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Alan Kay

Non c’è pace per la Siria

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Non c’è pace per la Siria. Ora sono arrivati i turchi, che hanno lanciato una violenta offensiva contro le forze curde che controllano la zona al confine, nell’intento di trasformare l’area in una regione cuscinetto dove poter rimpatriare i milioni di rifugiati ospiti nel loro paese. Non c’è pace per la Siria da quel 15 marzo 2011 quando ebbero inizio le dimostrazioni di protesta contro il regime di Basher Assad. I giovani che in quei giorni di primavera scesero nelle strade e nelle piazze per chiedere più libertà, non potevano certo immaginare il sangue che sarebbe scorso e la potente miccia che stavano innescando. Da quella rivolta che sembrò spontanea, o almeno così ci piace credere, è scaturita una guerra civile che non ha ancora fine e che ha prodotto oltre 570 mila morti e 7,6 milioni di sfollati interni. Una guerra civile che nel corso degli anni ha mutato continuamente dna, cambiando di volta in volta i propri obiettivi, ma anche i propri protagonisti e gli sponsor internazionali, a danno di una popolazione gentile e colta, che sognava soltanto un futuro migliore, e a danno di uno sterminato patrimonio di bellezza, cultura e storia che è stato aggredito, devastato e depredato.
Che vantaggio sta portando al mondo questo conflitto? E’ una domanda destinata a restare senza risposta per molto tempo ancora. Ma per capire meglio quello che è accaduto e lo scenario di oggi bisogna senz’altro ripercorrere le varie fasi di questa assurda guerra senza senso, nel corso della quale abbiamo anche visto nascere e morire l’Isis, acronimo di Stato Islamico dell’Iraq e Siria, un gruppo islamista che ha seminato terrore e odio nel mondo, sostituendosi nell’immaginario collettivo occidentale ad Al Qaida e che sta per essere sostituito da un’altra organizzazione Hay’at Tahrir al-Sham (conosciuto semplicemente anche come Tahrir al-Sham), gruppo salafita che controllerebbe Idlib . Abbiamo smesso a un certo punto di sentire parlare dell’Esercito Siriano libero, del Consiglio nazionale siriano, della Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione; e abbiamo scoperto all’improvviso nel 2017 che nel nord del paese erano arrivati gli americani (che oggi si sono ritirati ufficialmente dall’area lasciando campo libero ai turchi); e che con gli americani c’erano i Curdi, che non solo si opponevano al regime di Assad, ma avevano liberato le terre siriane dai fighter di Daesh insieme a una brigata internazionale di irridentisti turkmeni, armeni, ceceni, presentati da Washington come Forze democratiche siriane.
Ma abbiamo soprattutto assistito in questa tragica vicenda a tanti salti logici, frutto di accurate campagne di disinformazione e intelligence, strumentali per giustificare di volta in volta le indebite interferenze da parte dei signori del mondo in aree geografiche lontane dalle loro nazioni. Un format che si ripete se pensiamo a come si passò dall’attentato alle Torri Gemelle e dalla caccia a Osama Bin Laden alla guerra prima in Afghanistan e poi in Iraq. O se, ancora, pensiamo a quello che sta succedendo nel Golfo tra Iran, Stati Uniti e Arabia Saudita.

 

15 marzo 2011: manifestazioni di protesta si tengono in varie zone del paese contro il regime di Basher Assad. Nel sud i cortei vengono repressi con violenza e le dimostrazioni si moltiplicano.

24 luglio 2011: Riyāḍ Mūsā al-Asʿad, un colonnello siriano rifugiato in Turchia, annuncia la creazione dell’Esercito Siriano Libero.

17 luglio 2012: dopo una vittoria dell’esercito regolare, che nel marzo del 2012 riprende il controllo del quartiere ribelle di Baba Amr nella città di Homs, il 17 luglio i ribelli lanciano l’assalto a Damasco. Il governo mantiene il controllo città, ma alcune zone periferiche passano nelle mani degli oppositori.

aprile 2013: accanto al governo siriano di Assad si schierano gli Hezbollah libanesi

21 agosto 2013 : un presunto attacco chimico viene lanciato contro postazioni ribelli alla periferia di Damasco. Secondo gli Stati Uniti, ci sarebbero state 1.429 vittime, tra cui 426 bambini. Washington minaccia di intervenire contro Assad, ma la Russia, alleata del regime evita in extremis i bombardamenti americani. E’ ancora presidente Barak Obama.

giugno 2014: si tengono le prime elezioni presidenziali multipartitiche dopo mezzo secolo di regime ba’thista. Il voto riconferma Assad nel suo incarico. Secondo alcuni Stati occidentali e arabi, per la maggior parte solidali con i movimenti di opposizione, le elezioni siriane furono una mera farsa.

2014: è l’anno dell’Isis. I miliziani dello Stato islamico invadono il nord del paese, prendendo il controllo di un vasto territorio particolarmente. Racca è la loro la loro roccaforte. Ad aprire loro la strada un altro gruppo jihadista, il Fronte al-Nusra (poi diventato Fateh al-Sham).

settembre 2014: l’allora presidente americano Barack Obama organizza una coalizione internazionale il cui obiettivo dichiarato è quello di combattere l’Isis. Intanto o combattenti curdi, che dal 2013 hanno instaurato un territorio autonomo nelle zone settentrionali della Siria, grazie ai bombardamenti degli alleati riescono a strappare agli islamisti alcuni centri di particolare importanza, tra i quali Kobane, liberata nel 2015.

settembre 2015: entra in gioco Mosca, che si stabilisce con basi militari a Tartous e Latakia (coronando il suo sogno di avere uno sbocco nel Mediterraneo) dà il via a massicci bombardamenti aerei nell’intento dichiarato di colpire i gruppi terroristi: non solo l’Isis, ma anche i ribell. I raid russi sono decisivi per la riconquista di alcune zone-chiave del paese da parte di Assad.

22 dicembre 2016: dopo un assedio lunghissimo l’esercito del regime siriano riesce a riprendere il controllo di Aleppo, strappandola ai ribelli. Un accordo siglato con Iran, Russia e Turchia permette di evacuare i civili e i combattenti ancora presenti nel centro della città. Damasco firma la tregua con i ribelli e i loro sostenitori (senza gli Stati Uniti). Intanto nel nord del paese si continua a combattere contro l’Isis, in particolare a Racca, feudo degli islamisti, che dal novembre del 2016 è posta sotto assedio da una coalizione arabo-curda sostenuta da Washington, contro la quale si schiera la Turchia, che considera i curdi terroristi.

20 gennaio 2017: si insedia alla Casa Bianca il nuovo presidente americano Donald Trump. All’inizio, la sua ventilata vicinanza con la Russia di Putin, proclamata durante la campagna elettorale, fa sperare anche in una soluzione della guerra in Siria.

marzo 2017: l’esercito del regime siriano riconquista Palmira.

aprile 2017: viene diffusa la notizia secondo la quale nella cittadina di Khan Shaykhun, nella provincia di Idlib occupata dagli islamisti, le forze governative avrebbero messo in atto un bombardamento con armi chimiche. Dura la reazione di Washington. Trump promette una risposta immediata contro Assad.

7 aprile 2017: un raid compiuto con missili lanciati da alcune navi militari americane piazzate nel Mediterraneo colpisce la base militare di Al Shayrat, nella provincia di Homs. Secondo gli americani, il presunto raid chimico sarebbe partito proprio da questa base. La base colpita dai missili Usa, dopo due giorni è già di nuovo operativa. E qualche settimana dopo si apprende che gli Usa, prima del raid, avrebbero informato il Cremlino. L’esercito siriano riprende la campagna per strappare i territori ai ribelli, puntando alle zone ancora occupate dall’Isis.

giugno 2017: l’esercito siriano riprende il controllo della città di Rusafa, l’antica Sergiopoli e per tutta l’estate si assiste al crollo delle difese dello Stato islamico nella parte centrale del Paese. Il regime si riprende i giacimenti di gas dell’est della provincia di Homs, e si spinge fino a Sukhnah, liberando Deir Ezzor, roccaforte del califfato.
marzo-aprile 2018: l’esercito riprende il controllo della regione della Ghouta orientale e, in particolare, di Jobar e della città di Douma.

14 aprile 2018: mentre è in corso l’evacuazione di Douma viene diffusa la notizia di un attacco chimico sulla città. Non si attendono riscontri. Francia e Gran Bretagna puntano il dito contro Assad e lanciano un raid contro alcune basi militari. Ma l’azione rimarrà isolata con la Russia pronta a impedire operazioni su vasta scala.

maggio 2018: Assad riconquista il campo profughi palestinese di Yarmouk, ultima sacca islamista presente a sud Damasco e la capitale viena rimessa in sicurezza. Il regime controlla più del 60% del paese: rimangono fuori le province di Daraa a sud ed Idlib a nord.

12 luglio 2018: la città di Daraa, luogo simbolo dell’inizio della guerra civile nel 2011, torna completamente sotto il controllo dei governativi. Nel contempo le Forze Democratiche Siriane (Fds) che a fine luglio controllano ampie zone, poste sotto la federazione del Rojava comprendente gran parte della Siria ad est dell’Eufrate, le città di Raqqa, Mambij e le zone ad esse adiacenti, diffidenti degli alleati americani, avviano i primi contatti con Damasco per trovare una soluzione pacifica finale alla crisi siriana, aspirando ad un riconoscimento di autonomia regionale.

27 ottobre 2018: summit a Istanbul tra i leader di Turchia, Russia, Germania e Francia. Nel comunicato finale si stabilisce un “appogggio all’integrità territoriale siriana” oltre che il sostegno ad un processo guidato dall’Onu per l’emanazione di una nuova costituzione in Siria e al progressivo “sicuro e volontario” ritorno in patria dei profughi.

30 aprile 2019: i governativi lanciano un’operazione contro le posizioni ribelli ad Idlib e Hama causando l’abbandono delle proprie abitazioni da parte di circa 700.000 persone.

20 aprile 2019: i governativi espugnano la città di Khān Shaykhūn accerchiando in tal modo le posizioni fortificate di Kafr Zita, Lataminah e Morek oltre che diverse unità dell’esercito turco presenti in tale area. Quest’ultime vengono evacuate grazie all’intervento delle forze speciali russe. A seguito di tali eventi si intensificano i contatti tra le diplomazie di Mosca ed Ankara al fine di trovare un accordo sulla spartizione delle ultime aree controllate dai ribelli.

7 ottobre 2019: il presidente americano Donald Trump annuncia che le truppe americane in Siria si allontaneranno dal confine turco. “I curdi hanno combattuto con noi, ma sono stati pagati con enormi somme di denaro ed equipaggiamenti per farlo. Combattono la Turchia da decenni. Ho tenuto da parte questa lotta per quasi tre anni, ma è tempo per noi di uscire da queste infinite guerre ridicole, molte delle quali tribali, e portare i nostri soldati a casa”, scrive in uno dei suoi twitter il capo della Casa Bianca. Per precisare in un altro: “Se la Turchia farà qualcosa che io, nella mia enorme e ineguagliabile saggezza, considero oltre il limite, distruggerò totalmente e annullerò la sua economia”.

11 ottobre 2019: le forze turche hanno ucciso almeno 342 combattenti curdi in una grande operazione militare nel nord-est della Siria, ora al suo terzo giorno, afferma il ministero della difesa turco. Il presidente Recep Tayyip Erdogan afferma che l’offensiva mira a rimuovere le forze a guida curda dall’area di confine e creare una “zona sicura” in modo da poter far tornare milioni di rifugiati siriani.

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