Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi,
molto prima che accada.

Rainer Maria Rilke

Sertao, il Brasile di un tempo

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Dovevo andare a Sao Paulo per lavoro, 4 ore di volo. Poi mi sono ricordato che ho il privilegio di poter raccontare, con FUTURO QUOTIDIANO, il Brasile che vedo e per raccontare bisogna stare dentro le cose, non volarci sopra. Per raccontare non ci si sposta, si viaggia. Allora ho deciso di raggiungere Sao Paulo in autobus, 2 giorni e due notti di viaggio per 3.000 Km. Compro un biglietto della migliore compagnia di bus, tutti i comfort, aria condizionata, poltrone reclinabili, ottimi servizi igienici, costo come un passaggio aereo. Mi dicono che il fondatore della compagnia viva in Italia. Con puntualità svizzera l’imbarco è fissato alle 9.00 e partenza alle 9.30. Il tempo è bello e in breve siamo fuori della città attraversando la periferia di Fortaleza, fatta di piccole favelas, di case rosse di mattoni e di negozi e bar che si susseguono senza soluzione di continuità. Verso le 10.30 il panorama cambia, campagna sconfinata e il  Grande Sertao, di Guimaraes Rosa, decine di chilometri apparentemente di nulla, di terra e di pochi alberi che segnano l’orizzonte.

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Le famiglie di un tempo del sertao

Poco dopo le grandi piantagioni: alberi da frutta, bananeiros, coqueiros, caffè e cacao. Ogni tanto una casa, una casa di famiglia, quelle contadine fatte di padri, madri, nonni, figli, nipoti, cugini e zii come anche noi abbiamo conosciuto nelle nostre campagne solo che qui si fanno nove, dieci, undici figli. E dove i sentimenti si vivono all’ interno di quel nucleo. Odio e amore, allegria e dramma, gioia e tristezza, vita e morte convivono in quello spazio di mondo. Di tanto in tanto piccoli villaggi di contadini costruiti dal “padrone” per i suoi contadini. Un grande cancello a delimitare l’entrata, completamente inutile perché  il terreno non è recintato ma indispensabile per segnalare che si entra in un posto, non è il  nulla. Una grande strada sterrata e ai lati case bianche con il tetto di tegole rosse e un giardino davanti, posti tutti uguali, tutti in fila. In fondo al viale il grande sertao. Gli uomini lavorano in campagna e nella cura degli animali, le donne curano la casa e i bambini. La vita segnata dai tempi che la natura impone. Ricordo le descrizioni di Zola dei villaggi dei minatori francesi dell’ottocento e dei primi del novecento, del freddo, degli stenti e della fatica. Qui non si vive di stenti e fa caldo, molto caldo, ma la “seca” può uccidere uomini e animali. Penso a Miguillim , di Guimaraes Rose, che cresce nel sertao ma che andrà via a scoprire il mondo, inforcando per la prima volta un paio di occhiali e scoprendo un mondo mai visto. Solo le parabole della televisione ci segnalano sprazzi di modernità  che irrompono in quelle case, non so se fragorosamente o con indifferenza.

Le generazioni brasiliane tra modernità e tradizione

Di tanto in tanto qualche fermata di autobus, giovani con jeans corti e magliette marcate, con improbabili pettinature, in attesa di autobus che li conducano in qualche città vicina, nella modernità, come fosse il migliore dei mondi. I più forti resisteranno, torneranno o cercheranno il loro avvenire; i più deboli saranno sconfitti, vinti dalla droga a buon mercato e dalla violenza imperante, impreparati a un mondo sconosciuto. Le categorie di passato, presente e futuro sono diverse in Brasile e per stare dentro questo paese, non per viverlo dalla finestra, bisogna accostarsi a un codice mentale diverso dove le cose non sono mai bianche o nere, dove non sempre due più due fa quattro. Verso le 12 il panorama cambia ancora e la natura è sempre la padrona assoluta. Piccoli villaggi dove c’è acqua, intorno a piccoli laghi, case rosse, chiese, scuole e coqueiros. Una macchia di verde come oasi nel deserto. Ciminiere che ci indicano che c’è una fabbrica di caju.

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Un viaggio che sembra un film

Il finestrino del mio bus come un televisore che proietta un film, un film di un viaggio nel Brasile reale, nelle sue viscere. Distese infinite popolate da mandrie di vacche, tori e cavalli. Anche questo è  sertao. Poi colline, pedras, si sale, ci si arrampica, rocce di terra bruciata dal vento e dal sole. Mi manca mia moglie con cui ho condiviso tanti viaggi. Scorrono i luoghi: il Ceara, Pernambuco, Bahia, Minha Gerais con le antiche miniere e la grande importazione di schiavi negri, terra di conquiste europee, immortalata dagli scatti di Salgado. La notte si dorme poco e al risveglio piove e fa freddo. Si viaggia, cambiano i panorami, ci si avvicina alla città. Chiudo questa prima parte del diario di viaggio nel cuore di un paese in bilico tra passato e futuro.

 

 

 

Alessandro Battisti

 

 

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