Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi,
molto prima che accada.

Rainer Maria Rilke

Perfetti sconosciuti

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Vincitore di numerosi premi, tra cui 2 David di Donatello  (miglior film, migliore sceneggiatura), 3 nastri d’argento ed il premio per la sceneggiatura al Tribeca Film festival, la nuova opera di Paolo Genovese, Perfetti sconosciuti, ha senz’altro colpito nel segno, puntando su una commedia divertente, ma anche provocatoria, che si discosta per alcuni aspetti dal panorama generale italiano.
La trama in breve. Un gruppo di amici si riunisce a cena con il pretesto di osservare un’eclissi. Durante la serata, chiacchierando del più e del meno, tra le battute e le provocazioni tipiche di chi si conosce da tempo, la padrona di casa (Kasia Smutniak), stuzzicata dal tema della presunta assenza di segreti tra loro, propone un gioco, o meglio lancia una sfida: lasciare tutti i cellulari sul tavolo, leggere ad alta voce i messaggi in arrivo ed ascoltare in viva voce le chiamate, per verificare se effettivamente tutto è trasparente come la maggior parte di loro sostiene. Un moderno “gioco della verità”, come dirà qualcuno. Nonostante alcune resistenze iniziali, il gioco comincia, dimostrandosi ben presto molto più “pericoloso” di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare…
L’idea del film è senza dubbio brillante, così come la sceneggiatura, che ha ricevuto meritatamente diversi premi. Il successo è dovuto anche all’attualità del tema trattato: la dipendenza che ognuno di noi ha nei confronti del proprio cellulare, diventato quasi una “scatola nera” della nostra identità (come viene detto più volte nel film). E’ possibile separarsene e renderne pubblico il contenuto senza che questo “temporaneo abbandono” sia indolore per noi? Una domanda provocatoria cui il regista risponde evidenziando come la nostra falsità esteriore possa essere facilmente smascherata, consegnando ad altri un semplice “aggeggio”, divenuto custode dei nostri segreti, delle nostre paure, delle nostre pulsioni.
I dialoghi e la bravura degli attori (tutti sono pienamente all’altezza del loro ruolo) rendono il film davvero godibile, in un buon equilibrio tra intelligente ironia e momenti di tensione. Lo stile è quello del “film teatrale”, ambientato solo in interni, sul modello di Carnage di Polanski, ma soprattutto del francesce “A cena da amici” (il cui remake italiano ha il titolo “Il nome del figlio”). La particolarità di Perfetti sconosciuti è che la trama è originale ed è tutta italiana. Non si tratta di un rifacimento. E’ un esempio di commedia “nostrana” che non si limita ad intrattenere, ma vuole andare più a fondo senza negare tuttavia il suo obiettivo di divertire. Ed infatti il “respiro” è più ampio e l’”italianità”, che a volte appiattisce i film invece che esaltarli, è meno presente. E’ una storia valida per tutti: una riflessione che coinvolge qualsiasi parte del mondo. Probabilmente è anche per questo che il film è stato premiato al festival internazionale di Tribeca. La regia è convincente ed è al servizio degli interpreti, per esaltare la loro espressività e le loro differenti reazioni.
I personaggi sono costruiti con grande abilità. Ognuno di loro è credibile e dinamico. Al livello narrativo il gioco delle rivelazioni, molto spesso utilizzato in teatro, viene qui realizzato attraverso l’escamotage del cellulare, che viene sfruttato in tutte le sue possibili applicazioni. L’idea più interessante è quella dello scambio volontario di telefoni tra due amici (Valerio Mastrandrea e Giuseppe Battiston), causato dal tentativo di uno di loro di nascondere informazioni compromettenti alla moglie. Con la semplice sostituzione di un oggetto viene scambiata anche la persona, proprio ad evidenziare come la nostra identità agli occhi degli altri possa dipendere da un telefono più che da noi stessi. Numerosi i temi trattati nelle conversazioni degli ospiti della serata: l’ipocrisia nelle relazioni sociali, da quelle di amicizia a quelle sentimentali, la fragilità della coppia, il difficile rapporto genitori-figli, l’insicurezza personale e quella lavorativa, la solitudine.
Forse, nella trama poteva starci un tradimento in meno, che lì per lì sembra un po’ forzato, al contrario delle altre situazioni ben congegniate, ma senza dubbio si tratta di un dettaglio trascurabile, dovuto anche alle intenzioni provocatorie del film.  Il finale della pellicola, intelligente, così come era stato l’incipit, è pungente e significativo: ognuno di noi ha le sue fragilità e i suoi segreti e forse sono proprio le menzogne a “tenerci a galla”, perché su di esse è più facile costruire la nostra identità, come è più facile creare un profilo facebook o intraprendere conversazioni e relazioni attraverso la rete, senza il bisogno di esporsi troppo, attraverso una superficialità comoda, che in fondo nessuno di noi disprezza fino in fondo, rendendoci un po tutti dei “perfetti sconosciuti”.

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