirigenza renziana, e non si è avuto il coraggio o la forza per farlo.

In secondo luogo, grazie alla alleanza con il Pd, il M5S avrebbe di sicuro smorzato le sue demagogiche sparate o in fase “contrattuale” o nella pratica di governo, così come di fatto sta avvenendo, e – cosa ancora più importante – non avrebbe avuto lo sbilanciamento verso la propria componente di destra, qualunquista e sovranista, come invece accade.

Infine, il Pd avrebbe avuto il merito di non permettere che l’Italia fosse consegnata alla destra xenofoba e razzista di
Salvini. Certo, questo nell’ottica dell’interesse del paese; se invece si sposa l’idea che “stiamo in poltrona mangiando popcorn, assistendo allo sfascio del paese, che così poi ritornano a noi”, allora si privilegia l’interesse di un piccolo gruppo di potere sulla pelle di un’intera nazione. Non mi sembra una grande prova di attaccamento all’interesse collettivo.

Insomma, a mio avviso e in base al ragionamento da me fatto, il Pd e in particolare il suo gruppo dirigente renziano hanno mancato un’occasione storica e si sono assunti una grande responsabilità con la scelta di non volere in nessun modo dialogare col M5S. Ora sembra che all’orizzonte vi sia o lo sviluppo che vorrebbe al Pd imprimere Calenda, che mi pare proprio quello di una imitazione del modello Macron, ma fatto da una persona più credibile e seria (oltreché priva di controindicazioni caratteriali) di quanto non si sia dimostrato Renzi; oppure un pestare l’acqua nel mortaio in un defatigante congresso con un segretario debolissimo che gestirà verosimilmente la transizione verso uno Zingaretti, che non pare proprio l’arma definitiva per la rinascita.

In tutto ciò, a noi non resta che la speranza che il comportamento e la responsabilità assuntasi dal Pd con il proprio diniego non sia l’analogo della mancata reciproca intesa tra socialisti e popolari, che portò nel primo dopoguerra all’ascesa del fascismo, con la benedizione dei liberali che pensavano di poter utilizzare Mussolini a fini di ordine pubblico, così come oggi i benpensanti pensano che Salvini sia solo un rimedio per fronteggiare l’immigrazione.

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