Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Paul Valéry

Quando ero viva….. Ricordando le vittime dell’incidente del boeing dell’Ethiopian Airlines

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Il dieci marzo 2019 ad Addis Abeba il Boeing 737 Max8 della compagnia Ethiopian Airlines, in fase di decollo, si è schiantato a terra disintegrando la vita di 157 persone, 149 passeggeri e 8 membri dell’equipaggio.

L’aereo era diretto a Nairobi (Kenya) dove, nei giorni a successivi a quello del disastro, si è tenuta la quarta Assemblea delle Nazioni Unite sull’Ambiente. Su quell’aereo viaggiavano oltre ai delegati dell’ONU e del Wfp, componenti di ONG italiane, rappresentanti provenienti da 31 Paesi del Mondo. Tra loro, otto di nazionalità italiana.

Nella lista diffusa dall’Unità di Crisi della Farnesina anche due giovanissime: Virginia Chimenti, romana, funzionaria del World Food Programme dell’ONU 26 anni, e Maria Pilar Buzzetti di 30 anni, anche lei romana e cooperante nel Wfp. Entrate a far parte di questa organizzazione umanitaria avevano scelto di combattere la fame nel mondo portando cibo nei Paesi più poveri del Pianeta, fornendo assistenza alimentare e lavorando sul campo con le comunità. L’obiettivo era migliorare la qualità della loro nutrizione ed insegnargli l’autonomia. Si parla tanto di fame nel mondo, ma soltanto chi è approdato in quei luoghi di guerra o di desertificazione del territorio è in grado di comprendere quanto sia necessario rimboccarsi le maniche. Soltanto chi ha visto con i propri occhi la grande differenza tra i ricchi e i più poveri del mondo, che ha vissuto l’intenso dolore della morte, o ha ricevuto in dono il calore di un abbraccio e saputo ascoltare la densa emozione di uno sguardo grato per un pezzo di pane o un sorso di acqua, può portare avanti questa missione piena di privazioni e di disagi. Aiutare il prossimo, affrontare problemi più grandi di noi stessi, aiutare la gente a non morire, in uno spirito di servizio, è un sentimento che può essere sostenuto da pochi, i più forti, i più strutturati umanamente parlando. Questo, è un lavoro difficile, che prende tutto il tuo essere e non ti lascia scampo. Sul campo si combatte senza esclusione di colpi, bisogna essere giusti e virtuosi, ed è il bisogno di questa gente che ha subito una così grande ingiustizia dalla vita a dare la forza e il coraggio di proseguire per quella strada. Il percorso intrapreso, al di là dei propri bisogni da Virginia Chimenti e Maria Pilar Buzzetti le ha portate a scontrarsi con la vita e la morte ed è lì che hanno compreso la vera essenza della parola “Amare”.

Quando ero viva

Virginia Chimenti, pur essendo giovanissima, oltre ad essere funzionario del WFP, la principale organizzazione umanitaria e agenzia delle Nazioni Unite impegnata a combattere la fame nel mondo, inseguiva un sogno, quello di portare l’educazione scolastica nelle baraccopoli di Nairobi e di Rombo alle falde del Kilimangiaro. Era proprio per il progetto “Alice for Children” che stava volando in Kenya. In queste aree la mortalità infantile è elevatissima a causa della denutrizione, la mancanza di acqua potabile e dell’Aids. Il suo sogno era quello di costruire una nuova scuola e una casa dove accogliere bambini orfani e disagiati, recuperare e reinserire i bambini lavoratori della discarica di Dandora, creare un asilo nido per i più piccoli e una scuola di cucina per i più grandi, dando loro la speranza di un futuro migliore. Dandora è una discarica, la più grande del mondo, prima di arrivarci ti devi preparare, perché è uno dei luoghi più inquinati del pianeta, e sui rifiuti ci cammini sopra. Per penetrare al suo interno devi superare 5 accessi, è un posto pericoloso e la polizia in discarica non entra. Passi sopra a rifiuti medicali, cadaveri, rifiuti tossici. Li lavorano centinaia di bambini, bambini che vivono nelle baraccopoli limitrofe per lavorare in discarica. Chi lavora in questo posto dimenticato da Dio, per non sentire la fame e per reggere l’odore acre dei fumi sniffa la colla i si ubriaca di changa, le quantità di piombo, cadmio e mercurio che respirano sono altissime. I bambini che non vanno a scuola aiutano i genitori a raccogliere. Entrare in quell’inferno è una esperienza cruda, che non riesci più a toglierti dalla mente. Ecco chi era Virginia, una che lottava sul campo per rendere il mondo migliore.

Durante le esequie nella Basilica si Sant’Agnese a Roma, la sorella Claudia ha detto:“ Virginia è stata per la nostra famiglia una delicata sfumatura di colore, una risata a cuore aperto, un condensato di riflessioni senza imporre il suo punto di vista, ci ha lasciato entrare nella leggerezza del suo solido spirito insegnandoci quanto siamo fortunati, ci ha permesso di crescere. In famiglia la chiamiamo VIVI, e non è un caso, la sua anima si è levata dalle macerie di quel disastro e vive per sempre con noi! La tua eredità inizia oggi, io continuerò a ridere con te. Insieme abbiamo ancora un sacco di cose da fare!”

Gli altri italiani caduti

Rosemary Mundi impegnata nella cooperazione solidale; Carlo Spini, Gabriella Vigiani e Matteo Ravasio componenti della Ong “Africa Tremila” di Bergamo, Paolo Dieci, di Roma, presidente della Cispo e rete LinK 2007, associazione di coordinamento consortile di varie ONG, e l’Assessore ai Beni Culturali della Regione Sicilia Sebastiano Tusa.

Il dieci marzo 2019 ad Addis Abeba il Boeing 737 Max8 della compagnia Ethiopian Airlines, in fase di decollo, si è schiantato a terra disintegrando la vita di 157 persone, 149 passeggeri e 8 membri dell’equipaggio. Si, ho detto “disintegrando” la vita di 157 persone, perché di tutti non è rintracciabile la minima particella, la pagina di una agendina, la foto di un familiare, un messaggio sul computer, un telefono, non è rimasto NULLA!

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