Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Paul Valéry

L’importanza di non chiamarsi ‘occidentali’. Per un’identità plurale

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Qualche mese fa, sono andato in Algeria per un convegno. Una delle prime cose che rimarcai (anche perché ne avevo già avuto esperienza in Tunisia e altrove) è stato il modo in cui gli uomini (anche uomini robusti, forti e dall’apparenza quasi minacciosa) davano la mano per presentarsi o per salutare: piatta, molle, senza stringere, come da noi tendono a fare piuttosto alcune donne. Tornato in albergo, all’atto di annotare questa cosa, mi sono sorpreso a scrivere: “a differenza di noi occidentali…”. Mi sono interrotto subito, e ho iniziato a pensare.

In che senso io sarei “occidentale” rispetto a un algerino? Non lo sono geograficamente, né come residente in Sicilia, e neppure come sardo (anche se la Sardegna è più a ovest). Perché mi è venuto naturale (parola insidiosissima! Chiedere, tra gli altri, a Roland Barthes) definirmi tale rispetto ai miei interlocutori di quel paese?

Mi sono dato delle risposte. Definirsi “occidentali” ha avuto dapprima, per gli europei, il significato di opporsi all’Asia, l’Oriente per eccellenza (e il mondo arabo è stato dunque classificato come Medio – o vicino – Oriente); oggi, il centro di gravità di una tale occidentalità sono chiaramente gli Stati Uniti. Le cartine su cui abbiamo forgiato la nostra immagine di questo pianeta sono costruite con la proiezione di Mercatore (o una simile) e suddividono il mondo in due emisferi, orientale ed occidentale. Capita dunque che i continenti del sud del mondo risultino spesso più piccoli di quanto non siano in realtà (il Sudamerica e l’Australia sono luoghi ben più estesi di quanto non appaia in quel tipo di proiezione – per non parlare dell’Africa!); ciò avviene perché le terre delle parti più lontane dall’equatore (p. es. la Groenlandia) sembrano più grandi, mentre quelle più vicine (p. es. il Brasile) sembrano più piccole. Quanto alla divisione est-ovest, essa fa sì in qualche modo, l’Europa – che è un’appendice e dell’Asia – venga vista piuttosto come propaggine dell’Occidente nell’Oriente (un po’ come l’Australia è una propaggine del nord – australe – nel sud – boreale).

Nei giorni seguenti ho fatto sempre più amicizia (aiutato anche dal fatto che si trattava di un insegnante d’italiano, e a tutti a due faceva piacere parlare nella lingua di Dante) con un collega di origine e di cultura berbera. Parlando con lui, mi è capitato di usare l’aggettivo ‘magrebini’ per dare una definizione complessiva degli abitanti degli stati del nordafrica (Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco). Credevo, in quel modo, di avere trovato una denominazione neutra, che non fosse irritante o fastidiosa. Il mio nuovo amico mi ha confessato che non gradiva, invece, quella definizione. E mi ha spiegato perché: ‘magrebini’ significa ‘arabi d’occidente’, e lui non voleva essere qualificato anzitutto (perché non si sentiva anzitutto) un arabo. A quel punto ho potuto vedere una posizione in qualche modo speculare alla mia. Infatti, il caratterizzare i nordafricani come “arabi d’occidente” implica in qualche modo la costituzione di una relazione di dipendenza e subordinazione: sono arabi, ma i “veri” arabi (quelli per cui non c’è bisogno di dare caratterizzazione geografica – casomai caratterizzazioni d’altro tipo)  sono quelli d’oriente. L’oriente (l’Arabia Saudita anzitutto, poi gli Emirati, ecc.) è il centro di gravità per gli arabi, così come gli Sati Uniti sembrano esserlo per gli Europei (di cultura, se non religione, cristiana – al netto della secolarizzazione). Il disagio era lo stesso, acuito forse, in entrambi, dalla coscienza orgogliosa dell’appartenenza a una minoranza ben caratterizzata: debole (ma presente) per me come sardo, fortissima per lui come berbero.

È un disagio benefico. Guai a chi non l’ha mai provato. Ma la cura, a mio modesto avviso, non è relativizzare ogni identità. Piuttosto, è l’identità plurale. Le identità si sommano e si stratificano, ma non si elidono.

Se io posso interessarmi (p. es.) all’identità berbera, è perché io ne ho una (o più d’una), e posso comprendere cosa vuol dire avere una (o più) identità, anche senza conoscere quella (ma passando, nel caso specifico, attraverso il ponte dell’identità italiana comune a me e al mio nuovo amico).

Se io, da sardo, mi scopro ad usare in certi casi espressioni siciliane (come in altri userei espressioni latine), è perché conosco la sensazione di sentirsi a proprio agio con certe parole, e arrivo a sentirmi comodo dentro parole che da ragazzo non erano le mie (perché ho iniziato a “sentirmi comodo” – se così posso dire – con alcune delle persone che si ritrovano in queste parole).

Se io posso provare pena per un povero cristo africano che si va ad ammazzare davanti a tutti in uno dei luoghi più noti del mondo, senza che questi tutti sappiano fare molto di più che riprenderlo col telefono, o schernirlo, è perché io ho un’identità (che me lo fa definire, tra l’altro, “povero cristo”, anche se lui non era probabilmente cattolico, e io non sono credente).

L’umanità astratta è una conquista faticosa, ma non può mai essere il punto di partenza. E si conquista attraverso la costruzione di una identità composita e plurale, a partire dall’hic et nunc dove ci è toccato nascere. Ma guai a ricacciare la propria identità (quale che sia), perché non si avrebbe niente di cui parlare: nel dialogo tra persone, non sono solo due conspecifici che interagiscono, ma quest’uomo qui che parla con quell’uomo lì. L’unica cosa peggiore di avere una sola identità è non averne nessuna.

L'Autore

Emanuele Fadda insegna semiotica, linguistica e filosofia del linguaggio all’Università della Calabria. Pratica assiduamente il meticciato geografico (è sardo, ma vive in Sicilia e lavora a Cosenza) e quello teorico (saltando da Saussure a Peirce a Mead a Barthes, possibilmente in partibus infidelium). Il suo ultimo volume è “Peirce” (Carocci, 2013).

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