Ecco qual è il problema del futuro:
quando lo guardi cambia perché lo hai guardato.

Lee Tamahori

Anche le emozioni ora sono hi-tech

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tecnologiaDobbiamo dire ancora grazie alla tecnologia? Prima affianca il computer alla nostra mente nell’elaborazione razionale di dati in senso compiuto e distaccato, ora addirittura il suo apporto si fa diretto a sostituirci nella capacità di provare emozioni. Così ci sfida o, se si preferisce, ci fa da guida nella nostra parte più intima. A tutto questo pensa la recente strategia commerciale di Google Chrome “Emotional labor”. Nel suo ampio spettro di sistema operativo Google Chrome ha esteso la sua competenza alla casella Gmail. Per dirla in breve ha attivato un erogatore automatico atto a caricare con parole sentimentali ciò che si scrive. La mente ideatrice di questa nuova formula è Joanne Mc Neil, scrittrice americana specializzata in tecnologia e società, che spiega così il suo cocktail di parole rivisitate dal punto di vista emozionale: ” sostituisce termini seri con parole giocose, cambia la sintesi dei periodi  per aggiungere punti esclamativi e premette un testo introduttivo dal tono brillante.

L’ispirazione è arrivata dopo molti tentativi inutili di usare le risposte predefinite”. Tralascio quello che può essere il contenuto enfatico  di simili testi. Basti  dire che in queste mail “trattate emotivamente”ci si congeda con un xoxoxo, che vuol dire “Baci e abbracci”, per chi ancora non lo sapesse.Tale risultato telematico trae spunto da alcuni precedenti nella ricerca in campo sociologico. Già nel 1979 una studiosa di sociologia delle emozioni, Arlie Russell Hochshild, scrisse un testo sul lavoro emozionale e struttura sociale intitolato”Emotion Work, Feeling Rules, Social Structure”, presentato come ” l’ atto di provare a cambiare in grado o qualità un’emozione o un sentimento”: studio finalizzato ad una sua utilità nel lavoro o nella vita quotidiana.  E fin qui nulla di particolarmente nuovo, visto che nella vita siamo spesso attori di noi stessi, modulando le nostre emozioni in copioni diversi a seconda delle circostanze. Ma sempre noi ne siamo i registi. A seguire, su questo tema hanno scritto molti ragguardevoli autori del settore.

Uno tra i più noti, Daniel Goleman, ha prestato attenzione alla sfera emozionale applicata, oltreché alla vita privata, anche all’interno di aziende, da quando si scoprì che accanto a quella razionale tecnologiaesiste anche una intelligenza emotiva, che regola la gestione delle emozioni e interferisce con le nostre capacità intellettive dando un notevole supporto complementare a livello di pensiero e di comportamento. Così il voler gestire  le emozioni è entrato anche come presupposto nel mondo del lavoro, dai grandi gruppi industriali alle piccole e medie imprese private, soprattutto come valore aggiunto anche nel procacciare, almeno nell’intenzione di chi lo manovra, indici di ascolto elevati o aumenti di fatturato. Non é difficile pensare che questi ultimi obbiettivi siano la finalità più perseguita di una tale manovra in una società dove domina l’apparenza e anche la suggestione, ovvero l’arte di coinvolgere emotivamente i fruitori di un bene o prodotto , qualunque esso sia. Del resto già la stessa Hochshild chiamava tale esperimento “mercificazione delle emozioni”, ovvero una prestazione finalizzata a qualcosa che avrebbe potuto raggiungere un benessere comune oppure interessi individuali. Infatti la studiosa , in un’altra sua pubblicazione,”Per amore o per denaro”, si era posta questa domanda: “Nell’interesse di chi operano le regole dei modi di sentire?”

Vale a dire chi ne è il regista? Anche alla luce  di questa ricerca sociologica controversa, dal momento che ha suscitato diverse ricadute di critiche e consensi sulla stampa estera, ci chiediamo se il dispensatore tecnologico di emozioni nelle mail possa essere qualcosa che soddisfi il benessere della nostra interiorità o non piuttosto la strategia di un avido e farsesco marketing che sembra voler soppiantare quello  che c’è rimasto ancora di umano e spontaneo in noi, sollecitando menti ormai votate a una incalzante passività.

Ines Di Lelio

L'Autore

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