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Gianni Rodari

Antonetta Carrabs: una donna poliedrica e inarrestabile, fra solidarietà e poesia

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Antonetta Carrabs Mica me l’ha detto, Antonetta Carrabs, di essere stata una delle due insignite, l’8 marzo scorso, del Premio Donna 2015, ideato dal Vicepresidente e Assessore alla Salute della Regione Lombardia, Mario Mantovani! Ha lasciato che lo scoprissi tutto da sola… Lei è una donna del fare, non del vantarsi… Quest’intervista ha avuto una genesi piuttosto travagliata: il primo step è stato fatto nella splendida cornice del bar della Villa Reale di Monza. Al tavolino accanto, Veronica Lario prendeva un rinfresco insieme a tre amiche. Antonetta ed io dovevamo intervenire ad un dibattito organizzato dalla Casa della Poesia di Monza, che lei presiede, e abbiamo ritagliato un po’ di tempo per ricavarne l’intervista. In realtà, siamo inizialmente riuscite a farne solo il primo ‘pezzo’, giacché ho sperimentato di persona la popolarità di questa donna ‘speciale’, poetessa, organizzatrice culturale, carismatica ‘capopopolo’ femminile.

Appena cominciavamo a fissare i punti dell’intervista, ecco che compariva una persona che attaccava bottone con Antonetta, dandomi prova del suo impegno a 360 gradi. Come un fastidioso bianco Belfagor, si aggirava nei dintorni una sorta di PR del locale, come se volesse carpire il perché fossimo lì a scrivere e a ridere insieme. Con Antonetta è stato sempre così, il ritrovarsi sulla stessa lunghezza d’onda. Sin da quando ci siamo conosciute, meno di un anno fa, alla sede dell’Ue in Italia, a Roma, in via IV Novembre, ad una riunione in una trincea femminile, dove è scattata la scintilla. Mi colpiva la sua energica iperattività, la sua disponibilità a lanciare il cuore oltre l’ostacolo. E poi ho capito perché. “Sono nata a Gesualdo, in provincia di Avellino – mi racconta – e dall’80 sono in Lombardia, quale insegnante di scuola primaria. Però ho sposato un lombardo doc e sono la prima ‘terrona’ mai entrata a far parte della sua famiglia.”

Aspetta, Antonetta, non cominciamo a metà del guado. Partiamo appunto da Gesualdo, che mi fa risuonare nella mente rimandi storici importanti.

Ti riferisci, probabilmente, alla vicenda di Carlo Gesualdo, Principe di Venosa, che diede lustro a questa città, come musicista insigne ma l’ha anche impressa nella storia in quanto uccise, il 17 ottobre 1590, a Napoli, nel Palazzo Sansevero, la sua prima moglie (nonché cugina) Maria d’Avalos, insieme all’amante Fabrizio Carafa. Dopo il delitto, il Principe Carlo andò a stare nel castello fortezza di Gesualdo, non perché temesse la legge, visto che fu assolto dal delitto il giorno dopo l’apertura del processo, bensì per sfuggire alla vendetta dei familiari degli uccisi. Si risposò cinque anni più tardi con Eleonora d’Este, che subì da lui maltrattamenti e patì la sua avarizia. Forse inconsciamente, in nome di Maria ed Eleonora, vittime di quel Carlo Gesualdo, ai piedi del cui castello sono nata, ho da anni un profondo impegno a tutela dei diritti delle donne.

Antonetta, torniamo alla tua infanzia ai piedi del Castello…

Ho due sorelle ed un fratello; i miei genitori avevano una sartoria. Mentre mia sorella, minore di me di un anno, si conquistava i favori di mia madre perché imparava ad essere una massaia perfetta, io ero considerata l’intellettuale della famiglia, perché adoravo la lettura. Durante l’adolescenza, ho letteralmente divorato i libri della biblioteca di un vicino di casa coi figli ormai grandi. Giungevo persino a portarmi a letto una pila, pur di continuare a leggere. Dopo le Magistrali, che completai anche col quinto anno, volli iscrivermi all’Università di Salerno. Il destino, però, era in agguato, nelle vesti di un’amica che, nel ’79, mi spinse a partecipare con lei ad un concorso a cattedra per le scuole elementari, in Lombardia. Lo vinsi col massimo dei voti e mi trovai proiettata in una nuova realtà; in casa mia ero la prima ad emigrare al Nord.

E dove lo incontrasti l’amore che più nordista non si può?

E’ stato un colpo di fulmine. Dopo un periodo di permanenza in un pensionato per insegnanti di sesso femminile, il ‘Casa Serena’, al centro di Monza, con una co-pensionante decidemmo di andare a vivere da sole in un appartamento. Cominciammo a cercar casa e ci venne in mente di chiedere aiuto ad uno studio di commercialista. Ne scegliemmo uno a caso e fu lì che conobbi mio marito, che era uno dei partner dello studio. Pensa che il mio ingresso in famiglia, come ti dicevo, è stato traumatico: ero la prima ‘terrona’ ad entrare nella cerchia e ‘rapivo’ un figlio unico. Mio suocero, una volta mi disse: ‘Empis ar ciar’. Io, armata di buona volontà, andai a prendergli le chiavi. E, invece, lui voleva semplicemente che accendessi la luce!

Toglimi una curiosità, perché ti chiami Antonetta, senza la ‘i’?

Mio padre, uomo per tutta la vita molto mite, quella volta, quando si recò all’ufficio anagrafico del Comune di Gesualdo, invece di seguire le indicazioni di mia madre, che voleva che mi chiamassi ‘Maria Antonietta’, volle darmi il nome della sua mamma, che si chiamava appunto Antonetta senza la ‘i’. Sul momento, mia madre non se ne accorse; la calata d’ingegno di papà, oggi scomparso da qualche anno ed al quale sono stata legatissima, emerse solo quando si trattò d’iscrivermi alla prima elementare. Non si è affatto realizzata però la profezia materna che questo nome sui generis sarebbe stato d’intralcio per me; tutto è rimasto nell’alveo della pura curiosità, come la tua.

Leggo dalla motivazione del ‘Premio Donna’ tanto di te: “Antonetta Carrabs poetessa, scrittrice, editore, insegnante, è Presidente dell’Associazione Culturale Umanitaria Zeroconfini, della Casa della Poesia di Monza, della Consulta di Monza e Brianza per la Cultura e i Beni Culturali. Negli anni ha realizzato moltissimi progetti dove, grazie all’arte, alla poesia, alla lettura e alla cultura, ha concretamente aiutato migliaia di persone nell’affrontare situazioni di disagio, marginalità e difficoltà.” Un biglietto da visita non da poco. Parliamo di Zeroconfini, che mi sembra l’esternazione più immediata del tuo grande cuore…

Il volontariato mi ha sempre appassionato. Da vent’anni trascorro le vacanze a Finale Ligure; nel 2006 sono venuta aantonetta carrabs conoscenza del triste esodo del popolo dei Sarawi e della sorte dei loro bambini, a cui onlus italiane offrono ospitalità ogni anno d’estate. Fu quella la molla che fece nascere Zeroconfini che, poi, ampliò il proprio intervento, grazie anche al sostegno di grandi artisti come Ludovico Einaudi, Ottavia Piccolo, i comici di Zelig e di Colorado: in 3 anni circa 800 artisti come attori, cantanti, comici, musicisti ci hanno seguiti negli ospedali, nei carceri, ovunque ci fosse dolore e emarginazione. E’ questo il senso di Zeroconfini, che associa almeno 200 persone in tutta Italia, perché è il bene che non deve avere limiti. I nostri obiettivi sono condivisi da una gran schiera di personaggi pubblici che ci aiutano nella missione di portare un briciolo di sorriso a chi non ce l’ha più. Ad esempio, ci siamo impegnati a portare i detenuti fra il pubblico di Zelig; oppure, a partire dal 2013, abbiamo dato vita al Progetto ‘Parole di cuore’, attraverso il quale famosi scrittori, poeti, giornalisti, ogni giovedì si alternavano per leggere le favole ai bambini in cura all’Istituto Tumori di Milano. Poi, siamo fieri dell’iniziativa ‘Viole per Enza’…

In che consiste?

Si tratta di una campagna di sensibilizzazione sui diritti umani e contro la violenza di genere. Abbiamo costruito un acrostico che, scindendo la parola violenza, genera i nomi di un fiore e di una donna. Abbiamo dato voce a 7 donne, alcune vive, altre no: Lea Garofalo, sciolta nell’acido dalla ‘ndrangheta; Isoke Aikpitanyi, che si è opposta allo commercio di ragazze nigeriane; Nahal Sahabi, vittima della repressione in Iran; Marisela Ortiz Rivera, contro il femminicidio; Assetou Billa Nonkane, contro le mutazioni genitali; Neda Agha-Soltan, vittima di Teheran nel 2009; Anna Politkovskaja, accusatrice dei diritti violati del popolo russo e ceceno. Attraverso spettacoli teatrali messi in scena in molte città denunciamo le condizioni di queste donne e delle tante che, pur non essendo vittime di stupro – giacché si tende a schiacciare la denuncia della violenza di genere unicamente su delitti sessuali – hanno patito per essere nate donne. Alcune sono riuscite a sopravvivere alle persecuzioni, altre no.

Non fai mancare la poesia al mondo…

carrabs La poesia è sempre stata nella mia vita; una passione che ho portato avanti negli anni e che ho coltivato attraverso un impegno personale. Frequentavo la casa fiorentina di Mario Luzi e l’entourage letterario di Siena. Il mio primissimo libro di poesia l’ho presentato, appunto, nella città toscana e me l’ha prefato il rettore dell’Università, Piero Tosi. Sono queste le cause remote che mi hanno spinta a fondare la ‘Casa della Poesia’ a Monza, nel 2010. Essa nasce in Villa Mirabello, all’interno del Parco di Monza, magione del Cardinal Angelo Maria Durini, mecenate delle arti in tutto il Nord Italia durante il periodo dell’Illuminismo. Quel suo piccolo regno lo chiamò ‘Luogo di delizia e cenacolo di letterati’. Per rinverdirne i fasti, abbiamo voluto che Villa Mirabello accogliesse letterati contemporanei, in un discorso di continuità col Cardinal Durini. In essa ha luogo una rassegna culturale chiamata ‘Mirabello Cultura’, quest’anno alla terza edizione. Con noi collabora il Consorzio della Reggia e del Parco di Monza. Alla quinta edizione è giunto, invece, il Concorso poetico ‘Isabella Morra – Il mio mal superbo’. Isabella Morra, nobildonna rinascimentale di origine lucana, viveva a Valsinni, in provincia di Matera. Ogni anno a Valsinni ha luogo ‘L’estate di Isabella’, ciclo di manifestazioni di estrema suggestione. Il nostro Premio ha stretto una partnership con Matera, che sarà la Capitale europea della Cultura nel 2019 e, dunque, siamo molto impegnati anche su quel fronte.

Ne hai fatte di cose… come hai trovato il tempo di dedicarti alla famiglia e, soprattutto, di scrivere libri?

Vivo ancora una fase di incantamento della vita e ciò mi dà l’impeto della passione. Di libri ne ho scritti almeno 5 o 6. Ti dico solo l’ultimo, dedicato alla vita travagliata di due donne fuori dal coro: così lontane dalla mentalità corrente negli anni in cui vissero; così vicine per forza, tenacia, determinazione e coraggio: la ‘pittoressa’ romana Artemisia Gentileschi e la pedagogista fiorentina Aurelia Josz. Ho seguito le loro vite nel mio ‘Ribellioni’ (Edizione Nemapress), descrivendone la personalità così insolita e avvincente.

Annamaria Barbato Ricci

 

 

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