Che ognuno avrà il futuro che si conquisterà.

Gianni Rodari

Strage di Istanbul. E’ giallo sull’identità dell’attentatore

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E’ giallo sull’autore dell’attentato di Istanbul nel quale la notte di Capodanno sono rimaste uccise 39 persone. Non si tratterebbe infatti del 28enne con passaporto kirghiso, la cui identità era stata diffusa ieri ieri. Rimane intanti in piedi la pista uigura.


Sarebbe, dunque, arrivato dalle steppe dello Xinjiang il terrorista autore della strage di Capodanno alla discoteca Reina di Istanbul. Un jihadista legato all’ Isis, appartenente all’etnia uigura, che è la seconda più numerosa comunità islamica in Cina: 8 milioni di musulmani (su un totale di 23 milioni), che si battono da sempre per la propria indipendenza e autodeterminazione. Tra loro, si sono andati costituendo, dagli anni Novanta in poi, gruppi jihadisti e qaedisti. Nel 2001 ventidue combattenti cinesi islamici furono catturati dagli americani a Kabul e rinchiusi a Guantanamo per essere liberati nel 2013. Nel 2014 Abu Bakr al Baghdadi, il numero uno dello Stato Islamico, criticò il governo di Pechino per la sua politica dal pugno di ferro messa in atto nello Xinjiang. Nel luglio del 2015 lo Stato Islamico ha diffuso un video su internet in cui si fa appello agli uiguri a unirsi al Califfato. Si stima che nelle file dell’esercito dell’Isis i cinesi islamici siano oltre trecento.

http://jihadology.net/2015/07/07/al-%E1%B8%A5ayat-media-center-presents-a-new-video-nashid-from-the-islamic-state-come-my-friend/

Gli Uiguri, da sempre una spina al fianco di Pechino

xinjiang
Sarebbe un jihadista cinese il responsabile della strage al night club Riina di Istanbul, dove la notte di Capodanno sono state uccise 39 persone e oltre 70 ferite. Gli inquirenti turchi ne avrebbero accertato la nazionalità: l’ ”eroico soldato del califfato” , come l’Isis nel suo comunicato di rivendicazione dell’attaccoha definito il sanguinario terrorista travestito da babbo natale, sarebbe originario delle steppe dello Xinjiang. Una terra, agli estremi confini occidentali della Cina, da sempre considerata una spina nel fianco di Pechino, e abitata da un popolo, gli uiguri , che costituiscono la seconda più numerosa comunità musulmana del Paese dopo gli Hui. Un popolo, che parla una propria lingua, che possiede una propria cultura e delle proprie fortissime tradizioni e che dal 18esimo secolo -quando i suoi domini vennero definitivamente conquistati dall’ex Impero Celeste- si batte per il suo diritto all’autodeterminazione, diviso tra sostenitori di un nazionalismo laico e musulmani fondamentalisti, pronti invece a invocare la jihad in nome della indipendenza e della libertà della loro terra.

La questione uigura- La storia

xinI domini uiguri, dove passava l’antica via della Seta, vennero islamizzati nel 15esmo secolo da una potente setta musulmana Sufi, la Tariqa Naqshbandi, e divennero parte della Cina, con il nome di Xinjiang, che vuol dire Nuova Frontiera, nel 1758, quando quelle terre furono conquistate dall’imperatore Qianlong della dinastia Qing. Ma il fiero popolo degli altopiani e dei laghi, dei rossi ghiacciai e degli immensi deserti, non si arrese mai e l’ irredentismo dello Xinjiang divenne i cinesi sinonimo di rivolte e attentati. Fino a quando la dinastia manchu non venne destituita nel 1912 ne furono organizzati numerosi. Poi, finalmente, il sogno degli uiguri sembrò realizzarsi. Per ben due volte – nel 1933 e nel 1944- si costituirono in stato autonomo e indipendente, con il nome di Turkestan Orientale. Un sogno che ebbe breve durata e che si dissolse nel 1949 quando l’Armata Rossa cinese riprese il totale controllo dell’area.

Musulmani in Cina, l’eccezione uigura

musulmane cinesiNella loro lunga storia in Cina i musulmani, che attualmente sono circa 23 milioni, sono stati spessi perseguitati, in particolare durante la Rivoluzione Culturale. Ma la situazione è cambiata. Oggi alle diverse comunità islamiche del paese non solo è consentito di praticare liberamente il proprio culto, ma anche di insegnarlo nelle moschee autorizzate che sono circa 34 mila e persino di organizzare pellegrinaggi alla Mecca, un privilegio di cui godono ogni anno 70 mila fedeli. Diritti che non sono invece riconosciuti agli uiguri nei confronti dei quali il governo di Pechino adotta una politica speciale di controllo, basata su una massiccia colonizzazione dei territori dello Xinjiang – che dal 1955 è una delle cinque regioni autonome della Cina, quindi sottoposta a normative ad hoc- a rigide leggi antiterrorismo, in virtù delle quali sono vietate manifestazioni pubbliche e attività religiose. Ma questo perché?

La radicalizzazione delle aspirazioni nazionaliste

Il punto di svolta risale agli anni Novanta, quando il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, tra i gruppi separatisti più attivi, radicalizzò la sua strategia. Da allora gli uiguri sempre più spesso sono stati accusati di essere terrotisti ed etichettati come jiadisti e qaedisti e perseguitati. Secondo alcune comunità uigure in esilio, molti dei loro leader sarebbero anche senza fondamento arrestati e condannati a morte in Cina. Recentemente anche Amnesty International ha cominciato a denunciare abusi dei diritti umani nello Xinjiang, che deterrebbe il record del più alto numero di processi ed esecuzioni sommarie del paese.

I contatti con l’Isis

isis1Comunque da tempo varie fonti riportano l’esistenza di un’intensa attività jihadista cinese. Nel 2001 in Afghanistan gli americani catturarono e imprigionarono a Guantanmo ventidue uiguri, poi rilasciati nel 2013. Nel 2014 Abu Bakr al Baghdadi, leader dell’Isis, criticò il governo di Pechino per la sua politica dal pugno di ferro messa in atto nello Xinjiang. Nel luglio del 2015 l’Isis ha diffuso un video su internet in uiguro in cui fa appello ai musulmani dello Xianjiang e li invita a “svegliarsi”. Si stima che nelle file dell’esercito dell’Isis i cinesi islamici siano oltre trecento.

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