Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi,
molto prima che accada.

Rainer Maria Rilke

Mother! Un film che sa andare oltre

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Non è semplice recensire un film come quello di Darren Aronofsky, forse la pellicola più discussa e contestata di Venezia 74. Con la sua nuova opera il regista ha voluto spingere la metafora e il simbolo oltre le convenzionali soglie visive cui il pubblico è abituato. Lo aveva già fatto, con toni  esistenziali ed onirici già con “The Fountain”, che gli era costato, infatti, numerose critiche. In  “Mother!” lo stile è decisamente diverso: la metafora è cruda, violenta, dirompente, distruttiva, come il processo creativo che intende rappresentare.
Sì, perché la maternità del titolo, lungi dal voler descrivere soltanto la “gravidanza fisica”, le ansie, le paure e il rigetto che possono contraddistinguerla,  va ben oltre, anzi, ha il suo “cuore” nella riflessione relativa al “parto di un’idea”,  descrivendo la nascita dell’ opera d’arte,  che lega l’artista (il padre) alla sua ispirazione creatrice (la musa-madre), la quale può essere sublime, ma anche tribolata e devastante. Un discorso complesso, forse tortuoso in alcuni suoi punti, ma non per questo incomprensibile, né banale o privo di senso, come molti hanno etichettato il film di Aronosky (fischiato in sala, sia quella “Grande” che alla “Palabiennale”).
Il regista costruisce l’ impalcatura metaforica suddividendo in due parti la sua opera. Si può parlare davvero di due film distinti, che convivono nella stessa pellicola. Il primo film è un thriller psicologico, che ha molte somiglianze nella sua struttura con il “Cigno Nero” (premio oscar a Natalie Portman nel 2010).
Una coppia, da poco sposata, vive in un’enorme casa in campagna: lei ( una convicente Jennifer Lawrence) è molto più giovane del marito scrittore (Javer Bardem) e ama l’uomo  in modo esclusivo e totalizzante. Per farlo ricominciare a scrivere, dopo il blocco creativo che egli ha avuto, in seguito alla distruzione della sua casa, demolita in un incendio, la ragazza ha ricostruito da cima a fondo l’abitazione, al fine di creare un ambiente ideale per la loro relazione e per il “risveglio artistico” dello scrittore. Nonostante ciò, il rapporto tra i due è in crisi: soprattutto perché la ragazza non condivide il desiderio del marito di avere dei figli, anzi, ne ha paura e lo rigetta. La situazione si aggrava quando il marito invita a restare nella loro casa un uomo incontrato per strada, che presto si trasferisce con la rispettiva moglie. La coppia ospite, ben interpretata da Ed Harris e Michelle Pfeiffer, si aggira fin da subito con invadenza e possessività  negli spazi dell’ abitazione. La donna in particolar modo mette in continua discussione la ragazza nel suo ruolo di padrona di casa, facendola sentire in difetto e non all’altezza, rimproverandola soprattutto di non avere il coraggio di essere madre.
Durante questa “ospitalità forzata” , che si farà sempre più affollata e disturbante (addirittura con l’invito di tutta la famiglia della coppia per celebrare un funerale all’americana), la giovane si ritroverà a dover proteggere i suoi spazi e quelli della sua casa, che da sempre riteneva puri e inviolabili. La connivenza del marito con questa situazione non farà altro che alimentare le sue ossessioni e i suoi dubbi. In questa prima parte dell’opera, attraverso la dinamica del thriller psicologico il regista rende con grande abilità le inquietudini della ragazza, che rifiuta di essere madre. La macchina da presa segue Jennifer Lawerence in ogni suo spostamento, con dinamiche ossessive ed efficaci, che spesso sfociano in incubi ad occhi aperti.
La casa in cui la ragazza vive è infatti strettamente collegata alle sue angosce. E’ una “dimora-utero”, le cui pareti pulsano come la pancia di una madre. Ogni crepa, spaccatura, scricchiolio e rumore, ricordano in maniera martellante e minacciosa i movimenti di un bambino che spinge nel ventre della madre per uscire. I disturbanti sconosciuti che entrano nella casa, sono metafora di come la giovane donna immagini possa essere l’intrusione di un estraneo nella sua vita di coppia. L’ombra del figlio non voluto è onnipresente, così come tra le righe è possibile leggere la paura dell’aborto e quella delle responsabilità connesse con l’essere madre. Al termine di questa prima parte della pellicola, nonostante la sua crescente angoscia, la ragazza accetta infine la maternità, dialoga  apertamente col marito e recupera il loro rapporto. E’ da qui in poi che comincia il secondo film, completamente diverso dal primo. La donna rimasta gravida è al culmine della sua felicità e della sua bellezza fisica; allo stesso tempo il marito ha ripreso a scrivere, anzi ha avuto l’illuminazione per un’opera unica e senza precedenti. I due la leggono insieme e rimangono frastornati dalla bellezza di ciò che hanno creato. Lei, infatti, è la “Musa” dello scrittore ed è la sola che gli ha permesso di creare un capolavoro irripetibile: l’idillio è perfetto e non potrebbe essere coronato meglio se non con la nascita, ormai imminente, del bambino, attuando così la creazione perfetta, sia genitoriale che artistica. Lo scrittore, però, non ha intenzione di tenere la propria opera per se. La condivide con altri, con il proprio editore innanzitutto. Poi i fan gli fanno visita a casa, invadendo lo spazio creativo dei due sposi. L’artista e la sua musa vengono presto divisi, separati dalla folla acclamante che invade sempre di più la casa. In un crescendo conturbante ed orrido, la massa prevale sui due. I fan si trasformano prima in mitomani aggressivi, sottraggono oggetti dalla casa, nonostante i tentativi disperati della ragazza di arginare la loro minaccia; poi addirittura in una folla adorante, che considera lo scrittore come una divinità ed erige altari e immaginette a suo nome. Lo scrittore è rapito da tale fama, successo, tanto da trascurare la sua donna incinta che è prossima alle doglie e non riesce a fuggire dalla casa infestata. Lo stile è molto più vicino all’horror che al thriller. E’ evidente che se non si segue la metafora, tutto ciò che accade appare privo di senso e quindi ridicolo (da qui i fischi). Il bambino che deve nascere, infatti, non è più un semplice bambino, ma diventa, nell’ottica del film, l’opera d’arte dell’artista, che abbagliato dalla fama e dall’autocelebrazione, permette agli altri di condividerla, copiarla, diffonderla, oltraggiarla, “smembrarla”, rinunciando all’esclusività di quel puro momento creativo che egli stesso ha sperimentato.
E’ così che la sua sposa si mostra per quello che davvero è: non una persona reale (sua moglie), ma una parte dell’artista stesso, precisamente la sua Musa, l’ ispirazione creatrice che lo ha portato a scrivere il suo capolavoro. Nel momento in cui non tiene per se la sua creazione , ma permette ad altri di averla, egli, tradisce la sua moglie-musa , la “dà in pasto alla folla”, annullando la sua unicità e spezzando il perfetto idillio creativo che tra loro si era instaurato.  Jennifer Lawerence personifica così la creazione, quella tensione che scava dentro ogni artista e che vive e muore continuamente come le idee che da essa sono state originate. Una rappresentazione profonda ed intima, per questo di difficile comprensione. Interessante il fatto che la madre sia intepretata dalla Lawrence, attuale compagna del regista nella vita reale. Sembra quasi che Bardem sia un alter ego del regista (la distanza di età tra i due sposi sembra suggerirlo).Questo proverebbe come l’opera di Aronofsky sia personale e sentita. Non un contenitore vuoto, al contrario, forse, troppo pieno.
Certo, se il regista avesse calcato un po’ di meno la mano nel nella seconda parte del film, forse avrebbe messo meno alla prova la pazienza del pubblico . L’assedio della folla impazzita, sebbene sia di certo inquietante e d’impatto, appare troppo lungo ed esasperato in alcuni tratti (il “Cigno Nero” è molto più equilibrato in tal senso). Se fosse stato scremato, ridotto, e incanalato in forme meno eclatanti e provocatorie (che a tratti denotano un po’ di autocompiacimento), forse, questo avrebbe potuto giovare al film, e far concentrare gli spettatori sul finale, che chiarisce abbastanza bene la metafora di fondo. Detto questo, l’opera è pensata e simbolicamente potente, probabilmente non adatta a tutti, di certo al di sopra delle righe, ma non meritevole di essere classificata come “un pasticcio inespressivo”, ne additata come la peggiore del Festival.

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