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Gianni Rodari

Strage in Turchia. A che gioco sta giocando Ankara?

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strageIl sangue scorre in Turchia. Due esplosioni simultanee vicino alla stazione centrale hanno provocato morti e feriti, durante il rally organizzato per sabato 10 ottobre dai movimenti della sinistra del paese ad Ankara per fermare la nuova ondata di repressione che dall’estate scorsa si è abbattuta contro la minoranza curda,  dopo una serie di azioni erroristiche messe a segno in varie zone del paese dal partito dei Lavoratori del  Kurdistan (Pkk). Le immagini diffuse dalle televisioni mostrano scene drammatiche. Un massacro terribile del quale rimane poco chiara la matrice.

La Turchia si prepara a tornare alle urne, per la seconda volta in pochi mesi, il primo novembre non essendo riuscito il premier incaricato Ahmet Davutoglu a formare un governo e avendo  ufficialmente rimesso il suo mandato nelle mani di Recep Tayyp Erdogan. Alle elezioni di giugno, la formazione del presidente, l’Akp, il partito islamico dello Sviluppo e della Giustizia,  si era fermato al 42% perdendo dopo 13 anni la maggioranza assoluta, che questa volta in parlamento sarebbe servita a spianare alla leadership di Ankara la strada per completare le riforme. Non solo: a spiazzare l’establishment turco la vittoria a sorpresa, con l’ingresso in parlamento, dell’Hdp, l’ombrello che rappresenta la minoranza curda del paese, che per la prima volta scesa in campo insieme e compatta per non disperdere i consensi all’insegna di un programma incentrato sui diritti umani, l’uguaglianza sociale, le pari opportunità, l’indipendenza della sistema giudiziario. Fumo negli occhi di Erdogan, che non ha mai nascosto di giudicare gli esponenti dell’ Hdp, “fiancheggiatori del terrorismo”, complici del Pkk, il partito dei Lavoratori del Kurdistan, che è ancora fuorilegge ma che continua ad avere fortissima presa, il partito di Apo, nome di battaglia di Abdullah Ocalan, il guerrigliero in carcere nella prigione isola di Imrali.

Sembrava che il paese fosse arrivato su un punto di svolta. Non è stato così. La situazione è andata precipitando fino ankaraalla strage di oggi. Intanto mentre il governo ha aperto un’inchiesta per accertare l’identità di uno degli attentatori suicidi, il Pkk ha fatto appello ai suoi, attraverso il sito on line che ne diffonde proclami e comunicati, a fermare ogni attività di guerriglia, mentre l’Hdp, che aveva organizzato la manifestazione, alla quale avrebbero dovuto unirsi anche tutte le principali sigle sindacali, ha sottolineato in una nota di ritenersi principale bersaglio dell’attentato, ha cancellato tutte le iniziative pubbliche elettorali che aveva in programma, denunciando in un tweet il comportamento della polizia, che invece di aiutare i feriti, ha attaccato la gente che li soccorreva e non facendo mistero di ritenere colpevoli di quanto è accaduto quelle forze oscure e nascoste nell’ombra, composte da un mix di fanatici nazionalisti e potenti senza scrupoli. Un j’accuse che non può cadere nel vuoto, ma che complica la già fragile situazione in cui versa il paese, che è un vitale alleato dell’Occidente in Medio Oriente, ma che ora, come ha osservato Mark Lowen, analista della Bbc, si trova a fronteggiare una tempesta perfetta: l’acuirsi della polarizzazione politica, la bolla economica che sta sul punto di esplodere, il rigurgito dello scontro con il Pkk, la minaccia dello Stato Islamico e due milioni di rifugiati siriani e più.

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Velia Iacovino

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