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Alan Kay

Papa Francesco va al cuore di Sant’Ignazio e insegna la “parresia” alla Turchia

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papa francescoHa sollevato un gran polverone la dichiarazione fatta da Papa Francesco in occasione del centenario del massacro di un milione e mezzo di armeni da parte dell’Impero Ottomano. Il Pontefice ha definito questo evento senza mezzi termini “il primo genocidio del XX secolo”. Dalla Turchia è arrivata immediata la levata di scudi a cominciare dal primo ministro al Gran Muftì responsabile del dipartimento affari religiosi, dal ministro degli Esteri al responsabile delle politiche europee. Ankara ha anche convocato il rappresentante del Vaticano in Turchia e richiamato il proprio inviato presso la Santa Sede. Già Giovanni Paolo II aveva utilizzato questo termine e per dovere di cronaca occorre anche segnalare che già molti paesi avevano riconosciuto negli eventi degli anni 1915-1916 la fattispecie del genocidio. Tra questi segnaliamo: Russia (1994), Olanda (1994), Grecia (1996), Francia (2001), Italia (2001), Svizzera (2003), Canada (2004), Argentina (2005), Svezia (2010) e Bolivia (2014). Alcuni Paesi – come la Svizzera o la Slovacchia – ne sanzionano anche la negazione, mentre nel 2013 la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che processare e condannare qualcuno per aver negato il genocidio armeno costituisce un attentato contro la libertà di espressione.

Bergoglio però traccia una linea netta rispetto ai malumori sollevati e non ritratta sul termine utilizzato. Anzi, chiama in causa una categoria che dovrebbe essere cara a tutti i credenti, quella della ‘paressia’. Significa ‘libertà di dire tutto, franchezza nel linguaggio, chiamare le cose per nome’. I richiami evangelici ad essa sono chiari, uno per tutti quello contenuto nel Vangelo di Matteo, subito dopo il discorso della beautitudini: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5,37). Don Bosco diceva, nelle sue Memorie Biografiche, “Il prete, per far molto bene, bisogna che unisca alla carità grande franchezza”. E volendo possiamo anche scomodare Socrate che definì Platone “uomo degno di bei discorsi e di ampia parresia”. Insomma ‘parresia’ è una parola tipica e comune per la democrazia greca, in essa si fondono insieme il diritto civile a manifestare liberamente il proprio pensiero, l’interiore lealtà nei confronti della verità da riconoscere, il coraggio di esprimersi pubblicamente superando le eventuali difficoltà provenienti dal proprio uditorio o dai propri interlocutori.

In Sant’Ignazio di Loyola questa categoria concettuale sta all’interno della raccomandazione più ampia ad essere magnanimi e ad avere un cuore grande e con grandi ideali. Potremmo definirla una ‘categoria fondante’ non solo del messaggio lasciato dal fondatore della Compagnia di Gesù, ma anche di tutti gli ‘uomini di buona volontà’, ossia tutti coloro che implicitamente, anche senza farne richiamo espresso, si attengono alla ‘morale’ indicata nel Vangelo. Papa Bergoglio sta parlando proprio per loro, per tutti coloro che vogliono tenere la schiena diritta e non vogliono scendere a compromessi con l’ipocrisia. Singolare è il fatto che questa ‘sentenza di condanna’ nei confronti degli Ottomani arrivi negli stessi giorni in cui lo stesso Bergoglio ha emanato la Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia che si celebrerà ‘urbi et orbi’ a partire dal prossimo 8 dicembre. Un Giubileo, ha detto il Papa, che potrà essere occasione di conversione e ravvedimento per molti corrotti e malfattori che credono ancora nel volto misericordioso di Dio.

Accanto alla ‘carota’, da buon gesuita, Papa Francesco mette anche il bastone. Il giorno dopo aver pronunciato la parola della ‘discordia’, il Pontefice, nel corso della Messa mattutina in Santa Marta, cita gli Atti degli Apostoli senza fare alcun commento alle vicende turche. “Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato”, dice Francesco e torna a citare nella sua omelia la questione ‘parresia’ in relazione ai discepoli di Gesù ed al loro “coraggio, franchezza, libertà di parlare, non avere paura di dire le cose”. E quel ‘non tacere’ diventa nelle parole del Papa un imperativo categorico per ristabilire la verità delle cose, oltre che un dovere di annuncio del messaggio evangelico per coloro che nei secoli quel messaggio lo hanno ricevuto in prima persona. Insomma, da Santa Marta, Bergoglio parla al mondo chiedendo di chiamare una volta per tutte le cose per nome. E allora quello che Obama ha chiamato più semplicemente ‘massacro’ degli armeni a dire il vero è qualcosa di più e la jihad oggi imperante è una “terza guerra mondiale a pezzetti”.

papa francescoPapa Bergoglio unisce a quella spontaneità e simpatia con cui subito si è presentato al mondo, anche una ferrea pedagogia, oltre ad una eloquente chiarezza di espressione. Sa mettere il dito nella piaga, come Tommaso nel dipinto di Caravaggio. Ma lo fa per una finalità ben precisa e per tracciare un solco, senza possibilità di portare indietro l’aratro. Quello che si doveva dire è stato detto ed ovviamente erano state messe nel conto le proteste di Ankara, ma la verità ha i suoi costi. Adesso da parte della Santa Sede si stanno lasciando sedimentare le cose perché il prezzo della riconciliazione tra popolo armeno e popolo turco passa anche per questo momento di difficoltà diplomatica e per questo percorso di ferite della memoria da dire pubblicamente ad alta voce. Una sorta di rielaborazione del lutto che Bergoglio vuole tentare a cento anni di distanza. E senza alcuna volontà di discriminazione dei mussulmani, perché tra i tre grandi genocidi del XX secolo Papa Francesco cita per secondo quello degli ebrei e infine quello in Bosnia. Anche la stampa vaticana evita di esasperare sapientemente lo scontro e l’Osservatore Romano titola gli interventi del Papa con un conciliante “Senza la memoria la ferita resta aperta”.

Noi come giornalisti non possiamo che essere dalla parte della verità ed in questo caso sappiamo bene la bilancia da che parte pende. Vogliamo anche aggiungere che oggi l’Europarlamento si schiererà a fianco di Francesco. Tutti i gruppi parlamentari hanno infatti presentato documenti di condanna del ‘genocidio’ armeno con richiesta di apertura degli archivi di Stato per accettare il passato. Le parole che Papa Francesco ha pronunciato con forza serviranno anche ai membri del Parlamento Europeo per dire a loro volta una parola definitiva sui fatti del 1915. A livello internazionale stiamo sperimentando grandi tensioni civili più che religiose. In un momento del genere serviva anche parlare chiaro e serviva uno spessore etico e morale per farlo. Bergoglio lo ha e da ‘buon pastore’ non poteva non mettere avanti il ‘bastone’. E non per minacciare alcunché, ma solo per tracciare una linea ‘pastorale’ di riconciliazione che possa avere ripercussioni anche sulle questioni legate all’estremismo islamico e agli altri fronti internazionali caldi. Parlare di Papa Francesco che si è unito al ‘fronte del male’, come ha detto il primo ministro turco, è pura propaganda politica interna alla Turchia stessa, così come la questione dell’espulsione di 100.000 armeni minacciata da Erdogan. Diciamo questo, appunto, solo per una pura questione di verità da marcare ulteriormente. Da questo punto di vista, laicamente, non possiamo non essere con Francesco, convinti che la franchezza alla fine possa portare solo buoni frutti.

Marco Bennici

L'Autore

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