Non preoccuparti di cosa sta per fare qualcun altro.
Il miglior modo per predire il futuro è inventarlo.

Alan Kay

“Belli di papà”, il nuovo film di Abatantuono

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belli di papàQuella di oggi é una società che ha ormai soltanto una facciata fatiscente del benessere esteriore che ostenta, dove fioriscono industrie sempre più impegnate a rendere più comoda la vita, ma anche a complicarcela. Veniamo adescati da una pubblicità che tende a stupire e a solleticare le nostre curiosità più futili, nonché a sollecitare desideri impossibili. Ma del malessere che tormenta l’animo delle persone poco o per niente se ne parla. Ce ne accorgiamo da quanta strage di giovani riesce a fare la superficialità imperante nella vita di tutti i giorni, dai dolorosi percorsi di cui essi sono protagonisti, insieme ai genitori, nello studio di uno psicologo. Si comincia però a prendere lentamente coscienza di una società virtuale che ha molto poco a che fare con la realtà. Basta guardarsi attorno per essere contagiati dalla solitudine per mancanza di vera comunicazione e accorgersi di quante marionette riempiono le nostre vite nel pubblico e nel privato, ”di personaggi in cerca d’autore”. Ogni tanto esce qualche voce fuori dal coro a lanciare allarmi, a esprimere anche artisticamente cosa c’è da cambiare, sperando di essere ascoltata.

Nella cinematografia italiana abbiamo autori che, dalle angolazioni più drammatiche agli spunti maggiormente comici, segnano un percorso neorealistico che ci invita ad una sana riflessione.
“Belli di papà”, un film di Guido Chiesa, che già esprime nel titolo un significato ben preciso ed eloquente, lungi dall’essere un film superficiale anche se è portato con mano leggera e a volte un po’ fantasiosa, è la fotografia di un rapporto “tipo” di oggi, tra genitori e figli. Un facoltoso imprenditore, rimasto vedovo, si trova a confrontarsi con i suoi tre figli cresciuti nella bambagia, in una dorata gabbia che li imprigiona, come molti altri figli viziati da comportamenti genitoriali troppo concessivi e anche dalle incoerenze del nostro tempo. Accorgendosi all’improvviso della fatuità delle loro vite, impreparate alla esperienza e soprattutto al lavoro, egli decide di simulare la bancarotta fraudolenta della sua azienda, al fine di provocare in essi un benefico scossone. Fa credere loro che, per evitare la galera, ci si deve allontanare dalla città perché anch’essi coinvolti nell’accusa di reato, in quanto azionisti nell’azienda paterna.

La famigliola trova la via di fuga in un paesino della Puglia, di cui è originario lo scoraggiato protagonista, in cerca del ruolo di padre. Il fine è quello di far crescere i suoi figli tutti in una volta in un repentino cambiamento di vita dove ognuno dovrà trovarsi lavoro per guadagnarsi il pane. Un’originale sceneggiatura si esprime nella regia di un film riuscito con l’aiuto di fantasia ben gestita, che non teme l’inverosimile, e convincente grazie all’ingenuità di questi ragazzi così distanti dalla realtà per non farsi troppe domande. In seguito ad una serie di avvenimenti, contrappuntati da scenette decisamente comiche, in cui alla fine la verità salta fuori, avviene la redenzione dei figli e anche del padre. Quelli riescono a fare buon viso a cattivo gioco e in fondo a realizzarsi; quest’ultimo, contestato dai figli, ammette la sua colpa di essere stato troppo assente nel ruolo di padre. Un lieto fine incornicia questa divertente favoletta senza troppe pretese, ma che dalla sua parte ha almeno il pregio del “castigat ridendo mores”.

Ines Di Lelio

L'Autore

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