La miglior cosa del futuro è che arriva un giorno alla volta.

Abraham Lincoln

Caccavale a FQ: giornalismo e mondo social. Il vicolo cieco imboccato dall’informazione

0

caccavaleDove andrà a finire il mondo dell’informazione? Probabilmente da nessuna parte, avendo già intrapreso una difficile via senza uscita. La strada accattivante della digitalizzazione, segnata dall’avvento dei social network, ma che allo stesso tempo potrebbe portare alla distruzione del più tradizionale modo di fare giornalismo. Di questo è convinto il giornalista e  scrittore Mario Caccavale, con cui Futuro Quotidiano ha parlato non solo della trasformazione del mondo della comunicazione ma anche di “Acquaria”, ultima opera narrativa dell’intervistato, la storia di un’isola immaginaria seppure fortemente realistica; una sorta di Itaca contemporanea amata e allo stesso tempo ripudiata dai diversi personaggi che animano questo romanzo.

Caccavale, da giornalista, scrittore ed esperto di comunicazione, come è cambiato il mondo dell’informazione da quando lei ha iniziato questo mestiere?

Il vecchio giornalismo e soprattutto, direi, la vecchia editoria, sono stati travolti da quella che il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman chiama la società liquida. Prima, con la guerra fredda editori e giornalisti sono stati costretti a schierarsi dalla parte del capitalismo privato o da quella del capitalismo di Stato. Imploso il secondo, il primo ne ha subito gli inevitabili contraccolpi. Da noi i primi a entrare in crisi sono stati gli editori e poi i giornalisti. Tutti hanno perso la bussola. E su questo mondo scosso dalle novità tecnologiche sono calati gli artigli dei nuovi poteri finanziari, nazionali e internazionali.

A cosa guardano questi nuovi poteri?

Guardano al mondo e non alle singole Nazioni; anche a livello editoriale, non hanno alcuna relazione con il mercato reale dell’informazione. Ora prevale una comunicazione che globalizza e omogeneizza quella nazionale e internazionale. Di chi è la colpa? Di tutti e di nessuno. E’ questo il dato più perverso di un’informazione deresponsabilizzata che non ascolta le voci che giungono dal basso.

L’avvento di internet e dei social network hanno cambiato il modo di scrivere un articolo o un testo. Se prima si guardava al contenuto stilistico, a evitare le ripetizioni nelle frasi, oggi quello che conta è prima di tutto il titolo; è riuscire a essere indicizzati da Google e l’utilizzo delle giuste keyword. Secondo lei questa trasformazione ha lesionato la qualità del giornalismo?

Lo ha distrutto. Gli editori e i giornalisti cercano di sopravvivere arrancando fra i flutti della società e si affidano all’istinto di sopravvivenza più che alla consapevolezza del maremoto che li sta travolgendo; alle zattere delle parole-chiave. A mio avviso l’istinto di sopravvivenza non salverà né gli uni né gli altri. In realtà editori e giornalisti avanzano verso un pianeta inesplorato alla ricerca di forme nuove e più stabili di comunicazione, ovvero di contenitori degli umori e degli interessi prevalenti di questa società liquida. Siamo nel mezzo di una rivoluzione di cui non si conosce né il programma minimo né quello massimo.

Qual è secondo lei il modo migliore oggi di fare informazione?

Capire e far capire ciò che avviene, e perché avviene, senza pretendere di indicare la via giusta. Bisogna tendere l’orecchio alle voci che giungono dal basso e non percepire quelle insonore che si presume provengono dall’alto. Voci, queste ultime che non parlano, ma si limitano a trasmettere categorici input. Per dirla con una frase: dovete adeguarvi perché non avete soluzioni alternative

E’ più importante catturare l’attenzione del pubblico, soprattutto attraverso i social, o descrivere in maniera chiara e dettagliata una notizia? Cos’è quindi più preminente per un quotidiano/giornale/casa editrice: la notizia o il pubblico che la leggerà?

I social sono essi stessi strumenti di comunicazione della società liquida, vale a dire di una società in cui si combina l’individualismo estremo e l’anarchia. Da un simile contesto ci si difende sia dando notizie veritiere sia ascoltando il pubblico. Non c‘è altra scelta se si vogliono evitare le forme più vili di sottomissione agli Dei ignoti del nuovo Olimpo.

Lei ha scritto diversi romanzi, l’ultimo dei quali è “Acquaria”, la storia di un’isola immaginaria e dei suoi protagonisti inesistenti ma mai così reali. Cosa si cela dietro questo posto inventato?  Cosa o chi rappresentano personaggi come il giovane Angelo o il sindaco Taddeo?

Angelo è un idealista scottato da una delusione sentimentale che cerca la fortuna trasferendosi dal piccolo teatro di Acquaria al teatro massimo e antico di una Roma più papalina che cristiana. La Acquaria di Mario CaccavaleRoma, per intenderci, del generone e del generetto, dei palazzinari e dei burocrati civili e militari, della nobiltà nera e bianca, che ancora contano, dei magistrati e degli avvocati che celebrano una giustizia armata del gladio per colpire i deboli e priva della bilancia per favorire i potenti. Il sindaco Taddeo, invece, si barcamena tra il passato e il futuro, ora lasciando trapelare velleità rivoluzionarie ora assecondando il letargo in cui si rifugiano gli isolani.

E poi ci sono le figure femminili, una delle quali viene trovata morta dentro la chiesa dell’isola. Personaggi diversi ma che sembrano circondarsi di un alone di tristezza o insoddisfazione. Sono questi per lei sentimenti che appartengono più alle donne del passato o a quelle maggiormente “emancipate” della società contemporanea?

Le donne, più dei maschi, avanzano senza ombrelli e impermeabili sotto la pioggia del nostro tempo. Le figure femminili di Acquaria non sono né tristi né insoddisfatte, ma cercano sentimenti puri e non contaminati dalle novità della storia. Non sono né ancorate al passato né emancipate dal presente. Cercano approdi ideali. Loro, più dei maschi, segnalano le verità più profonde del nostro tempo.

Infine, l’isola di Acquaria è un luogo da cui fuggire o un rifugio per l’anima in cui ognuno di noi vorrebbe tornare?

Acquaria è l’Itaca che sognano gli Ulissi del nostro tempo. La immaginano quando ne sono lontani e la ripudiano quando vi tornano. E sugli isolani incombe, come sui naviganti, il rischio del naufragio. D’altro canto nessuno può eludere la condizione tragica dell’uomo che viene alla vita per poi lasciarla.

Sara Pizzei

 

 

L'Autore

Lascia un commento