Che ognuno avrà il futuro che si conquisterà.

Gianni Rodari

Riforma del lavoro e ruolo dei sindacati. Italia, Francia e Cina

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Il Jobs Act non è altro che la legge che delega un governo  ad apportare delle riforme nel mondo del lavoro attraverso decreti attuativi, e si occupa di fornire una ripresa economica al Paese. I punti principali: ammortizzatori sociali, servizi per il lavoro e politiche attive, rapporti di lavoro e contratti, semplificazione delle procedure e degli adempimenti, mamme lavoratrici e tanto altro. L’introduzione di questa legge è voluta dall’Europa al fine di aumentare la competitività del Vecchio Continente.

Ad un anno dall’entrata in vigore del Jobs Act i sindacati italiani in un confronto con il governo chiedono di modificare l’art. 18 dello statuto dei lavoratori e definiscono l’introduzione del contratto a tutele crescenti contratto “ a monetizzazione crescente” perché non è altro che un’altra forma di precarizzazione del lavoro. I numeri relativi alle assunzioni che hanno avuto un exploit nel corso del 2015, anno di entrata in vigore della legge, mostrano una flessione consistente nel 2016. Siamo proprio sicuri che il Jobs Act funzioni? E i sindacati in Italia contano ancora, hanno ancora voce in capitolo? I tre principali sindacati confederali CGIL, Cisl e Uil si occupano della difesa dei diritti collettivi che vanno dai servizi di welfare ai diritti sul posto di lavoro, di proposte culturali e ricreative. Questa riforma del lavoro non concordata con i sindacati ha aperto una sfida per studiare nuovi terreni di iniziativa, e potrebbe nascondere delle nuove opportunità in tema di stabilizzazione finanziaria e politica dei redditi. Ma i disoccupati e le nuove generazioni sono sottorappresentati ai tavoli della concertazione e i sindacati dovrebbero riattivare il confronto con il governo su basi nuove: una riforma del welfare che sia incisiva a difendere i più deboli, nel rafforzamento della protezione dei lavoratori, dei disoccupati, dei giovani.

Ma cosa è il Jobs Act in Italia

In Italia il Jobs Act non è altro che la legge che delega il governo Renzi ad apportare delle riforme nel mondo del lavoro attraverso decreti attuativi, e si occupa di fornire una ripresa economica al Paese. Cinque sono i punti principali: ammortizzatori sociali, servizi per il lavoro e politiche attive, rapporti di lavoro e contratti, semplificazione delle procedure e degli adempimenti, mamme lavoratrici etc. Più in dettaglio sono promossi contratti stabili a tempo indeterminato a tutele crescenti, più attraenti per le aziende rispetto ad altre tipologie di contratto; in caso di licenziamento, per i nuovi assunti il reintegro è previsto solo in caso discriminatorio da parte dell’azienda; il trattamento di disoccupazione è rapportato alla storia contributiva del disoccupato; in caso di riorganizzazione aziendale è permesso il demansionamento; i tipi di contratti di lavoro si riducono poiché sono abolite quelle tipologie di contratto più precarizzanti. Si tratta di una riforma ampia fondata su nuovi contenuti. Detta così sembra una buona legge, ma i dati di aprile comunicati dall’Istat parlano di nuovo di crescita della disoccupazione ( 11,7% contro l’11,5% a marzo, ma -0,4% rispetto ad aprile 2015). Ad aprile cresce anche la disoccupazione giovanile, che risale al 36,9% rispetto a marzo 36,7%. I disoccupati sono 2.986.000 in crescita di 50.000 unità su marzo e in calo di 93.000 unità su aprile. Il premier Renzi comunque si dice soddisfatto e ribadisce che i dati diffusi oggi dall’Istat “sono i dati più alti come numero di lavoratori che sono tornati al lavoro negli ultimi 4 anni” (il sole24ore). Nonostante una lieve ripresa dovuta all’applicazione di questa legge delega, l’economia italiana non può dirsi ancora uscita dalla crisi. Gli effetti positivi hanno bisogno di più tempo per potersi manifestare. Il Ministro del Lavoro Poletti si dice soddisfatto dei risultati, confermando il miglioramento della situazione dell’occupazione ed una maggiore fiducia per le prospettive del mercato del lavoro.

Riforme in materia di lavoro in Cina

In Cina l’ultima riforma del lavoro entrata in vigore nel 2008 prevede il contratto a tutele crescenti: per poter licenziare un dipendente sono necessari un mese di preavviso e una mensilità per ogni anno di servizio. L’orario di lavoro, è di otto ore giornaliere con un massimo di 40 ore settimanali. È previsto che il datore di lavoro possa richiedere ai dipendenti un lavoro straordinario che non superi le 36 ore mensili, con un salario triplo nel caso si lavori nelle festività. In ragione dello sviluppo economico dell’azienda è previsto un aumento salariale con riguardo all’indice dei prezzi al consumo. Sono previste le ferie e al termine del contratto o del rapporto di lavoro la legge prevede il versamento della liquidazione sulla base del periodo lavorativo svolto dal dipendente.

In Cina esiste un unico sindacato allineato con la politica governativa che si batte per i diritti dei lavoratori. Ma ancora carenti sono le norme sulla sicurezza sul lavoro, sull’impatto ambientale dell’impresa, sui livelli retributivi. Le condizioni di lavoro in alcuni casi sono difficili, non ultimo lo scalpore suscitato dall’escalation delle crisi personali dei dipendenti dell’azienda Foxconn, che produce dispositivi hi-tech per conto della Apple. Ed ancora i licenziamenti in massa del settore siderurgico ( 1.8 milioni sembra) o le tragedie provocate dalle carenti norme di sicurezza sul lavoro nel settore dell’estrazione del carbone o nella produzione di fertilizzanti. Ma anche in Paesi che cavalcano il progresso come la Cina non mancano casi di problemi di gestione dei lavoratori o aziende in cui sono incerte le norme per la sicurezza sul lavoro o ancora peggio che non considerino le questioni ambientali alle quali il Governo cinese sta dando grande rilievo. Il sindacato in Cina mira ad “ uno sviluppo di relazioni di lavoro armoniose e a una difesa dei lavoratori in modo pacifico”.

Il Ministro delle Finanze cinese Lou Jiwei vuole riformare il sistema del lavoro attualmente vigente in Cina. In un incontro avuto a Shanghai con il Ministro dell’Economia italiano Padoan ha mostrato interesse  al Jobs Act, manovra che punta alla liberalizzazione del mercato del lavoro. In vista dell’interesse mostrato dal Ministro delle Finanze Lou Jiwei, l’Ambasciatore italiano a Pechino Ettore Sequi ha colto l’occasione per formulare un invito in Residenza al Ministro cinese Lou e al suo seguito. Il Professor Sacchi, coordinatore tecnico della Presidenza del Consiglio Italiano ha illustrato durante l’incontro gli effetti che il Jobs Act ha avuto nel suo primo anno di applicazione in Italia sugli sgravi fiscali e contributivi per le nuove assunzioni.

Il Jobs Act in salsa francese

In Francia la legge dovrà essere discussa al Senato il prossimo 14 giugno. Il Paese è bloccato dalle proteste sindacali, si sciopera anche nelle centrali nucleari, la benzina scarseggia a causa dei blocchi in sei raffinerie, e due centrali termiche sono rimaste completamente ferme. Nonostante i disagi 6 francesi su 10 ritengono giustificati gli scioperi e 7 su 10 vorrebbero che la legge fosse ritirata o modificata. In una intervista rilasciata all’inviato de “ La Stampa” dai lavoratori di una delle raffinerie bloccate, a Fos-Sur- Mer, facendo un parallelo con la riforma italiana hanno ribadito: “ non faremo la fine dell’Italia” , gli italiani si sono fatti fregare ( QuiFinanza). Intanto Francois Hollande assicura: “Andiamo avanti” (Huffingtonpost.it). Il provvedimento proposto dal governo Hollande in materia di lavoro è un disegno di legge che su molti aspetti si avvicina a quello che il governo Renzi ha portato avanti con il Jobs Act, a partire dal quale in tutta la Francia sono partite massicce mobilitazioni di lavoratori. La proposta della riforma ha scatenato la rivolta e Parigi, Rennes, Caen, Bordeaux, Le Havre, Marseille, Lione sono state teatro di scontri violenti tra le forze di governo e i sindacati. Scioperi sono ancora in atto e la protesta contro la riforma del lavoro in alcuni casi si è trasformata in guerriglia. Flessibilità, eliminazione delle 35 ore, facilitazione dei licenziamenti, deregolamentazione e abbassamento dei livelli salariali. I Francesi non ci stanno perché le riforme che mirano a flessibilizzare il mercato del lavoro pesano sul salario più di quanto riducano la disoccupazione. Il ruolo di queste riforme nell’area euro hanno il compito di aggiustare gli squilibri commerciali, di promuovere una svalutazione nel mercato interno, di far recuperare competitività nei costi abbassando i salari: “è uno strumento per governare il conflitto salariale” “ i lavoratori saranno più sensibili alle pressioni del datore di lavoro, dove la minaccia di chiusura e delocalizzazione sarà più forte” dicono i sindacati (retedellaconoscenza). I lavoratori di ogni settore si sono mobilitati, e oggi, anche il settore dei trasporti è sceso in sciopero a tempo indeterminato, treni, aerei bloccati, i rifiuti a Parigi stanno sommergendo la città e la situazione dei centri di raccolta è drammatica , gli inceneritori sono fermi. La presa di posizione dei francesi ha contagiato anche il Belgio, in migliaia sono scesi in piazza e lo sciopero generale del pubblico impiego sta bloccando il Belgio. I francesi si ribellano alle leggi che ritengono ingiuste, lottano per conquistare dignità, libertà, uguaglianza e fratellanza.

In Italia tutto Tace. I giornali ci dicono che l’economia migliora, che il lavoro migliora, che i disoccupati diminuiscono, che le famiglie hanno ripreso a spendere! Ma è vero tutto questo?

In Cina stanno studiando il Jobs Act italiano, sono interessati ai principi e a conoscere i risultati che ha avuto in Italia. Ci auguriamo che per gli amici cinesi i risultati dell’applicazione di questa legge siano migliori di quelli conseguiti in Italia, visto che la Cina a differenza dell’Italia cresce ad un ritmo del 7% annuo. Ci auguriamo inoltre che l’Europa non imponga agli Stati aderenti altre manovre restrittive sul benessere della popolazione e a favore dei grandi sistemi finanziari, cioè a favore delle Banche.

Simona agostini

L'Autore

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