Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi,
molto prima che accada.

Rainer Maria Rilke

Bitar racconta Allende, il golpe di Pinochet e il sogno spezzato del Cile

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sergio bitar“Senza memoria non c’è futuro”. Sergio Bitar di memoria se ne intende, ex ministro del governo Allende sopravvissuto al campo di concentramento di Dawson Isla, all’imboccatura dello Stretto di Magellano, dove venne rinchiuso nel 1973 dopo la presa del potere di Pinochet, ha scelto di ricordare quella reclusione. E lo ha fatto pubblicando il volume Dawson Isla 10 da cui nel 2009 è stato realizzato l’omonimo film e che ora esce anche nella versione italiana edita da Teti. “Questo non è un libro del passato ma del futuro perché senza memoria non si può costruire niente”, il diario della prigionia ha proprio questo scopo, lo scopo di non dimenticare. “Chi vuole mantenere lo status quo vuole la paura, la luce del ricordo va contro la paura” dichiara durante l’incontro che si è svolto presso la sede della Treccani di Roma, alla presenza dell’ambasciatore cileno in Italia Fernando Ayala e coordinato da Massimo Bray che della Treccani è direttore.

Il libro si apre con la tragica giornata dell’11 settembre, non quello tristemente famoso del 2001 in cui furono abbattute le twin towers, ma quello del 1973. Bitar viene avvisato da un compagno di partito che le truppe di Pinochet avanzano verso il centro: quello stesso giorno entrano nel palazzo del governo e Allende si suicida. Chi aveva fatto parte di quel progetto democratico che fu la Unidad National, il sogno di un’intera generazione che dagli altri paesi vi guardava con speranza e ammirazione, decise di non scappare ma di consegnarsi. Bitar era fra quelli. Per un anno con altri politici, ministri e parlamentari, fu rinchiuso nel campo di concentramento di cui ci restituisce un dettagliato resoconto delle angherie e dei soprusi perpetrati contro i prigionieri, in un clima terribilmente freddo, con lo scopo di mandare in frantumi la dignità delle persone che avevano creduto nella via cilena al socialismo. Un posto costruito con la consulenza di ex gerarchi nazisti e di cui si negava la reale natura; come testimoniano le agghiaccianti citazioni riportate in apertura del volume e tratte da giornali dell’epoca che dipingono Dawson Isla quasi come un centro termale: “Se oggi i confinati si sentono bene – con dormitori in buono stato e riscaldati, una dispensa ben fornita, una dieta fissa a base di carne e di vitello, servizi igienici ed acqua calda- tra qualche giorno staranno anche meglio” (dalla rivista Ercilla) o ancora “voglia Dio che l’aria di purezza e santità che inonda queste regioni li aiuti a mettere ordine nelle loro menti febbricitanti” (da El Mercurio). Ci vorranno parecchi anni perché Bitar, una volta liberato, possa tornare in Cile, dopo almeno dieci anni di esilio negli Stati Uniti; nel frattempo butta giù tutto quello che ricorda e una volta tornato – a differenza di molti che hanno vissuto quella vicenda- decide di rendere tutto pubblico.

E lo fa in seguito ad un avvenimento simbolico: la visita di Papa Paolo VI Cile. I tempi del cambiamento sono maturi. Lo sfasamento temporale tra il periodo della scrittura e quello della sergio bitarpubblicazione fa sì che la visione dell’autore sia lucida, poco emotiva, a tratti quasi distaccata: “La domanda era negare o ricordare? Molti preferirono non parlare, io decisi di consegnarmi perché pensavo di aver rappresentato il popolo e di non avere nulla da temere, la stessa logica mi ha spinto a scrivere”. La stessa energia, la stessa forza che lo portarono a occuparsi ancora di politica al suo rientro in patria, prima nell’opposizione di centro sinistra a Pinochet e poi come ministro con Lagos e Bachelet. Walter Veltroni autore dell’introduzione al libro denuncia “l’assenza di riflessione sulle cose e quindi di memoria potrebbe fare in modo che quelle cose possano tornare. I meccanismi di annientamento della persona si ripetono, come avviene con gli uomini incappucciati dell’Isis”. Secondo il politico Pd, infatti, in un’epoca dominata dai talent, il continuo bombardamento mediatico fa sì che ogni tragedia si sostituisca troppo rapidamente a un’altra per cui esse vengono vissute con grande impatto emotivo ma senza un’effettiva razionalizzazione. Tre sono i punti che stanno a cuore a Bitar: “Diritti umani, libertà e unità”. E, aggiunge, “tenere saldi i valori per i quali vale la pena dare la propria vita”. Come lui stesso spiega, il passaggio tra memoria personale e sociale si compie attraverso la famiglia, i libri, i film, la musica. Tutto allo scopo di far sì che forze politiche diverse imparino a convivere come si addice a una democrazia.

Laura Landolfi

L'Autore

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