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molto prima che accada.

Rainer Maria Rilke

PAPA FRANCESCO VISITA LA SINAGOGA DI ROMA: “SIAMO DIVENTATI AMICI E FRATELLI”

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Un evento da ricordare quello di ieri al Tempio Maggiore, la Sinagoga di Roma. Quello che per la terza volta sancisce “una continuità dei rapporti di amicizia tra le due sponde del Tevere”, dice Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma – (la prima nel 1986 con Papa Paolo Giovanni II, la seconda nel 2010 con Papa Benedetto VXI) -, la riconciliazione fra il mondo cristiano e il mondo ebraico. Rav Riccardo Di Segni ricorda: “Secondo la tradizione giuridica rabbinica, un atto ripetuto tre volte diventa chazaqà, consuetudine fissa. E’ decisamente il segno concreto di una nuova era dopo tutto quanto è successo nel passato”. E il Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche italiane Renzo Gattegna ha sottolineato come la Chiesa cattolica sia sempre stata “attenta e consapevole dell’importanza dei simboli e delle parole” e rivolgendosi al “caro Papa Francesco”, lo ringrazia per aver “mostrato una grande capacità di diffondere, in maniera virtuosa, messaggi importanti e complessi in modo semplice, proprio attraverso la forza dell’esempio e dei gesti simbolici”.

Papa Francesco ha incontrato in Sinagoga la comunità ebraica, accolto con un forte e sentito “Shalom”, calorosi abbracci, applausi e cori di salmi; ha ascoltato la parola del rabbino capo di Roma e della comunità ebraica intera, e ha pronunciato un discorso di fratellanza e di perdono, di forza e di speranza: “nel dialogo ebraico-cristiano c’è un legame unico e peculiare, in virtù delle radici ebraiche del cristianesimo: ebrei e cristiani devono dunque sentirsi fratelli – (riprende l’espressione “fratelli maggiori” di Giovanni Paolo II) -, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio spirituale comune sul quale basarsi e continuare a costruire il futuro”. Ha riconosciuto che “i cristiani, per comprendere se stessi, non possono non fare riferimento alle radici ebraiche, e la Chiesa, pur professando la salvezza attraverso la fede in Cristo, riconosce l’irrevocabilità dell’antica alleanza e l’amore costante di Dio per Israele”. Il Rav Di Segni ha anche lui ribadito questo scambio di fratellanza, e si rivolge al Papa dicendo di accoglierlo “nella consapevolezza di essere una comunità di fede con una vocazione antica e sacra, che, come fu promesso ad Abramo, invoca la benedizione su chi ci benedice”.

Ma ancora più importanti sono le parole contro ogni tipo di discriminazione e razzismo contro ogni violenza prendendo come punto di riferimento la dichiarazione di cinquanta anni fa, Nostra Aetate, che “ha definito teologicamente per la prima volta, in maniera esplicita, le relazioni della Chiesa cattolica con l’Ebraismo” e che è considerata anche dal mondo ebraico “la pietra miliare che segna l’inizio di un dialogo costruttivo fra la Chiesa cattolica e l’ebraismo” . Papa Francesco ribadisce come “indifferenza e opposizione si sono mutate in collaborazione e benevolenza. Da nemici ed estranei siamo diventati amici e fratelli”. ‘Sì’ alla riscoperta delle radici ebraiche del cristianesimo; ‘no’ ad ogni forma di antisemitismo, e condanna di ogni ingiuria, discriminazione e persecuzione che ne derivano”. Rav Di Segni condanna ugualmente ogni violenza, punta alla collaborazione con i cristiani, e sottolinea che “la fede non è oggetto di scambio e di trattativa politica…”, “le differenze religiose, da mantenere e rispettare, non devono però essere giustificazione all’odio e alla violenza, ma ci deve  essere invece amicizia e collaborazione e che le esperienze, i valori, le tradizioni, le grandi idee che ci identificano devono essere messe al servizio della collettività. Dobbiamo insieme far sentire la nostra voce contro ogni attentato di matrice religiosa, in difesa delle vittime. Ma non dobbiamo essere insieme solo per denunciare gli orrori; dobbiamo lavorare e collaborare nel quotidiano. La nostra comunità investe tutte le sue risorse per garantire il suo futuro ebraico ma vive questo impegno in un rapporto armonico con la società, in favore di tutti”.

Poi le parole di speranza. Queste sono pronunciate da tutti: sin dall’inizio il discorso di apertura di Ruth Dureghello, sottolinea quanto la visita del Papa sia una tappa importante, “un momento delicato in cui le religioni devono rivendicare uno spazio nella discussione pubblica per contribuire alla crescita morale e civile della società”. Perché ebrei e cattolici “debbono sforzarsi di trovare assieme soluzioni condivise per combattere i mali del nostro tempo. Abbiamo la responsabilità di rendere il mondo in cui viviamo un posto migliore per i nostri figli”.  È fondamentale rispettare il credo religioso, e “la Fede richiama al dialogo”, “Una convivenza ispirata all’accoglienza, alla pace e alla libertà in cui si impari a rispettare, ciascuno con la propria identità, l’altro”. Per Renzo Gattegna, “la salvezza per tutti può venire solo dalla formazione di una forte coalizione, basata sulla condivisione di alti valori etici quali il rispetto della vita e la ricerca della pace, che sia in grado di vincere questa sfida, camminando tutti, fianco a fianco, nel rispetto delle diversità, ma al tempo stesso consapevoli dei molti valori, principi e speranze che ci uniscono”.

La speranza del Papa è rivolta al creato, e ritiene che non si debbano “perdere di vista le grandi sfide che il mondo di oggi si trova ad affrontare. Quella di una ecologia integrale è ormai prioritaria, e come cristiani ed ebrei possiamo e dobbiamo offrire all’umanità intera il messaggio della Bibbia circa la cura del creato!”. Commovente è il messaggio che sia il Papa che Rabbino Capo di Roma rivolgono ai sopravvissuti dei campi di sterminio. Papa Francesco esprime la sua vicinanza “ad ogni testimone della Shoah ancora vivente”; e rivolge un saluto particolare a coloro che sono lì presenti e sottolinea come il popolo ebraico abbia sperimentato la violenza e la persecuzione, fino allo sterminio degli ebrei , “vittime della più disumana barbarie”. E ricorda gli ebrei della comunità ebraica di Roma deportati ad Auschwitz il 16 ottobre del 1943: “Oggi desidero ricordarli in modo particolare: le loro sofferenze, le loro angosce, le loro lacrime non devono mai essere dimenticate”. “E il passato ci deve servire da lezione per il presente e per il futuro”.

Non si discosta Rav Di Segni quando dice che in Sinagoga è presente “la memoria  storica della comunità, gli ormai purtroppo pochi sopravvissuti agli orrori dei campi di sterminio, i feriti degli attentati terroristici, ma anche i testimoni e i protagonisti dell’intensa vita organizzativa e religiosa di questa nostra comunità, che non solo resiste alle seduzioni del tempo ma investe le sue energie in una crescita spirituale e sociale fedele agli antichi insegnamenti. Una dimostrazione bella e costruttiva di testimonianza di valori in una società che stenta a trovare la sua strada”. “E anche tante persone che lavorano attivamente per consolidare un rapporto di   amicizia tra le persone delle due fedi”.

Il Papa e il Rabbino Capo concludono con delle citazioni: Rav Di Segni usa le parole dell’invocazione che gli ebrei recitano ogni giorno alla fine della preghiera dell’amidà “che ci siano aperte le porte della Torà, della sapienza, dell’intelligenza e della conoscenza, le porte del nutrimento e del sostentamento, le porte della vita, della grazia dell’amore e della misericordie del gradimento davanti a Te”, “che ti siano gradite, o Signore, mia forza e mio redentore, le mie parole e l’espressione del mio cuore”. Mentre Papa Francesco richiama Dio che “ha per noi progetti di salvezza, come dice il profeta Geremia: “Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore – progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza” (Ger 29, 11).

Stefania Miccolis

L'Autore

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