La mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai,
il futuro, rende la vita più semplice,
ma anche tanto priva di senso.

Italo Svevo

Un sindaco non basta. Cosa ci dice il caso di Licata

0

È di questi giorni la notizia della sfiducia subita da Angelo Cambiano, sindaco di Licata, a causa della sua politica di abbattimento delle case abusive e di ripristino della legalità. Sembra proprio il film di Ficarra e Picone su L’ora legale, ma è invece la triste realtà di quanto accade non nella finzione, ma nella realtà, spesso più fantasiosa di qualsiasi immaginazione. Eppure questa notizia dovrebbe far riflettere per cercare di capire i processi e i meccanismi politici e mentali che vi stanno alla base, piuttosto che far scattare il solito moralismo da editorialista dalla buona penna, che tanto successo ha presso certa intellighenzia.
Innanzi tutto, si deve partire dal riconoscere che quando l’illegalità diventa diffusa, quasi un modo di vivere e di assicurare la propria sopravvivenza, non basta il singolo sceriffo per riportare le cose a posto. Il leader isolato, anche se tale a seguito di vasto consenso, che sfida situazioni di questo tipo farà inevitabilmente la fine di quello di Licata. È quanto anche accade per i ladruncoli e scippatori arrestati dalla polizia, che ricevono la solidarietà del quartiere in cui vivono, i cui abitanti si scagliano contro gli agenti dell’ordine. Ciò è sintomo di tutta una cultura della legalità che è venuta meno e che deve essere formata, della necessità di un nuovo senso civico e della predilezione per il bene collettivo: tutte cose che non nascono da sole sotto gli alberi, come i funghi dopo un acquazzone, ma che devono essere coltivate, come serre ben ordinate, come la frutta di stagione, che non matura da sola, abbandonando a se stesse le piantagioni. Ma una popolazione sempre più incolta e preda dell’educazione naturale dei mass media televisivi, sempre meno scolarizzata e per la quale si pensa che solo una educazione tecnica e pragmatica sia sufficiente, con quali anticorpi civili e culturali potrà contrastare il disinteresse verso il bene comune?
In secondo luogo tale episodio testimonia di una circostanza sociologica, per la quale la difesa dell’interesse particolare (la propria casa, il proprio orto, il proprio posto di abusivo, la propria possibilità di effettuare piccole violazioni alle regole di convivenza civica) ha assunto di gran lunga la prevalenza sulla difesa del bene collettivo: alle persone non interessa che vi sia una città in degrado, purché siano lasciati liberi di assicurarsi una zona a bassa entropia nella loro immediata prossimità e per gli interessi più prossimi e impellenti. E la coalizione di tutti questi piccoli interessi egoistici, spesso microscopiche convenienze, finisce per trovare una rappresentanza politica che ne interpreta le pulsioni e persino riesce a diventare maggioranza. Insomma, questa vicenda testimonia di quanto sia difficile una politica di risanamento e di cura dell’interesse generale, specie quando la politica è continuamente guidata dalla auscultazione degli interessi immediati delle persone e ha così dismesso ogni tentativo di “educare” al bene generale per trasformarsi in mera conservazione corporativa del proprio potere.
Infine, tutto ciò è il sintomo più evidente dello smarrimento di una speranza collettiva di miglioramento, di una prospettiva futura di incivilimento complessivo o anche di una semplice gratificazione economica e lavorativa, dei quali nessuna forza politica si fa ormai interprete; tale smarrimento non può che portare ad incanaglirsi nella difesa del proprio “particulare”, per piccolo che sia: questo è pur sempre qualcosa in confronto alla assenza della speranza in un miglioramento futuro complessivo, ormai scomparso dall’orizzonte di vita delle grandi masse.

L'Autore

Lascia un commento