Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Paul Valéry

Il mare, la più grande fattoria del futuro per produrre cibo ed energia

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Il vecchio concetto di ‘fattoria’ presto dovrà essere rivisto. Perché potrebbe diventare il mare il luogo adatto per la coltivazione di generi alimentari o per la produzione di carburante. E le alghe potrebbero passare da essere un problema ambientale a rappresentare una risorsa naturale e una materia prima da sfruttare. “Tutto ciò perché le alghe assorbono azoto dall’acqua e si comportano come fossero un impianto di trattamento di questa sostanza ampiamente diffusa nell’atmosfera terrestre”. A questi risultati si è arrivati nei laboratori del Kth Royal Institute of Technology di Stoccolma, in Svezia, capofila del progetto ‘Seafarm’, il cui obiettivo è quello di trasformare le alghe marine in cibo commestibile, medicinali, materiali plastici ed energia.

La macrorisorsa delle alghe marine

algheLa sovrapproduzione di alghe nei nostri mari è diretta conseguenza della loro eutrofizzazione, cioè della eccessiva presenza in questi ambienti di sostanze nutritive quali nitrati e fosfati. Il risultato più evidente sono quelle ampie popolazioni di micro alghe marine che infestano le nostre coste, rendendole spesso inutilizzabili. All’Istituto di Tecnologia di Stoccolma ci si è posti allora una domanda tanto ovvia da essere stata fino ad ora trascurata. Come poter fare diventare queste alghe una risorsa? “Abbiamo cominciato a raccogliere le alghe prodotte in eccesso lungo le coste e abbiamo provato a coltivare nuove forme di alghe fuori dall’ambiente marino”, hanno raccontato alcuni ricercatori del Kth a FUTURO QUOTIDIANO.

Le micro alghe che si convertono in biogas

Oggi le micro alghe vengono già raccolte dalle coste baltiche svedesi per convertirle in biogas. Si è stimato che quelle coste ospitino, in termini di alghe in eccesso, l’equivalente di 2.8 milioni di litri di carburante diesel. La superficie terrestre è coperta per i suoi tre quarti da mari. Attualmente l’uomo sta utilizzando il 40% delle risorse ospitate dalle terre emerse, mentre la percentuale di utilizzo di quelle marine ammonta solo all’1%. E questo 1% deriva da forme di sfruttamento errate degli ambienti marini, specialmente dalla pesca a strascico ampiamente nota per gli effetti negativi che produce sui fondali oceanici. “È proprio per questo che necessitiamo di nuove forme di coltivazione e di sfruttamento delle risorse marine”, ci dicono i ricercatori del Kth Institute.

Le sostanze contenute in questa importante fonte marina

La quantità di sostanze contenute nelle alghe è impressionante. Contengono vitamine, aminoacidi e minerali, praticamente in esse è possibile trovare l’intera lista della tabella degli elementi periodici, acciaio compreso. Ampissimi sono, per esempio, gli utilizzi che se ne possono fare a livello alimentare. Le alghe possono essere mangiate crude o cotte e recentemente l’interesse a livello culinario verso queste ‘formazioni marine’ è cresciuto notevolmente a livello europeo. Dalle alghe può essere ricavato anche olio per la cottura e spezie. Per fare un esempio, l’alga dello zucchero, conosciuta come saccharina latissima, contiene tre volte lo zucchero che si può ricavare da una normale canna da zucchero. “A questo punto, voi continuereste a coltivare intensamente canna da zucchero avendo a disposizione tutte queste alghe che possono dare all’industria alimentare la stessa sostanza con costi di produzione probabilmente minori?”, si domandano nel team del professor Fredrik Gröndahl del Kth Institute.

Gli sviluppi dell’utilizzo delle alghe

Gli sviluppi che possono aprirsi a livello di utilizzo delle alghe in un futuro nemmeno troppo remoto sono enormi. Potranno essere utilizzate estensivamente nell’alimentazione degli animali da allevamento. E le alghe sembrano essere un cibo ottimo anche per i pesci da allevamento. Si è calcolato infatti che per ottenere un salmone da allevamento di 1 kg è necessario fornirgli almeno 5 kg di pesce selvatico di cui nutrirsi. Insomma, dal loro utilizzo come nutrimento per la varie specie di pesci allevati nei mari ne trarrebbe beneficio l’intero ecosistema marino. Queste alghe, infatti, andando ad attaccarsi alla barriera corallina sarebbero in grado di attirare altre specie di pesci arricchendo così la popolazione delle acque circostanti. Nelle stesso tempo un grosso contributo all’ambiente arriverebbe dalla distruzione di queste alghe in eccesso di cui i pesci si vanno a nutrire. La coltura delle alghe funziona come l’allevamento delle cozze facendo crescere queste formazioni lungo corde immerse nel mare alle quali le alghe stesse sono sospese. Nel corso dell’inverno per impedire la formazione di ghiaccio queste coltivazioni possono essere spostate più in basso. E le coste svedesi sembrano particolarmente adatte a questo tipo di coltivazione, specialmente per la loro conformazione ricca di arcipelaghi e di parti di costa riparate. È importante la presenza della luce del sole per consentire alle alghe di crescere di almeno un paio di metri a stagione. Intanto la prima fattoria di alghe è già in finzione nelle acque della città di Strömstad, vicino alla Danimarca.

E la coltivazione delle alghe crea anche un indotto che promette nuovi posti di lavoro. Il professor Gröndhal ci fa notare come questo tipo di allevamento crei nel corso dell’anno una serie di fabbisogni di manodopera che si traducono già in mansioni retribuite. Per esempio le alghe in miniatura prima di essere immerse per la coltivazione vera e propria devono essere fissate alla corde che poi costituiranno il loro habitat. Passati sei mesi dalla loro immersione le corde devono essere tirate su e si può cominciare la raccolta delle alghe e la loro selezione. Siamo solo all’inizio, ma, promette Gröndhal, nel giro di pochi anni molti imprenditori comprenderanno le potenzialità commerciali di questo tipo di coltivazione e nel giro di 15 anni questa della coltivazione delle alghe potrebbe diventare un’industria del futuro con cui i governi ed il sistema della distribuzione commerciale potrebbero trovarsi davvero a dover fare i conti.

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