La mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai,
il futuro, rende la vita più semplice,
ma anche tanto priva di senso.

Italo Svevo

L’INTELLI-BLOG… Salvaguardiamo i dialetti, patrimonio di cultura

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Il dialetto è una componente importante dell’identità culturale di una comunità. Purtroppo si va progressivamente perdendo, soppiantato dalla lingua italiana, da altre lingue importate nei nostri territori dai gruppi etnici di regioni e paesi diversi e, ovviamente, dall’inglese.

Come sostiene Tullio De Mauro, il dialetto non è solo la lingua delle emozioni. In un suo recente libro il linguista ricorda: “L’ho capito in Sicilia, da non siciliano, quando sono arrivato lì, professore all’università, accolto dalle famiglie dei colleghi. Si partiva con l’italiano, nel senso che tutti parlavano in italiano. Ma appena la discussione si accendeva e magari si passava alla politica, improvvisamente cambiavano registro linguistico. Un po’ alla volta slittavano nel dialetto, e dell’italiano si scordavano. Gli uomini, per parlare di argomenti più impegnativi intellettualmente, usavano il dialetto. Perché a Venezia come a Palermo, quando il discorso si fa serio, si usa il dialetto”.

Un recente studio (http://www.ircres.cnr.it/index.php/it/12-staff/cv/23-sirilli) fornisce un interessante quadro della conoscenza e della pratica del dialetto a livello locale.

Agli studenti quattordicenni delle scuole medie di alcuni Comuni dei Castelli Romani è stato chiesto se conoscessero il loro dialetto molto bene, bene, superficialmente, per niente. La percentuale di coloro che hanno dichiarato di conoscerlo molto bene è inferiore al 10% ad Albano Laziale (2,1%), Genzano (5,3%), Ariccia (8,0%), Marino (9,3%), e superiore al 20 per cento a Velletri (22,1%). Ampliando il concetto di conoscenza del dialetto sommando dunque le percentuali relative alle risposte “molto bene”, e “bene”, il quadro è il seguente: Albano Laziale 18,1%, Ariccia 22,7%, Marino 32,6%, Genzano 34,0%, Velletri 59,8%. Dunque ad Albano-Ariccia un quinto degli studenti conosce il dialetto, a Marino-Genzano un terzo, mentre a Velletri la percentuale raggiunge quasi i tre quarti. Nell’indagine statistica veniva chiesto quale lingua venisse normalmente parlata in casa (italiano, dialetto, un misto dialetto e italiano, altro dialetto o altra lingua): i dati mostrano che il dialetto viene parlato in famiglia soltanto da una ristretta minoranza di studenti, dell’ordine del 3-4% ad Albano Laziale, Ariccia, Genzano e Marino, con un massimo del 10,4% a Velletri. L’idioma di gran lunga più usato è l’italiano (circa il 50%), seguito da un misto italiano-dialetto (circa il 30%) – con l’eccezione di Velletri dove le proporzioni sono rovesciate.
Una seconda indagine condotta su tutti i cittadini di Abano Laziale mostra che il campione dichiara di conoscere il dialetto albanense secondo le seguenti percentuali: 13,5% molto bene, 33,5% bene, 36,8% superficialmente, 16,2% per niente. La differenza tra sessi è rimarchevole: le femmine conoscono meno dei maschi il dialetto, e correlativamente superano di molto i maschi in termini di non conoscenza del dialetto.

I dati mostrano che, coerentemente con quanto risulta dall’indagine dell’ISTAT (http://www.istat.it/it/files/2014/10/Lingua-italiana-e-dialetti_PC.pdf) relativa a tutti gli italiani, la conoscenza del dialetto aumenta con l’età, e la quota dei giovani albanensi che lo conoscono superficialmente o non lo conoscono affatto è di quasi il 70%.

Passando all’uso della lingua in casa, i dati del campione mostrano che in media il 6,0% degli albanensi parla in casa in dialetto, il 39,7% parla in italiano, ed il 51,0% parla un misto italiano-dialetto. Le femmine mostrano una tendenza a parlare in italiano superiore dei maschi (47,2% contro 32,3%) ed inferiore ad utilizzare il vernacolo (rispettivamente 5,4% e 6,6%).

I dati dell’indagine sui cittadini di Albano Laziale sono messi a confronto con quelli dell’ISTAT. Il paragone tra Albano e l’Italia nel suo complesso segnala alcune similarità ed alcune differenze: le percentuali di coloro che in casa parlano in dialetto e quelle relative alle altre lingue o altri dialetti sono dello stesso ordine di grandezza; le differenze riguardano l’uso dell’italiano, che ad Albano Laziale si parla meno che nel resto del paese e del misto italiano-dialetto, che ad Albano si parla di più. I dati mostrano dunque che ad Albano Laziale il dialetto “resiste” meno che nel resto del paese nella sua forma “integra” ma che, allo stesso tempo, si accompagna più di frequente all’italiano, lingua meno parlata in casa. Nei rapporti familiari la stragrande maggioranza degli albanensi depositari del dialetto (l’88,7%) rinuncia a praticarlo per fare uso o della lingua italiana o di un misto italiano-dialetto, preludio della sostanziale perdita della lingua natìa.

Estrapolando le tendenze relative alle classi di età, si può prevedere che i cittadini albanensi che nasceranno a partire dal 2020 non conosceranno il dialetto né molto bene né bene, ma si divideranno equamente tra coloro che ne avranno una conoscenza superficiale e coloro che non lo conosceranno affatto.
Il campanello d’allarme è dunque suonato. Date per scontate le imprecisioni e le approssimazioni delle indagini statistiche, il fenomeno della perdita del dialetto e dunque dell’“anima” delle comunità locali sta procedendo rapidamente ed è d’uopo tentare di contrastarlo nella misura del possibile – beninteso in un’ottica di inclusione, non di esclusione.

E qui scatta la responsabilità degli enti locali che, purtroppo, non sempre brillano per sensibilità nei confronti dell’identità culturale (il Comune di Albano Laziale al momento non ha un assessore alla cultura!) e che vivono le difficoltà di bilanci sempre più magri … e con le buche delle strade da riparare. Allora la vera via d’uscita è la – ahimè troppo spesso vituperata – scuola.

Sarebbe quanto mai auspicabile che nelle scuole elementari e medie venissero introdotti corsi, seppur brevi, di dialetto; questi potrebbero avvalersi del materiale didattico ampiamente disponibile (vocabolari, testi in lingua, ecc.) e di persone che – ancora – conoscono il dialetto.

Tremonti diceva che con la cultura non si mangia: con Camilleri (http://22passi.blogspot.it/2010/11/elenco-dei-motivi-per-cui-con-la.html) si può si può invece affermare che con la cultura, e con il dialetto, non solo si mangia ma si fa di più: si assicura la sopravvivenza della società.

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