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Pietro Barilla

Porci (s)comodi. Le virtù di un animale vilipeso

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Porci comodiTra i tantissimi saggi che ha scritto Tullio De Mauro, ve n’è uno forse non troppo noto, ma per me bellissimo (ora pubblicato in appendice a Il linguaggio tra natura e storia, Mondadori Università, 2008), in cui – con metodo simile a quello del suo maestro Pagliaro – egli illustra alcuni motivi teorici fondamentali a partire da un “incrocio” filologico tra il Paradiso di Dante, l’Ars Poetica di Orazio e la Lettera a Meneceo di Epicuro. Tutta la prima sezione di questo scritto dottissimo è dedicata a un’ironica – ma non per questo meno appassionata – difesa del porco. Vi si mostra come la pessima fama di questo animale sia un po’ esagerata, e frutto al contempo di mutamenti culturali (la paganità tendeva a rimarcare la violenza e la stupidità del porco, la cristianità sposta la condanna su un piano morale) e di casualità fonetiche (l’assonanza tra ‘porco’ e ‘sporco’, che ha portato a un certo tipo di confluenza semantica di due termini con una storia etimologica distinta). E si ricorda infine l’ultimo verso dell’epistola a Tibullo (sì, quello delle elegie), nel quale Orazio saluta l’amico auto-definendosi come “un porco del gregge di Epicuro” (Epicuri de grege porcum). Da cui il titolo del pezzo demauriano, “Porci in Paradiso”: nell’illustrare la sopravvivenza di motivi epicurei, attraverso Orazio, nella filosofia del linguaggio del cristianissimo Dante (ma non è il caso di occuparsene qui), si ammicca al Porci con le ali di Lidia Ravera, e magari si vuole anche giocare sul fatto che ‘porci’ può essere letto anche come imperativo.

porci con le aliSe da De Mauro torniamo a Orazio (e ad Epicuro), non possiamo non provare un moto di simpatia per quest’uomo che esprime con l’autoironia la propria serenità acquisita. Nel rivolgersi a Tibullo, che era un po’ (diremmo noi) depresso, gli ricorda che in fondo ha tutto quello che gli serve: è bello, giovane, dotato di grande sensibilità e capacità poetica, e non è messo male a quattrini. A Tibullo egli si contrappone, nelle vesti di un porcellino (Orazio era tutt’altro che aitante, e tendeva alla pinguedine, pare): pensa a me cum ridere voles, “per farti una risata”; pensa a me che sono un porcellino, tondetto ma lucido e con la pelle curata. Ma il porcellino ridicolo attento a sé è in realtà l’uomo perfetto – e solo se Tibullo lo riconoscerà, potrà avvicinarsi a un’esistenza migliore.

Questo atteggiamento di Orazio è davvero tanto strano? È una postura esoterica da epicureo, o è alla portata di tutti? Non c’è bisogno di studi classici, in fondo, per riconoscervisi. Una certa tradizione contadina ci ha insegnato una forma di rispetto per il mondo animale. Le bestie si uccidono e si mangiano, ma lasciando loro l’onore delle armi: non solo l’invidia leopardiana per la loro incoscienza, ma anche la sincera ammirazione per la bellezza effimera e la forza ferina del non avere dubbi, e dell’essere solo, e fino in fondo, quel che si è. Per questo, per esempio, i sardi più intelligenti ritorcono contro i loro interlocutori l’ingiuria, e assumono a vanto la nomea di asinelli che gli si affigga (“a su molenti sardu, una ‘orta ddu coddasa…!”): su molenti (cioè l’animale che gira la mola) si riconosce socraticamente ignorante, ma non incorre due volte nel medesimo errore, perché impara dall’esperienza almeno quel poco che può. Sempre per questo Umberto Saba (A mia moglie), facendo alla propria consorte la più bella delle dichiarazioni d’amore, la paragona a tutti gli animali che con l’uomo hanno consuetudine (la gallina, la mucca, la cagna, la coniglia…), e che l’uomo – l’uomo migliore – neanche tanto segretamente ammira.

Se l’assunzione (totemica, direbbe forse qualche psicanalista) della figura di un animale come tutore e anima del gruppo sociale non è semplice idolatria, quella del porco mi sembra tra le più sensate. Forse, in fondo, il porco – unico tra le bestie – lo sa, la fine che deve fare (debemur morti, nos nostraque, dice Orazio altrove), e proprio per questo dispone del mondo a suo piacere prima che il mondo faccia lo stesso con lui. Mi piace pensare a un porco filosofo (abbiate cura di non invertire i termini…!), un epicureo convinto che pretende dalla materia e dalla carne tutto il suo tributo, perché sa che è con la sua materia e la sua carne che dovrà a sua volta pagarlo.

Ricordatevelo, quando date del porco a qualcuno. Potreste fargli un complimento che non merita.

L'Autore

Emanuele Fadda insegna semiotica, linguistica e filosofia del linguaggio all’Università della Calabria. Pratica assiduamente il meticciato geografico (è sardo, ma vive in Sicilia e lavora a Cosenza) e quello teorico (saltando da Saussure a Peirce a Mead a Barthes, possibilmente in partibus infidelium). Il suo ultimo volume è “Peirce” (Carocci, 2013).

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