Non preoccuparti di cosa sta per fare qualcun altro.
Il miglior modo per predire il futuro è inventarlo.

Alan Kay

Come saranno le città del futuro in Africa e Asia

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Vengono chiamate le città del futuro. E se con questo nome il pensiero va a grattacieli e alta tecnologia si è fuori strada. Parliamo di baraccopoli, favelas, slums: case che dall’alto sembrano piazzate lì alla rinfusa come una manciata di mattoncini lanciati su un tavolo. File di lamiere che riparano dagli acquazzoni e fango al posto delle strade. Città del futuro perché nel 2030 è qui che secondo l’ Onu vivranno tre degli otto miliardi degli abitanti che il mondo avrà. Case improvvisate, per lo più sparse fra Africa e Asia che le agenzie internazionali vogliono a tutti i costi evitare lavorando con i governi per cercare soluzioni alternative.

Secondo l’Unfpa , il Fondo Onu per le popolazioni, la crescita economica in Africa va di pari passo con l’aumento degli slum: oggi il 72% della popolazione in questo continente abita in baraccopoli. Una percentuale che non è così alta neanche in Asia. Lo sviluppo del commercio, la creazione di piccole industrie, l’aumento dei servizi nel centro delle città porta milioni di persone a spostarsi dalle campagne attratte dal luccichio delle luci cittadine, che promettono tanto ma spesso finiscono per offrire solo un degrado alternativo. Case che se va bene sono costruite con mattoni, ma che comunque non hanno luce, acqua, servizi. Oggi a Nairobi, in Kenya, si stima che almeno due milioni di persone vivano in baraccopoli.

“Il problema più grande delle baraccopoli in Kenya è che non sono riconosciute dal governo – spiega a FQ Dominique Otieno, leader della società civile nella baraccopoli di Mathari a Nairobi – sulle mappe sono ancora segnate come parchi naturali ma come potete vedere qui con c’è nessun parco”. Incontriamo Dominique in questa slum nata in una piccola valle alla periferia della capitale del Kenya. Alcune strade sono asfaltate e larghe abbastanza per crearvi dei negozi ai lati. Così c’è la macellaia che taglia la carne sul marciapiede che ha come dirimpettaio un ragazzino che impaglia sedie. In un’altra baracca si vendono telefoni di dubbia provenienza mentre fuori i bambini giocano con i cani randagi fra cumuli di immondizia.

Secondo Eugenie Birch, docente all’Università della Pennsylvania e consulente di Un Habitat, una delle soluzioni per far fronte al problema degli slum è quello di individuare aree della città dove costruire case a basso costo che però siano servite da luce, acqua e soprattutto dalla raccolta dei rifiuti e chiedere alla popolazione di spostarsi lì. E’ già avvenuto in passato in baraccopoli di Salvador, in Brasile, grazie alla collaborazione tra Ong e governo. La popolazione viveva in palafitte e baracche che furono abbattute per fare spazio a case, aree verdi e servizi.
“Certo se il governo decidesse di fare una cosa del genere sarebbe fantastico – prosegue Dominique – ma immagino che questa soluzione non possa arrivare in poco tempo. Servono anni. E nel frattempo ciò che il governo può fare per le baraccopoli è aprirle. Aprirle nel senso di portare cultura, di aumentare il numero di scuole, di creare librerie, di avviare attività sportive”.

Uno degli ultimi progetti sportivi creati a Mathari è il progetto Slum Dunk , nato da un’idea dei giocatori di basket italiano Bruno Cerella – che ha vinto il campionato italiano con la Olimpia Milano – e Tommaso Marino, e che sul posto viene realizzato con l’aiuto dell’associazione Karibu Kenya. In piena baraccopoli un terreno su cui confluivano gli scarichi delle latrine attorno, è stato rimesso a posto e ora è un campo da basket. I campioni italiani hanno formato allenatori e arbitri per creare una scuola che allena centinaia di bambini e una volta all’anno tornano per qualche settimana per fare qualcosa in più. “Siamo qui da tre anni e ogni volta che torniamo vediamo il progetto crescere – dice Cerella – stiamo pensando di andare anche in altri paesi africani, il basket e lo sport sono un’attività sana e pensiamo possano essere un modo per migliorare la vita di queste persone”.

Antonella Palmieri

L'Autore

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