La miglior cosa del futuro è che arriva un giorno alla volta.

Abraham Lincoln

No! Io, non sto con la (vecchia) professoressa! Un linguista ribatte alle tesi di Tomasin sulla scuola di Barbiana

0

Certamente, a grand’effetto era il titolo del ‘pezzo’ di Lorenzo Tomasin (sul domenicale del «Sole 24 ore» del 26 febbraio: «Io sto con la professoressa». E nell’occhiello, a scanso di ogni ambiguità: «Rileggere don Milani»). Un titolo, verrebbe da dire, sapientemente partorito dalla testa di Zeus e non, come è solitamente in questi casi, dal curatore della pagina, visto che suggella a conclusione il pezzo stesso.

La lettera a una professoressa di don Milani è, per conto mio, la denuncia di una Scuola che si rivela classista – scientificamente con statistiche alla mano – in una società classista, attraverso la bocciatura nella scuola dell’obbligo. Una scuola «classista» (ironicamente  «interclassista», sottolinea don Milani) che tradisce il suo compito istituzionale e costituzionale, cioè che «Tutti i cittadini sono eguali senza distinzione di lingua». E ancora: «La scuola selettiva è un peccato contro Dio e contro gli uomini. Ma Dio ha difeso i suoi poveri. Voi li volete muti e Dio v’ha fatto ciechi» (p. 106).

La competenza della lingua nazionale è la discriminante tra le classi sociali subalterne e quelle dominanti (si diceva un tempo). Per don Milani, «è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli» (p. 81, ed. on line).

LetteraTomasin nega semplicemente questa tesi e nega la nozione politica di «lotta di classe» esplicita nella Lettera (ben due volte: pp. 52, 60) insieme con le locuzioni «classisti» (pp. 70, 80), «classista» (p. 21); «la vostra scuola resta classista e caccia i poveri» (p. 71),  «classismo» (p. 75: due volte) «anticlassismo» (pp. 71, 75), «attenzione ai vocaboli: il classismo dei ricchi si chiama interclassismo» (p. 75); «organizzazioni di classe» (p. 76); «classe sociale» (p. 44), «classe» («Ma sommando migliaia di piccoli egoismi come il suo si fa l’egoismo grande d’una classe che vuol per sé la parte del leone» p. 61; «Una classe che non ha esitato a scatenare il fascismo, il razzismo, la guerra, la disoccupazione» p. 61); «piccola borghesia» (p. 70),  «socialproletario» (p. 62), «categorie sociali» (p. 43) , ecc.

Tomasin banalizza in maniera candida (filologicamente e concettualmente) il tutto, dirottando su categorie psicologiche, quali il «risentimento che anima quelle pagine» contro la professoressa, la  «pervicace abitudine italiana a fare di odio e invidia la base di ogni ragionamento». La  Lettera rappresenta, a suo giudizio, «una vera e propria lapidazione»; gli autori «linciano la professoressa», che è quindi oggetto di una «sassaiola». La «banalizzazione» politica di Tomasin arriva al punto di essere quasi una «interpolazione»,  quando utilizza l’espressione  «ingannare i poveri» (invero nella Lettera semanticamente molto circoscritta: «Nella classe accanto c’era una sezione d’inglese. Più ingannati che mai» p. 16), come sinonimo di «fregare la gente». Per Tomasin: «L’accusa di ingannare i poveri si traduce semplicemente, nel linguaggio oggi più usuale in Italia, in quella di fregare la gente», che definisce di stampo fascista («verbo, che i ragazzi di Barbiana non usano perché nel 1967 non si era ancora liberato dai ricordi squadristi che vi aleggiavano»).

In realtà però il verbo «fregare» nella «Lettera» appare due volte:
(i) «Così sono tornato a Barbiana e a giugno mi sono presentato privatista. Mi avete fregato di nuovo come sputare in terra» (p. 118);
(ii) «Ma quando ogni legge sembra tagliata su misura perché giovi a Pierino e freghi noi non si può più credere nel caso» (p. 61).

Nella «Lettera» don Milani denuncia sì «lo Stato, una scuola, una società» in quanto vuole «fregare la gente», ovvero «i poveri».

En passant, osservo anche che «fascista era l’espressione dannunziana» «me ne frego» del 1920 (vedi il «Diz. etimologico» di Cortelazzo-Zolli) e non già il transitivo  «fregare qualcuno»  risalente al 1400 ca. col novelliere Sercambi (sempre nel Cortelazzo-Zolli).

Sul versante più strettamente teorico, «la cacciata della grammatica intesa come strumento d’oppressione» addebitata da Tomasin alla Lettera è, a dir poco, superficiale. Se Tomasin prova a contestualizzare un po’, nella stessa Lettera uno degli autori ricorda quello che è un modello di (7) R[egole]da tener presenti da parte di un insegnante per una reale competenza linguistico-testuale dei propri alunni: «A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono: [R-1] Aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. [R-2] Sapere a chi si scrive. [R-3] Raccogliere tutto quello che serve. [R-4] Trovare una logica su cui ordinarlo. [R-5] Eliminare ogni parola che non serve. [R-6] Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. [R-7] Non porsi limiti di tempo».

Con un obiettivo del genere, la «grammatica», lungi dall’essere «cacciata» come vorrebbe far credere Tomasin, è intrinsecamente presente nella «logica» delle regole del saper scrivere.

La formulazione forte di don Milani sulla grammatica scritta, omessa da Tomasin, è invece la seguente: «Qualcuno, chissà chi, v’ha scritto perfino una grammatica. Ma è una truffa volgare. A ogni regola ci vorrebbe la data e la regione dove si diceva così».

Questa formulazione riguarda la  «grammatica scritta prescrittivista» e non già la presunta «cacciata»  delle regole alla base di qualunque testo che sia comprensibile e adeguato. Ed è una sfida per i grammatici e gli storici veri della lingua: è l’invito alla ricerca della identificazione nel tempo (con Saussure: la «sincronia») e nello spazio (con Coseriu: la caratterizzazione «diatopica») delle regole. Ovvero l’invito a precisare sia l’epoca (il momento della storia) sia il luogo di quei particolari usi, e a individuare i grammatici che hanno formulato/esplicitato le regole (degli usi corretti e di quelli giudicati errati), magari non sempre con grande coerenza e chiarezza per i parlanti.

Sull’importanza di «storicizzare» gli usi con le regole dei parlanti e le norme dei grammatici / lessicografi prescrittivisti, un es. “a fagiuolo” è il seguente. Mi è capitato di leggere proprio nel domenicale del  «Sole 24 Ore» del 10 luglio (p. 25), l’es. «gli Opera Omnia di Tommaso d’Aquino». Un maschile non anodino che, stando ai correnti dizionari come De Mauro, Zingarelli, Devoto-Oli, Sabatini-Coletti, Treccani, Garzanti, ecc., è errato. L’unica forma da essi segnalata è infatti il ben più comune e corrente sostantivo femminile. Ma «bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta» (si ricorda nella Lettera, p. 19). Il suggerimento di don Milani di precisare la «data e la regione dove si diceva così», consente di non condannare normativamente l’uso maschile del nostro esempio. Infatti è stato possibile accertare che, anche se paradossalmente, il Grande dizionario (storico) della lingua italiana di S. Battaglia (1981) ritiene invece «gravemente erroneo l’uso comune sf. invariabile». Peraltro il dizionario non fornisce alcuna documentazione autoriale del maschile, e anzi indica due esempi al femminile. Un esame degli usi reali dei parlanti (colti) in Google libri consente poi di completare le informazioni parziali (e quindi fuorvianti) dei lessicografi per un giudizio più equo a favore della correttezza di entrambe le forme al femminile (più comune) e maschile (più elitaria), databile almeno al 1922. (Chi ne avesse voglia, per una più adeguata argomentazione, può rifarsi all’intervento su «La Sicilia» 25.VII.2016).

Chiarito ciò, e salvato dalla condanna grazie a don Milani l’es. al maschile «gli opera omnia», se poi il pezzo di Tomasin è, come dire, un «parlare a suocera perché nuora intenda», ovvero un implicito attacco alle Dieci tesi dell’educazione linguistica democratica, ispirate da Tullio De Mauro (1977), fatte proprie dal Giscel (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica) e (soltanto in parte, però) dalla Scuola italiana, vorrei solo dire che le Dieci tesi indicano scientificamente, alla luce dei risultati raggiunti dalle scienze del linguaggio del ’900, come realizzare l’obiettivo centrale della Scuola di Barbiana: «sapersi esprimere, saper capire gli altri». E ancora: «Quello [il fine]immediato da ricordare minuto per minuto è d’intendere gli altri e farsi intendere. E non basta certo l’italiano, che nel mondo non conta nulla. Gli uomini hanno bisogno d’amarsi anche al di là delle frontiere. Dunque bisogna studiare molte lingue e tutte vive» (pp. 94-95). «La lingua poi è formata dai vocaboli d’ogni materia – si continua nella Lettera. Per cui bisogna sfiorare tutte le materie un po’ alla meglio per arricchirsi la parola. Essere dilettanti in tutto e specialisti solo nell’arte del parlare» (p. 95).

A ognuna delle Dieci Tesi non è difficile far corrispondere enunciazioni di principio presenti nella Lettera a una professoressa, già sopra accennate: «I. La centralità del linguaggio verbale; II. Il suo radicamento nella vita biologica, emozionale, intellettuale, sociale; III. Pluralità e complessità delle capacità linguistiche; IV. I diritti linguistici nella Costituzione; V. Caratteri della pedagogia linguistica tradizionale; VI. Inefficacia della pedagogia linguistica tradizionale; VII. Limiti della pedagogia linguistica tradizionale; VIII. Principi dell’educazione linguistica democratica; IX.  «Per un nuovo curriculum per gli insegnanti; X. Conclusione».

Mi fermo qui. Se Tomasin vorrà analizzare, da par suo, le Dieci Tesi sull’Educazione linguistica democratica, sono pronto per un confronto. Intanto, io proprio non riesco a stare con la (vecchia) professoressa.

L'Autore

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 500 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013; Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali, Roma, Libreria Editrice Vaticana 2016.

Lascia un commento