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Milan Kundera

Ready Player One, il cinema universale di Spielberg

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Si rimane davvero affascinati, al termine della visione di Ready Player One nel riconoscere la genialità di Steven Spielberg, maestro indiscusso di cinema. Solo il talento visionario e l’universalità empatica del regista, infatti, potevano riuscire nell’impresa quasi impossibile di alzare l’asticella del coinvolgimento emotivo e visivo dello spettatore contemporaneo, esigente e stanco, alla continua ricerca uno spettacolo che sia in grado di stupirlo, al punto da preferire gli effetti speciali ad altri contenuti.

Ready Player One riesce nell’impresa: è un meraviglioso e pirotecnico inno all’immaginario contemporaneo, in cui la realtà virtuale, i videogame, i film e la cultura pop anni 80′ si uniscono in una nuova forma di entertaiment, padroneggiata con stupefacente naturalezza e abilità dal regista. Una pellicola ricca di effetti speciali “immersivi”, come la realtà aumentata che descrive; ma anche una riflessione sul dualismo tra Realtà e Immaginazione. Una fiaba videoludica (tratta dall’omonimo romanzo di Ernest Cline) ricca di citazioni, che ha l’indiscutibile dote, come gran parte del cinema di Spielberg, di arrivare a tutti, perché in grado di attingere ad un immaginario comune: che sia quello dei videogiocatori di oggi, oppure quello di chi ha vissuto a pieno la cultura pop anni 80′.

La trama: in una Terra sovrappopolata e inquinata, gli esseri umani hanno trovato conforto nella realtà virtuale Oasis, creata dal geniale James Halliday: un luogo di libertà pura, in cui chiunque può dimenticare la miseria da cui proviene e diventare qualsiasi cosa desideri, tramite l’intrigante dinamica di uno sconfinato videogioco. Prima di morire Halliday ha lasciato all’interno del gioco un easter egg, un oggetto nascosto, molto arduo da trovare: al videogiocatore che lo troverà andrà l’eredità dell’intero universo Oasis.

Il protagonista Dave (Tye Sheridan), che vive più nella realtà virtuale che in quella vera, è un acuto conoscitore e fan di Halliday ed è alla risoluta ricerca dell’oggetto nascosto. L’incontro con una misteriosa ragazza di nome Artemis (Olivia Cooke) lo porterà sempre più vicino al traguardo finale.

Da grande esperto e amatore dell’immaginario fantastico, Spielberg riesce a trovare una formula ideale per sollecitare ancora una volta la satura immaginazione collettiva. Sceglie la fantascienza per ragazzi e il film d’avventura, mezzi che svelano di avere un’insospettata potenza visiva ed emotiva (come ai suoi tempi la ebbe E.T). La scelta gli dà ragione anche questa volta. Con questo mezzo, il regista attira e seduce magneticamente gli spettatori e conia un nuovo linguaggio cinematografico, in cui ilvideogioco diventa esso stesso film, un’operazione nuova e rischiosa (tentata da Rodrigez con lo sperimentale Spy kids 3). E’ così che il videogame diventa il vero scenario del film, intervallato a sprazzi dalla realtà. Si arriva al punto in cui il filmdiventa il videogioco. La dimensione finta e artificiale di Oasis non è mai negata dal regista nella pellicola: i protagonisti non rischiano di confondere la realtà aumentata con la “realtà vera” (come avviene ad esempio in Matrix). Il punto è un’altro: Oasis è talmente coinvolgente da essere preferibile per i videogiocatori rispetto alla realtà opprimente di tutti i giorni. In Ready Player One si arriva al paradosso per cui anche gli assetti economici della società reale vengono “giocati” all’interno della realtà Virtuale (il che ricorda WarGames).

Come in La fabbrica di Cioccolato, vi sono multinazionali disposte a tutto pur diventare padrone di Oasis – come la “IOI” capitanata da Nolan Sorrento (Ben Mendehlson) , per il quale è l’universo virtuale di Halliday è solo una risorsa economica e non un luogo di libertà, fantasia e svago, come per i ragazzi, protagonisti del film. Allo stesso modo di Willy Wonka, in Ready Player One, Halliday è in cerca di un suo successore autentico, che possa comprendere appieno le vere motivazioni del programmatore. Wade-Charlie “insegue” i ricordi e i pensieri del creatore del gioco, trovando infine, come in tutte le fiabe, molto di più di un semplice oggetto nascosto: un insegnamento che non manca di una sua amarezza, una riflessione sulla creatività e i suoi limiti, sull’ambivalenza tra reale e immaginario.

Sorprendente come Spielberg sia riuscito a mettere tutto questo dentro un film per ragazzi, che chiaramente è molto di più: innanzitutto è un salto verso una nuova forma di intrattenimento, che si alimenta tramite il videogioco e non nega la finzione quest’ultimo, ma al contrario la sfrutta a suo vantaggio come metafora per eccellenza della fantasia (a differenza di Avatar in cui la realtà aumentata fa da ponte tra due culture, quella terrestre e quella aliena di Pandora).

L’ambiente virtuale viene sfruttato da Spielberg per far accadere qualsiasi cosa: è uno spazio che può essere continuamente plasmato dall’ immaginazione, dando così un idea di onnipotenza creativa, che inevitabilmente suggestiona e affascina gli spettatori ed è anche una metafora del potere sconfinato del cinema; in secondo luogo Ready Player One è una sperimentazione di citazionismo e un’esuberante e continua rielaborazione della cultura pop. A questo proposito numerosissime le citazioni (il gigante di ferro, Kubrick, ritorno al futuro, solo per citare le più evidenti).

In terzo luogo è una fiaba per ragazzi, che arriva anche agli adulti, perché sa guardare anche al loro immaginario, facendo riscoprire l’adolescente bisogno di svago e di libertà che vive dentro di loro.

Con tutti questi elementi Spielberg ci offre un film di intrattenimento puro, che entra a buon diritto nella storia del cinema contemporaneo. ComeMatrix, quasi 20 anni fa, eleva la realtà virtuale a soggetto principale di una pellicola e lo fa in modo innovativo. Se il film dei fratelli Wachowski, infatti, si concentra sull’ambiguità del confine tra realtà e finzione, ribaltando continuamente i piani e facendoli fondere tra loro; invece il film di Spielberg esalta la realtà aumentata proprio nella sua dimensione virtuale e artificiale, per eleggerla a metafora dell’immaginario collettivo.L’equilibrio del film di Spielberg, che alterna sapientemente la realtà con il videogame, in un valzer armonico e adrenalinico di effetti speciali, crea quasi dipendenza al termine della visione, tanto che verrebbe voglia di ricominciare a vederlo da capo; ma allo stesso tempo ci ribadisce infine che è giusto fermarsi, perché il gioco deve anche avere dei limiti.

Una fiaba per ragazzi che è quasi un manifesto del cinema spielbergiano in cui lo sconfinato amore per il fantastico si unisce alla capacità di arrivare a qualsiasi spettatore. Come Halliday con Dave, Spielberg ci accompagna nei meandri del suo cinema (videogame), delle sue influenze, dell’universo fantastico che lo ha influenzato come autore. In tal modo ci rivela, infine, ciò che Ready Player One è in verità: un film realizzato per connetterci tutti, sebbene provenienti da immaginari e da realtà anche profondamente diverse tra loro: l’universalità del cinema, cifra stilistica indiscutibile dell’intera filmografia del regista ribadita con un coinvolgimento visivo ed emotivo che incredibilmente supera ciò a cui siamo abituati oggi al cinema.

 

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