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Milan Kundera

Paterson, un film tra arte e poesia

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Paterson è un film del 2016 scritto e diretto da Jim Jarmusch, con protagonista Adam Driver.

[tentblogger-youtube R3jYM5BLMww]In “Paterson”, il suo ultimo film Jim Jarmush propone una riflessione personale e intima sul significato dell’arte e della poesia. Lo fa innanzitutto invitando lo spettatore a posare lo sguardo sulle “cose semplici”, la poesia di ogni giorno che puo’ essere trovata appena dietro l’angolo in qualunque cosa ci circondi, se questa viene guardata con attenzione e sensibilità.
E’ così che da dettagli che potrebbero sembrare insignificanti, come la confezione di una particolare marca di fiammiferi, possono scaturire riflessioni e metafore in grado di accendere una giornata, disancorandola per qualche attimo da una routine, che altrimenti potrebbe essere ripetitiva e angosciante.
E’ quello che accade ogni giorno al protagonista Paterson, guidatore di autobus nella città di Paterson, con la segreta passione per la poesia. Il film racconta della sua settimana, dal lunedì alla domenica.
Dal rapporto con la sua fidanzata Laura, (un’incantevole Golshifteh Farahani), un vulcano di energia, dall’inesauribile vena creativa che rende la casa di Patterson una vera fucina d’arte ( pittura i muri, prepara ricette stravaganti, dipinge quadri, ritaglia e disegna i propri abiti, tutto con la strana predilizione per il bianco e nero), vera e propria musa loquace del silenzioso ma profondo Paterson; alle conversazioni udite per caso durante il lavoro; agli incontri sulla strada e al bar; alle passeggiate notturne col cane, agli strani sogni raccontati dalla sua ragazza appena sveglia, fino agli attimi di quiete e riflessione che il guidatore-poeta puo’ concedersi ogni tanto durante la giornata davanti alla cascata che è il suo ritrovo preferito. Una vita normale e tranquilla, che però è allo stesso tempo pervasa dalla poesia.
Da tutte queste esperienze, infatti, Patterson trae ispirazione per scrivere le sue composizioni sul suo taccuino segreto che porta sempre con se. A volte i riferimenti alla realtà sono più evidenti, come nel caso del fiammifero (che ispira la prima poesia del film), a volte più velati. Con sobria eleganza Jarmush si addentra nelle complesse dinamiche del processo creativo. Lo fa con una naturalezza “limpida” di grande fascino, che segue i pensieri del suo protagonista, interpretato dall’ottimo Adam Driver, qui forse nella sua migliore interpretazione. Molto bella l’idea di scrivere le parole delle poesie sullo schermo, mentre Paterson le ripete a se stesso quando è intento a comporre. Spesso si interrompe perché non sa come continuare, per poi ricominciare a scrivere in un altro momento, quando la poesia è maturata dentro di lui, in una sequenza di versi e parole che per lui è finalmente quella giusta.
Poesie d’amore per Laura (come Petrarca per la sua donna amata, come viene detto nel film), ma anche poesie sulle proprie inquietudini.
Lo stile dei componimenti(scritti dall’autore Ron Padgett per il film) è tanto reale e concreto, quanto metaforico. E’ il modo in cui Paterson esprime il suo disagio interiore, nell’essere un “poeta nascosto” dietro le spoglie di un guidatore di autobus.
Bella ad esempio la poesia “La corsa” in cui l’io lirico del poeta si identifica perfettamente con l’ autobus (lo stesso che il protagonista del film guida ogni giorno,che ha scritto sopra il suo nome, dato che l’uomo si chiama come la città in cui vive). Nei versi finali si dice:
“Le spazzole del tergicristallo cominciano a scricchiolare. La pioggia si ferma. Io mi fermo”
e subito dopo nel film l’autobus si ferma davvero per un guasto, quasi che nella realtà il mezzo fosse davvero collegato a ciò che prova il suo guidatore poeta.
Ma l’opera di Jarmush affronta anche altri temi. Nel corso della pellicola Laura invita più volte Paterson a fare una copia del suo quaderno in cui tiene tutte le sue poesie, ma l’uomo tergiversa sempre, rimandando al giorno dopo, quasi che duplicare il taccuino sia per lui una forzatura o forse un tradimento rispetto all’unicità del suo contenuto. Alla fine, proprio il giorno prima della copia, Paterson lascia il quaderno sul divano, invece che sul suo tavolo come faceva usualmente. Il libro viene distrutto dal cane. E’ il momento chiave del film. Forse Paterson lo ha fatto inconsciamente per evitare che del libro fosse fatta una copia? Questa una possibile lettura, sottolineata anche dalle coppie di gemelli che Paterson incontra durante tutta la pellicola, che sembrano ricordargli l’angoscia di sdoppiare qualcosa che per lui è impossibile da clonare: l’unicità di un momento poetico, che appartiene solo a lui e a nessun altro. La poesia puo’ essere riprodotta? O è legata indissolubilmente all’attimo in cui è stata sperimentata? E’ se è così, ha realmente senso vivere in funzione di essa, fugace come “parole scritte sull’acqua” ,come Paterson definirà i suoi stessi componimenti?
Nel finale l’incontro col poeta giapponese, appassionato come il protagonista dei versi di William Carlos Williams, sembra dare una risposta a questo difficile quesito. Anche lo sconosciuto, infatti, afferma che secondo lui la poesia è intraducibile in un linguaggio diverso da quello di provenienza (lo straniero infatti scrive solo nella sua lingua e si rifiuta di far tradurre le sue poesie).
E’ dopo averlo conosciuto che Paterson scriverà l’ultima poesia del film. Probabilmente la più criptica, ma anche una delle più profonde.
Nel testo l’autore ricorda un’antica canzone, della quale gli viene in mente sempre la stessa strofa: “O vorresti essere un pesce?”. Gli altri versi (in cui si descrive la trasformazione in altri animali) non li ricorda. E’ come se per lui non esistessero. Anzi, li ritiene superflui.
Il pesce è il simbolo della libertà (vive in fatti nel mare e non sulla terra) e della poesia stessa. Dell’aspirazione ad essere qualcosa di più (un poeta) rispetto a quello che si è attualmente (un guidatore d’autobus nel caso del protagonista). Se l’autore (Paterson), ricorda solo questo verso è perché per lui la poesia è vitale, più di ogni altra cosa. Non puo’ rinunciare ad essa anche se vive “nascosta” dentro di lui e sembra così lontana dalla sua vita, tanto da essere per certi aspetti intrasmissibile agli altri. Ha bisogno di viverla ogni giorno come qualcosa che è parte integrante di se.
Con questa conclusione Jarmush realizza un film che è come un’unica poesia, o meglio un grande “quaderno animato” che raccoglie i versi del protagonista, le sue fonti di ispirazione, il suo processo creativo, intessendo tra loro vita e arte, come se l’una fosse il continuo dell’altra.
Come in “Ghost Dog”, il protagonista è umile, ma aspira a valori superiori. In Paterson la poesia, nell’altro film, la legge d’onore del codice del samurai, praticata con fedeltà dal personaggio principale, un killer di colore cresciuto per le strade malfamate del New Jersey.

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