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Gianni Rodari

Oman, grande player in Medio Oriente…ma nell’ombra

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Incontro a Muscat con il  Ministro degli Esteri Yusuf bin Alawi bin Abdallah, promosso dall’Associazione della stampa europea che si occupa di mondo arabo. 

Un paese amico di tutti, nemico di nessuno e indipendente

Affacciato sullo stretto di Hormuz, attraverso il quale transitano circa 17 milioni di barili di petrolio al giorno, e confinante con gli Emirati, l’Arabia Saudita e lo Yemen, il sultanato dell’Oman, pur occupando una posizione geostrategica di primaria importanza nello scacchiere mediorientale, è riuscito a rimanere saldamente fuori dalle dinamiche conflittuali che caratterizzano la regione. Un caso davvero unico, dovuto a vari fattori tra i quali  la sua storia, la personalità del monarca Qaboos bin Said al Said che governa il paese dal 23 luglio del 1970,  e non ultima la religione dominante, e cioè l’ibadismo,  praticato dal 75% degli omaniti,  una sorta di terza via dell’Islam, al di fuori del sunnismo e dello shiismo, che si fonda sulla tolleranza e sul rifiuto della violenza, e che in politica estera si traduce nella pratica di una diplomazia attiva all’insegna del dialogo e del non interventismo, dell’equidistanza e della moderazione.

Da Camp David all’invasione irachena del Kuwait

E’ sotto questa luce che  si spiegano alcune prese di posizione assunte da Muscat, come quella dei tempi di Camp David,  coincidenti con l’inizio dell’era dell’attuale sultanato, quando l’Oman, prendendo le distanze dal resto del mondo arabo, decise di non boicottare l’Egitto; o ancora dei tempi della prima guerra del Golfo, quando  condannò Baghdad per l’invasione del Kuwait, ma continuò, anche in questo caso, in controtendenza rispetto ai  paesi fratelli, a intrattenere relazioni con Saddam Hussein, al punto da prodigarsi a livello internazionale, dopo l’imposizione dell’embargo, per alleviare le gravi condizioni del popolo iracheno; fino alla più recente iniziativa messa in campo nel 2011 con Washington durante l’amministrazione Obama di  sostenere l’Iran,  pur facendo parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che è sotto l’egida dell’Arabia Saudita, nemico giurato di Teheran, per sdoganare il paese degli ayatollah e   spingere verso un accordo sul nucleare. E ancora, il gran rifiuto, nonostante l’obiettivo più volte affermato di lavorare a  realizzare l’unità araba,  di aderire all’ unione monetaria con gli Emirati Arabi.

Grande player dietro le quinte

No, l’Oman non è isolato, come si potrebbe credere, solo perché non agisce sotto riflettori.  E non è neppure neutrale alla maniera della Svizzera, come spesso si dice. Il sultanato è un player importante in Medio Oriente, intensamente impegnato dietro le quinte a cercare soluzioni possibili e praticabili laddove c’è necessità. “E’ un paese pragmatico che crede fermamente nel negoziato come un processo importante per realizzare obiettivi di pace nell’interesse del suo popolo”,  ha spiegato nel corso di una conferenza stampa con i giornalisti europei il ministro degli esteri Yusuf bin Alawi bin Abdallah.

E la sua grande capacità di mediazione, l’ha dimostrata non solo promuovendo l’avvicinamento tra Stati Uniti e Iran –oggi compromesso dalla nuova politica della Casa Bianca- ma anche concentrandosi sul tentativo di portare a compimento i negoziati relativi alla  grave crisi che ha coinvolto lo Yemen. Crisi, che secondo la leadership al potere omanita –che non ha aderito alla coalizione saudita- sta “provocando danni che rischiano di ripercuotersi sulle future generazioni”, sia da un punto di vista umano, che ambientale ed economico. Il Sultanato ha inviato aiuti sanitari al paese vicino, e in più di una occasione ha anche mediato per ottenere il rilascio di numerosi ostaggi.

La guerra in Siria, la Libia, gli Usa

Poi c’è la Siria. Anche su questo fronte, l’Oman non è rimasto certo inattivo. Ma ha promosso, fuori della visibilità mediatica, una serie di riunioni finalizzate ad accorciare le distanze tra le parti in conflitto. La crisi siriana, ha commentato  il capo della diplomazia di Muscat, è il riflesso della crisi tra Russia e Stati Uniti. “Il nostro auspicio –ha detto-  è che il paese riesca a liberarsi dal terrorismo, a ritrovare la sua unità e integrità territoriale. Noi possiamo dare un aiuto, ma è soprattutto la comunità internazionale che deve  intervenire rimettendo in moto il processo di pace”. Quanto a Basher Assad, l’atteggiamento è questo:  a lui è dovuta  la considerazione che si tributa  a un presidente eletto dal popolo, chiunque venga scelto rappresentante del popolo deve essere accettato  e rispettato.

Va ricordato inoltre che  Sultanato ha ospitato anche le consultazioni che  nel marzo 2016  precedettero la stesura della costituzione libica. E che oggi è impegnato, sempre lontano dalla ribalta nel cercare, di affiancare il Kuwait nel difficile tentativo di risolvere la crisi del Golfo, che vede l’Arabia Saudita e gli Emirati schierati contro il Qatar, accusato di finanziare il terrorismo.

Ma l’Oman è stato pure, e questo è significativo,  il grande assente al summit con Donald Trump che si è tenuto a Riyad lo scorso maggio. L’incontro tra il presidente americano e il vicepremier omanita, Sayyid Fahd al-Said, saltò, per motivi mai chiariti, all’ultimo minuto. Ma il vento freddo che soffia sui rapporti tra Waghinton e Muscat, a causa dei saldi legami tra il sultanato e Teheran, sembra essere compensato dalle relazioni sempre più strette con il grande competitore degli Stati Uniti nel mondo: la Cina ha intenzione di investire tantissimo nel sultanato, come ha rivelato, parlando per la prima volta in pubblico a Muscat l’ambasciatore cinese Yu Fulong, lo scorso 4 novembre.

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