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Milan Kundera

Il supplizio di Alfano, ministro delle gaffes

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Quella di Angelino Alfano, da qualche tempo a questa parte, più che una stagione politica da comprimario del governo della “svolta buona” sembra proprio una riedizione postmoderna del supplizio di Tantalo. Desidera fortemente rinsaldare l’asse con Matteo Renzi sulla legge elettorale? E il premier strappa a Silvio Berlusconi l’accordo sulla riforma del Senato, lasciapassare per l’intesa sull’Italicum. Angelino brama la golden share sulla riforma del mercato del lavoro? Peccato che Renzi abbia già pensato all’eventualità di sospendere questa pratica per i neoassunti. Ancora Alfano intende riscoprirsi tutore dell’ordine? E scivola sulla buccia di banana della battuta sui vu cumprà. Come il personaggio mitologico, insomma, il suo dramma si risolve nell’impossibilità di accedere al “banchetto”, in questo caso in quello delle decisioni che contano. E per questo si sbraccia, con affanno.

Non è un’estate facile per l’ex delfino di Silvio Berlusconi e attuale ministro dell’Interno. Da una parte preoccupato per la tenuta del suo Nuovo centrodestra (le sirene del ritorno ad Arcore di molti dei suoi, causa rilevazioni demoscopiche impietose sul partito, lo tengono sempre in allarme), dall’altra terrorizzato per le prospettive del patto del Nazareno tra il premier e l’ex Cavaliere il cui orizzonte su un’eventuale riedizione delle larghe intese rappresenta per lui uno spettro sempre più concreto. E così si spiegano l’impennata di dichiarazioni, l’ultimatum sull’articolo 18 e tutta una serie di scivoloni che addirittura lo fanno associare al gaffeur e nuovo capo della Figc Carlo Tavecchio.

La trincea Pd sull’articolo 18

«È solo un totem anni ‘70», tuonava Alfano dalle colonne di Repubblica riferendosi al diritto che tutela i lavoratori dal licenziamento. Così il ministro intende da una parte rubare la scena alla reazione di Renzi sui temi economici dopo la tirata d’orecchie di Mario Draghi, dall’altra – in puro stile democristiano – utilizzare su questo tema sensibile il “forno” di Berlusconi (non a caso Renato Brunetta, colto un attimo in contropiede, intende vedere le carte del Ncd su questo punto). Le reazioni? I renziani glissano, rivendicando la paternità, anche su questo fronte, nel nome della sospensione triennale dell’articolo 18 solo per i neoassunti. Altrove a sinistra le risposte ad Alfano sono state veementi. Dal ministro della Funzione pubblica Marianna Madia («Modo conformista di affrontare i problemi» ), al presidente della Commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano («Battaglia di retroguardia») fino a Maurizio Landini della Fiom («Renzi non lo ascolti»).

Angelino come Tavecchio?

L’operazione Mare nostrum, tra gli elettori del centrodestra, è una delle accuse più pesanti rivolte ad Alfano. Costi, scarsi risultati, tensioni e disagi per le popolazioni coinvolte negli sbarchi di immigrati: tutto questo viene addebitato alle scelte operative del ministro “alleato” di Renzi. «Gli italiani sono stanchi di essere insolentiti da orde di vu cumprà»,il titolare del Viminale ha cercato allora di spostare in questo modo l’attenzione dalle polemiche su Mare nostrum al problema che riguarda i vacanzieri agostani. Peccato (per lui) che la caduta di stile sugli irregolari che vendono oggetti in spiaggia si connetta fatalmente con l’affermazione onomatopeica di Carlo Tavecchio su «Optì Pobà». Anche qui Angelino-Tantalo tende all’obiettivo (accreditarsi tra i commercianti) ma non raggiunge la legittimazione. Commentano duramente l’ex ministro Cécile Kyenge («Angelino usa espressioni intollerabili anche al bar») e durissimo Francesco Merlo su Repubblica che traccia un parallelo politico-antropologico e sintattico tra il ministro e il nuovo capo della Figc: «Alfano e il neopresidente Figc sono anche due scarti democristiani con lo stesso codice politico: esibiscono il peggio del vecchio e il peggio del nuovo».

I dolori del giovane Alfano

E il battutismo di Alfano non finisce qui. In questi giorni ha riguardato anche – a proposito di calcio – il tema delle curve italiane. E anche qui sono dolori: perché se il ministro ha proposto otto anni di Daspo contro il cosiddetto tifo violento, il paragone tra ultras e mafiosi è stato giudicato quantomeno fuori luogo proprio da chi è rimasto vittima del sistema mafioso. I maligni poi, a proposito di questo, non possono che riportare alle cronache la figuraccia internazionale rimediata con il caso Shalabayeva o l’incauto tweet sul presunto assassino di Yara Gambirasio. Si sbraccia Alfano, dichiara, minaccia, incalza: e qualche colpo lo sferra anche. L’obiettivo è uscire dal guado in cui si trova assieme al suo partito. E ancora una volta si sente condannato a dimostrare a tutti di avere quel “quid” che il suo mentore, Berlusconi, proprio non gli riconosceva: il supplizio più grande.

Antonio Rapisarda

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