Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Paul Valéry

Lo sciopero dei docenti universitari. Fenomenologia del non aderente sofferente

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E’ balzato alla cronaca, forse per la prima volta, lo sciopero che i docenti universitari hanno indetto non per “recuperare gli arretrati”, come è stato detto, ma per evitare che l’effetto del blocco della carriera per cinque anni (a differenza di quattro di tutto il resto del settore pubblico) si ripercuotesse anche sul resto della carriera. Infatti, diversamente per tutti gli altri comparti per i quali, dopo lo sblocco, si riprende la carriera come se non fosse stata interrotta, invece per i docenti universitari la decurtazione prosegue sino alla quiescenza e quindi si ripercuote sul TFS e sulla pensione. E’ stato valutato che, senza contare TFS e pensione, si ha la perdita mediamente di circa 100.000 euro e a tal fine è stato approntato un semplice strumento di calcolo. L’effetto di questo meccanismo si può vedere dalla figura qui a fianco.

E’ uno sciopero indetto dai docenti universitari per rivendicare la propria dignità (anche economica), dopo anni di maltrattamenti, da parte di tutti i governi, che non riguardano ovviamente solo gli stipendi, ma anche i finanziamenti della ricerca, il futuro dei giovani precari, la condizione degli studenti e tanti altri punti che sono stati illustrati bene nel sito ROARS, che ha dedicato all’argomento molti interventi.

Nonostante una adesione al di là delle previsioni, c’è tuttavia un certo numero di colleghi che hanno deciso di non scioperare; alcuni di essi sentono la necessità di portare argomenti a sostegno della loro sofferta decisione, che in astratto affermano di condividere; altri semplicemente non scioperano e non ne fanno pubblicità. Sono però interessanti le giustificazioni portate dai primi, la cui analisi permette anche di dissolvere alcuni equivoci che si sono diffusi su tale sciopero.

Innanzi tutto, vi sono le motivazioni più facili, del “non possumus”: la nostra carica di responsabilità non mi permette di scioperare, non ho i giorni disponibili per fissare il nuovo appello, le condizioni del mio dipartimento sono tali da impedirlo e così via. Molte volte queste giustificazioni sono reali, ma altre volte sembrano un po’ ad hoc, solo per giustificare altri, inconfessati motivi su cui si può esercitare la fantasia, ma che qui è bene per prudenza tacere.

Poi v’è chi non pensa al proprio interesse, ma a quello altrui. Innanzi tutto degli studenti, che di questa malauniversità sono le prime vittime, che pagano le tasse più alte d’Italia e così via. Ma come, pensiamo di penalizzare proprio loro, che sono incolpevoli di tutto? E qui la giustificazione si fa un po’ speciosa: non solo non si capisce come possa esser fatto uno sciopero che a nessuno arrechi disagio. Uno sciopero siffatto, sarebbe un non-sciopero, sarebbe del tutto invisibile e coloro contro cui si vuole scioperare farebbero mille volte marameo a così civili ed educati scioperanti. Si vede che si è persa la memoria storica degli scioperi passati, quelli che poi effettivamente riescono ad ottenere qualcosa. E poi, basta riflettere sulle modalità dello sciopero per capire che esso non arreca quasi nessun disagio: gli studenti hanno avuto un “prolungamento” di 14 giorni (spesso da loro invocato per prepararsi meglio), non salteranno una sessione e coloro che hanno la necessità di dare esami prima (per laurearsi o qualsiasi altro motivo) hanno avuto la garanzia di una sessione speciale solo per loro. In ogni caso ciascun docente avrebbe potuto dare la propria adesione formale allo sciopero, con la conseguente decurtazione dello stipendio, così facendo alzare la percentuale dei partecipanti per dar forza alla protesta, e poi adottare tutte le misure possibili – anche personali – per non danneggiare gli studenti.

Ma i “pensosi” degli studenti, mica di loro soli si dimostrano preoccupati! E i precari, che soffrono di una condizione al limite delle vivibilità civile, degli studenti senza borse di studio, dei finanziamenti mancanti all’università e così via, sino alla siccità nel Sahel? Già, perché c’è chi pensa sempre globalmente: nessun problema singolare può essere risolto se contestualmente non si risolvono tutti gli altri. E così in attesa di trovare l’interlocuzione per affrontare tutti i problemi dell’università (dell’Italia e del mondo), i calci in faccia ce li possiamo prendere con cristiana e francescana pazienza. E’ questa la consueta strategia del ‘benaltrismo’: per ogni protesta, movimento o iniziativa, c’è sempre “ben altro” di più importante e generale. Mi pare l’analogo dell’argomento di Salvini: “prima gli italiani”; e intanto si fanno morire o torturare i non-italiani (ma lontano dai nostri sensibili occhi).

Ancora, c’è chi pensa che il successo dello sciopero dimostrerebbe la percorribilità del modello contrattuale, proposto con forza in questi giorni proprio da un sindacato. E invece proprio il successo dello sciopero significherebbe il fallimento del sindacato. Uno sciopero autoproclamato, che viene dal basso, che si basa sulla spontanea aggregazione dei docenti, che ha ottenuto nero su bianco dalla Commissione di Garanzia la certificazione che 5444 docenti e ricercatori sono un “soggetto collettivo” autorizzato a proclamare uno sciopero, e che, infine, che non ha avuto bisogno di una rappresentanza sindacale che lo organizzi e lo piloti, ebbene tutto ciò fa saltare proprio l’ipotesi della contrattualizzazione intesa come strumento di efficace tutela. Ed è proprio questo a far rodere i sindacati. Sarebbe invece il suo fallimento a far dire ai sindacati: “vedete, questo succede perché non siete contrattualizzati!”.

Infine, c’è chi si sente ancora un privilegiato, un aristocratico della cultura, un nobile, anche se decaduto. E come tutti i nobili, non si abbassa a unirsi con la plebaglia, che utilizza quel meschino, volgare, proletario e rozzo strumento dello sciopero. Preferisce alte interlocuzioni, discorsi in salotti riservati, abboccamenti con chi conta, profondi sospiri di sofferenza e stoica immolazione sull’altare del dovere. Per costoro, non resta che aspettare il risveglio dal sonno dogmatico, quando improvvisamente si troveranno con la testa sul patibolo, ad offrire l’ultimo sacrificio.

Ma forse v’è un motivo inconfessato, un “umano, troppo umano” calcolo: da quello meno nobile dell’attaccamento al quattrino, non perdendo un giorno di retribuzione, a quello più astuto e lungimirante di guardare al futuro, al proprio posizionamento, alla propria carriera istituzionale, all’interno ma anche all’esterno dell’università. Perché, ormai lo abbiamo capito, dopo la Legge Gelmini nell’università si è assai indebolito il legame tra corpo docente ed eletti. I quali, incassato il consenso e liberi dalla necessità di mantenerlo per la successiva elezione, possono pensare a fare i propri interessi, piuttosto che quelli dei docenti e dell’università stessa.

In tutto ciò, a subire un definitivo tracollo, nel caso di uno scarso successo dello sciopero, sarebbe la dignità dei docenti; e ciò rassicurerà chi di dovere: potrà continuare sulla stessa strada, tanto i docenti universitari sono solo capaci di inudibili belati.

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