La mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai,
il futuro, rende la vita più semplice,
ma anche tanto priva di senso.

Italo Svevo

Precario eterno adolescente

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Quanto è brutta questa parola: precario. Si sente da alcuni anni, quando Miccolis andava a scuola o all’università probabilmente neanche la conosceva. Oggi si utilizza per tutto e per tutti, lei non la sopporta quell’incertezza di vivere, di muoversi, di continuare. Eppure si è paradossalmente dei privilegiati perché significa che a volte si riesce a lavorare; una luce a intermittenza. Ma si va avanti, qualsiasi lavoro si trovi, anche quelli che più abbrutiscono, comunque si va avanti. E’ forse questa la marcata differenza tra i lavoratori raccomandati e i precari: i primi sono sempre dei melliflui, privi di spirito, privi di ingegno vivace, gli altri hanno una forza interna che si sviluppa nel tempo e li tiene vivi; c’è chi si abbandona e lascia perdere, ma chi continua, i talenti sprecati di questa nuova Italia in crisi, ha una grande passione che si consolida, e con cipiglio e costanza si crogiolano nella speranza. Vivono in una eterna adolescenza, sperano come quando anagraficamente si è adolescenti, che i sogni si concretizzino. Tralasciano la comune vita sociale e investono il tempo per non appassire mentalmente e spiritualmente. Per esempio, l’amico Dario, di Bari, una città molto bella dove la vita certo non costa quanto a Roma, laureato in scienze politiche: da anni nel limbo, tanto che il suo motto è “speriamo che aboliscano il lavoro e istituiscano l’automazione completa!” (significa che spera che un giorno lavorino solo le macchine e nessun essere umano), passa il tempo traducendo versioni di latino al posto dei cruciverba. Certe traduzioni, certi pezzi lunghi e difficili! Si allena, gli serve anche per dare delle lezioni private.

precarioUn genio, sostiene la Miccolis, sprecato nella società di raccomandati, che si adatta pure a fare il muratore: “sapessi i soldi che si guadagnano!”. D’estate lui la va a prendere alla stazione di Bari con la sua vespetta rossa, tutta scassata; Pipino il cane, a volte lo mette fra le sue gambe, e lei dietro, seduta come le donne anni ‘60. Le parolacce in barese contro una guida spericolata volano, le risate pure. A mangiare? Un panzerotto di sicuro, in Bari vecchia ci sono le signore in piazza che li cucinano nei tegamoni. Poi le sgagliozze al porto: a 40 gradi, il massimo, sarebbero tipo patate fritte, ma è polenta fritta tagliata a strisce. Poi che si fa? Niente, una birretta lungo il muretto del porto e a casa. Silenzio, ci sono gli altri che dormono, la solita vita in condivisone, e “non far caso alla sporcizia, qui non pulisce nessuno”. In camera una chitarra. Dario suona, canta, compone canzoni, ha un gruppo: “Gli Eternauti”, nome che viene da un fumetto argentino i cui autori sono scomparsi negli anni della dittatura. Un nome coraggioso, scelto non a caso, ed è questa la cosa più grandiosa, Dario suona e non si perde d’animo, ha una testa brillante, e vive giorno dopo giorno puntando sulla sua chitarra. La Miccolis gli augura proprio di sfondare in ciò che più ama, ma se così non fosse, sa che questa forza interna e questa passione lo aiuteranno a vivere, e a distinguersi da coloro che, secondo lei, sono senz’anima.

Poi c’è Alessandro, l’architetto che non riesce ormai da anni a trovare lavoro, ed è costretto pure a vivere a casa dei suoi, perché non guadagna abbastanza. A volte lo chiamano a fare qualche progetto e lo sottopagano, sembra triste e invece coltiva una grande passione: la pittura. Un giorno la Miccolis mentre passeggiava sui ponti di Roma, lo vide vendere i suoi acquarelli appoggiato al muretto: “i turisti li comprano, e poi ora c’è una signora che mi ha commissionato dei quadri, e li paga bene!”. Lo aveva conosciuto ad una cena e lo vide che disegnava bozzetti, delineava i volti delle persone della cena: così incuriosita lei aveva cominciato a parlarci. Con Alessandro si può passeggiare nei pomeriggi vuoti, ed inoltre lui ha una bicicletta che si riconosce perché dentro al cestello c’è sempre una tavoletta di legno pitturata e un sacchetto dove probabilmente tiene le sue matite. Poi se lo inprecari 1contri in qualche piazzetta a Trastevere e nei dintorni a vendere i quadri ci rimani a parlare a lungo e così scopri anche il mondo delle bancarelle, di tutti quegli artigiani che ogni giorno sperano di vendere i loro prodotti ai passanti. Li vedi annoiati, un po’ disillusi, a volte attivi nel loro produrre, a volte arrabbiati e rasseganti, altre contenti perché la giornata è andata bene. Alessandro è sempre col sorriso, e disegna in continuazione. Anche per lui la Miccolis spera che un giorno i suoi dipinti possano essere esposti in gallerie famose, perché effettivamente sono belli, ed anche se non ci riuscisse, è sicura che il suo segno rimarrà, indelebile e marcato. E insomma si potrebbero raccontare tante storie come queste: la vita dei precari in balia di sogni, speranze e costretti ad una eterna adolescenza prosegue così, giorno dopo giorno; non si sa se mai finirà, ma intanto prosegue… E a chi lavora raccomandato, noi adolescenti auguriamo di non invecchiare troppo in fretta.

Stefania Miccolis

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