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Gianni Rodari

“Parlami di Lucy”. Futuro Quotidiano intervista l’attrice Antonia Liskova

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A tre anni dalla prematura scomparsa del regista e documentartista Giuseppe Petitto esce nelle sale “Parlami di Lucy”, un dramma psicologico che racconta il rapporto tra una madre ed una figlia, adottando lo stile di un thriller. In questa intervista per FUTURO QUOTIDIANO, l’attrice protagonista Antonia Liskova ci racconta il film.

In “Parlami di Lucy” di Giuseppe Petitto interpreti Nicole. Cosa puoi raccontarci di questo personaggio?

Il ruolo di Nicole è quello di una donna estremamente attenta ad ogni minimo dettaglio, a tutto quello che fa e a tutto ciò che accade intorno a lei. Quando non riesce a controllare la realtà che la circonda e vede che sua figlia, suo marito e le persone a lei vicine, in qualche modo proseguono per la loro direzione, senza aver bisogno di lei, questo la rende fragile, impotente e quindi si rifugia nell’alcol, il che la porta ad un totale isolamento e la rende incapace di gestire la sua vita. Io penso sia un personaggio in cui in tanti possono identificarsi. Conosco le persone che hanno problemi con l’alcol, l’ho vissuto in famiglia: sono persone che poi tendono a isolarsi sempre di più e che finiscono per farsi odiare; ma in realtà questa condizione ci riguarda un po’ tutti,  perché ognuno di noi, la sera quando chiude gli occhi si fa delle domande sulla propria vita: c’è chi sopporta meglio e chi sopporta peggio.

Potremmo definirlo anche un thriller psicologico? Come ti sei preparata per questo ruolo?

A dire la verità non c’è stata una preparazione per questo ruolo. C’è stato un percorso fatto con Giuseppe minuto per minuto, giorno dopo giorno. Ogni stato d’animo veniva chiarito tra me e lui prima di girare le scene. Lui era una persona dotata di una grande sensibilità, soprattutto per questi argomenti. Si può dire che si sia raccontato attraverso gli occhi di un adulto, di una donna, Nicole, ma in realtà, per lui la parte fondamentale di questo film era il punto di vista della bambina Lucy: i problemi familiari che esistono dentro le mura, raccontati dalla prospettiva della figlia. Di disagi ce ne sono sempre, anche se non li vediamo. Giuseppe voleva in qualche modo illuminare questi anfratti atti bui delle famiglie: che da fuori sembrano perfette, ma all’interno  vivono grosse difficoltà. Ci sono sempre più  bambini, che magari per bullismo o per altri problemi familiari soffrono e a volte arrivano a compiere anche gesti  più estremi. Lui voleva raccontare proprio questo.

Com’è stato lavorare con Giuseppe Petitto?

E’ stata un’esperienza importante. Si sente tantissimo questo vuoto di Giuseppe, si sente in tutto: è come se il film camminasse senza una sua parte fondamentale. Non ha lo stesso significato questo film senza di lui. Perché il film era lui. E’ un progetto che ha scritto in tantissimi anni. Ci ha lavorato veramente tanto, lo ha curato nei minimi dettagli. E’ molto dolorosa come opera, proprio per la sua prematura scomparsa. Secondo me Giuseppe ha fatto un film bellissimo, un raccolto di tutte le sue esperienze di documentarista, di tutte le cose che ha visto, le cose che ha fatto, di tutti i suoi dolori e le sue sofferenze, che aveva dentro. L’artista è quello che inevitabilmente ti rimane dentro quando fai il lavoro che faceva lui: andava nei posti più disagiati, di guerra e di povertà. Ti formano queste cose e nel film questo si percepisce.

Cosa puoi dirci invece della fiction Rai “Tutti pazzi per amore”, in cui sei stata protagonista nel 2010?

Tutti pazzi per amore era un progetto meraviglioso: innovativo, veramente particolare per una produzione italiana. Era coraggioso, a volte politicamente scorretto. Un bellissimo prodotto, che si è fermato purtroppo con la morte del produttore. Era in qualche modo la sua passione, quindi quando morto è lui si è un po’ tutto disintegrato, forse anche per il fatto che era un prodotto molto costoso da tanti punti di vista, a partire dai diritti d’autore e quindi complicato da portare avanti senza la passione che aveva permesso la sua iniziale produzione.

E invece per quanto riguarda la tua esperienza a teatro?

Il teatro è sempre una grande prova per gli attori. Direi che è una grande prova per un essere umano (ride), perché si è sottoposti al giudizio immediato del pubblico, quindi sei tu, con te stesso e ce la devi fare a tutti i costi. Più in generale quando devi presentare un progetto davanti a delle persone che lo vedranno in diretta, ci si ritrova a combattere senza dubbio con le proprie timidezze. Da questo punto di vista il teatro è senza dubbio una buona scuola. Devo dire che a me non ha fatto benissimo (ride). E’ stata un’esperienza abbastanza forte.

 

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