Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi,
molto prima che accada.

Rainer Maria Rilke

La rivolta senza violenze. L’esempio del Burkina Faso

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Una rivoluzione giovane, rapida, senza eccessive violenze. Un presidente che si dimette dopo soli due giorni dallo scoppio delle proteste e una comunità internazionale che rimane a guardare stupita. Stupita che – come spesso avviene nei Paesi africani – qui, invece, non succede un disastro, magari una guerra civile. Il Burkina Faso ha dato, la scorsa settimana, un esempio sia a Paesi dove le cose sono finite peggio (vedi, per rimanere nel continente africano, la Libia) sia a quelli dell’area sub-sahariana che ancora sopportano dittatori travestiti da Capi di Stato. E per questi rappresenta un monito. Ma ha dato anche un esempio all’ex potenza coloniale, la Francia, che di fatto ha comunque appoggiato in questi anni Blaise Compaoré. Così come lo hanno appoggiato gli Stati Uniti, che hanno “utilizzato” l’ex presidente del Burkina per controllare, soprattutto, l’area con infiltrazioni terroristiche del Sahel. Futuro Quotidiano ha intervistato Serge Mathias Tomondji, direttore della Rivista panafricana “Notre Afrik”. Una prospettiva che aiuta a capire la storia del Burkina Faso e dell’Africa occidentale, le influenze delle ex potenze coloniali e la transizione verso il futuro.

È solo a causa della modifica dell’art. 37 della Costituzione – che mirava a consentire a Compaoré un nuovo mandato – che sono sorte le proteste o il momento storico era favorevole?

Serge Mathias Tomondji, direttore della Rivista panafricana “Notre Afrik”

Serge Mathias Tomondji, direttore della Rivista panafricana “Notre Afrik”

Hanno coinciso sicuramente diversi fattori. Al di là della questione della modifica dell’articolo 37 della Costituzione – che ha profondamente diviso la classe politica e l’opinione pubblica – sono i giovani che hanno fatto la differenza scendendo per le strade in modo massiccio dimostrando che non ne potevano più del modo di gestire il Paese per così tanti anni. Certo non bisogna sottostimare il ruolo preponderante giocato dai partiti politici dell’opposizione e dalle organizzazioni della società civile. Ma la questione della modifica della Costituzione è servita come un “pretesto” ad una gioventù che ha soffocato troppo a lungo le sue frustrazioni. Insomma, il tempo storico, ha coinciso con le aspirazioni del popolo e così è nata una sollevazione, direi, inedita. Non dobbiamo dimenticare poi, che le manifestazioni del 30 e 31 ottobre si sono svolte non solo nelle maggiori città: la capitale, Ouagadougou e Bobo-Dioulasso, ma anche in diverse altre aree del Paese. Del resto proteste erano in corso già da diversi mesi.

Blaise Compaoré ha potuto restare al potere per tanti anni anche grazie all’Occidente che lo ha sempre considerato una sorta “controllore della pace” nell’area del Sahel. Ha avuto davvero questo ruolo. I burkinabè lo consideravano un pacificatore?

Qualunque siano stati gli errori del presidente Compaoré, non si può negare che nel corso di questi 27 anni al governo è riuscito a “spegnere alcuni fuochi” nella zona del West Africa. Ha certamente giocato un ruolo di primo piano in molte crisi socio-politiche, in Togo, Costa d’Avorio, Guinea e Mali. La mediazione che ha condotto in certi Paesi, ha permesso di aprire la strada a processi democratici di cui si possono, a posteriori, apprezzare i risultati. Inoltre, nel cuore del Sahel, il Burkina Faso ha spesso giocato un ruolo determinante nella lotta contro il terrorismo e nella gestione della sicurezza della regione. Tutto questo ha certamente portato Compaoré ad essere un alleato dell’Occidente e, soprattutto, della Francia che, non bisogna dimenticarlo, resta il “tutore” coloniale del Paese così come di altre aree dell’Africa occidentale. In ogni caso, seppure la dirigenza francese ha sostenuto i Capi di Stato delle ex colonie senza tenere in gran conto le norme democratiche e le aspirazioni reali delle popolazioni, la situazione è un po’ cambiata dal discorso di Mitterand a La Baule, nel ’90, che ha marcato la svolta democratica dei Paesi dell’Africa francofona.

La sollevazione popolare in Burkina Faso può rappresentare un esempio per altri Paesi africani che subiscono dittature di fatto da molti anni?

Presidente Compaorè

Presidente Compaorè

I popoli di molti Paesi hanno seguito, e continuano a seguire attentamente, quello che accade qui in Burkina Faso. Si riconoscono nel movimento di giovani burkinabè e approvano le loro proteste. Lo hanno espresso anche attraverso i social network. Molti di loro hanno scritto che il Burkina ha segnato la strada per contrastare le revisioni selvagge delle Costituzioni e che ha saputo dare un serio avvertimento ai Capi di Stato che stanno programmando di restare al potere. Insomma, sì, in questo senso il Burkina rappresenta un esempio che si spargerà a macchia d’olio nel continente e servirà come riferimento ai popoli africani, alle classi politiche e ai giovani. È chiaro che ogni Paese ha le sue peculiarità. I giovani burkinabè si sono sollevati intorno ad un obiettivo generale che andava al di là del tentativo di riforma costituzionale. Le motivazioni, la determinazione e le frustrazioni non sono sempre le stesse e quindi generano risultati differenti nella lotta.

Ma in molti Paesi africani i cittadini fanno fatica a esprimere il loro dissenso in un modo così estremo e deciso come è accaduto in Burkina Faso.

È vero, i cittadini africani sono rimasti apatici a lungo di fronte ad una classe dirigente pronta a tutto pur di mantenere il potere a vita e tenendo in ostaggio le reali possibilità di alternanza. Si pensava che con le Conferenze nazionali inaugurate in Benin nel ’90, i tempi dei colpi di Stato e delle manovre politiche sarebbero finiti. È proprio da allora che sono state introdotte le limitazioni dei mandati presidenziali nelle Costituzioni africane. Proprio per rompere con l’antico ordine dei partiti unici e dei presidenti a vita. Senza dubbio, l’apatia dei cittadini è dovuta anche ad un rapporto di forze che non gli è favorevole, nel momento in cui la classe politica non presenta sempre un’alternativa credibile per realizzare l’alternanza attraverso il passaggio dalle urne. Sarebbe meraviglioso se non ci fosse bisogno di alcuna sollevazione, di alcuna rivoluzione e fare agire solo la democrazia in base alle regole costituzionali. Comunque credo che niente, d’ora in avanti, sarà come prima e che i popoli, dappertutto, sapranno prendere in mano in loro destino. Tuttavia, non dimentichiamo che l’alternanza al potere ha funzionato in molti Paesi. Ne è un buon esempio il Senegal, ma anche il Benin, dove il presidente, Mathieu Kérékou, ha saputo lasciare dopo 19 anni al potere e si è andati alle urne. Ma c’è anche il Mali, con Alpha Oumar Konaré e Capo Verde, con Pedro Pires, che hanno lasciato al termine del loro mandato senza tentare di silurare la Costituzione. Oggi, tutto porta a credere che i cittadini vogliano giocare il loro ruolo di sentinelle della democrazia. In ogni caso siamo in una nuova epoca, in cui i giovani non si rassegnano alle situazioni. La nostra classe dirigente dovrà tenerne conto.

C’è ora il rischio che il Burkina Faso sia governato per un tempo indefinito dall’esercito e che l’azione del popolo sia così annullata?

È vero che la situazione ha portato al momento l’Esercito ad assumere le redini dello Stato ma tutti gli attori, compresa la comunità internazionale, sono impegnati per un trasferimento rapido del potere ai civili. Del resto è già stata fissata la data per le elezioni, a novembre del prossimo anno. È evidente che il rischio zero non esiste e vi è la preoccupazione che nuove divisioni e incomprensioni facciano il gioco dell’esercito che potrebbe quindi trovare terreno fertile per restare al potere. In ogni caso, credo sarà difficile privare il popolo della lotta. Benché il Paese abbia una lunga tradizione di gestione degli affari politici e della cosa pubblica da parte delle forze armate, a 55 anni dall’indipendenza, sembra più plausibile che il ritorno alla via costituzionale e dunque al potere civile avvenga velocemente. Così, il tenente colonnello Isaac Zida, che guida al momento la transizione, sarà ricordato come “l’uomo forte del momento” che avrà fatto tutto il necessario per la normalizzazione che si attende e avrà traghettato la rottura con il passato.

Qual è oggi lo stato d’animo dei burkinabè?

Credo che siano fieri di aver compiuto un atto salutato con entusiasmo da tutto il continente e di aver dimostrato che è possibile far sentire la voce e le aspirazioni dei giovani. Ora sperano che la loro lotta sfoci rapidamente in una realtà socio-politica rinnovata, dove le loro aspirazioni siano davvero tenute in conto.

Quando sarà libera l’Africa dalla tutela e dalle politiche occidentale, comprese le Nazioni Unite?

Intelligente chi può rispondere a questa domanda… comunque non credo che la tutela di cui parla si eserciti ancora oggi così, come all’inizio dell’indipendenza, negli anni Ottanta e Novanta. Dappertutto i popoli si emancipano e sono visibili le aspirazioni al cambiamento. Inoltre, con lo sviluppo delle tecnologie, dell’informazione e della comunicazione, siamo tutti interconnessi. L’Africa non è ai margini e, malgrado le difficoltà, avanza in tutti i settori. Dopo l’ondata del processo di democratizzazione che si è diffusa in tutto il continente agli inizi degli anni Novanta e a dispetto delle difficoltà incontrate lungo la strada – come appunto gli attacchi alle Costituzioni – l’Africa sembra inaugurare, attraverso la sollevazione del Burkina Faso, una nuova era che la mette sulla rampa di lancio di un futuro democratico risanato e di grande vitalità. Ce n’è di strada da fare, ma l’Africa si emanciperà certamente dalla tutela occidentale, quando ogni nazione, ogni popolo, prenderà coscienza della sua forza e saprà creare – in una situazione di pace – la simbiosi tra le sue potenzialità, le sue ricchezze umane e le sue aspirazioni.

Antonella Sinopoli

L'Autore

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